capitolo7
LUCILLE E WILLIAM
© 2026 Luigi Bilardo – Tutti i diritti riservati.
È vietata la riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione.
Lew si era appena diplomato, ed io stavo frequentando il secondo anno della facoltà di scienze della comunicazione. Da qualche tempo i discorsi degli amici di Lew avevano fatto breccia nella mia mente e avevo incominciato a frequentare la loro congregazione religiosa.
Fui presa da un notevole entusiasmo e incominciai persino ad essere critica nei confronti dell'apatia religiosa di Lew.
Tuttavia, Lew era il mio migliore amico e gli restai vicino in molte occasioni.
Cresceva dentro di lui l'insofferenza verso un sistema affetto da notevoli contraddizioni, invece io mi preparavo ad una amara esperienza.
“Pronto Lew!”
“Ciao Lucille come stai?”
“Io bene, però ho un dubbio che mi attraversa i pensieri da ieri sera, mentre ero seduta dirimpetto a te, all'adunanza in congregazione, avevi l’aria di una persona totalmente assente, ma dimmi: cosa ti passa per la testa?”
“Niente di importante, sai ieri non ero poi così in forma.”
“Sarà, tuttavia credo che questo sia accaduto spesso ultimamente. Lew, non sprecare la tua vita, prendi le giuste decisioni prima che sia troppo tardi!”
Io, ero diventata così diligente nell'incoraggiare Lew ad abbandonare un sogno di realizzazione e a mia volta ero incoraggiata da altre persone a fare la medesima scelta.
In quel tempo, fra i proseliti, le lunghe carriere universitarie erano sconsigliate.
Per quale motivo mi avvicinai a questo gruppo?
E’ difficile dirlo in poche battute. Ricordo che smisi di inseguere i miei sogni. Ero affascinata dal carisma di alcuni leader spirituali e incominciai a seguirli passo dopo passo. C'era un apparente vantaggio in tutto questo: qualcuno si assumeva la responsabilità di dirmi cosa era giusto e cosa era sbagliato. Il caro prezzo era la negata libertà intellettuale.
In cambio avevo una speranza di salvezza.
Avevo sofferto per la malattia e la perdita prematura di mia madre.
Mia madre fu poco presente e poco incline a manifestare affetto. Questo vissuto mi procurò un vuoto nel cuore che cercai di colmare con la religione.
In una calda serata di Luglio, alcuni anni dopo, nella congregazione di Bollate, un gruppo di giovani aveva deciso di passare insieme le vacanze nel mese di Agosto.
Lew aveva parlato delle spiagge di Santa Luce ed il gruppo si era interessato a prendere un alloggio, di proprietà dei suoi genitori, in affitto.
“Lucille, dimmi che verrai pure tu in estate sull'Isola! Sono sicura che ci divertiremo!”
“Si, Sofia, ho parlato con Lew stamattina. Finalmente vedrò gli scenari dei suoi interminabili racconti. Vive praticamente nel passato.”
“Si lo so, infatti Lew è fortunato a conoscere Santa Luce, diversamente non credo avrebbe mai avuto compagnia d'estate!”
“Beh, non esagerare, Lew avrà delle manie, ma ha anche dei pregi, ad esempio: è molto sensibile.”
“Certo, infatti si spaventa molto facilmente!”
“Va bene, Sofia, che ti devo dire? ci vediamo stasera a casa di Lew.”
Si riunirono quindi per discutere dell'affitto. Erano otto ragazzi, riuniti in casa insieme a Lew e Serenetta.
Antonio era sull'isola per lavori di costruzione.
I ragazzi erano in piedi intorno al tavolo del tinello, mentre Lew faceva un po’ di marketing.
“Vi vado a prendere alcune fotografie del posto e della casa.”
Mentre Lew si allontanava, i ragazzi si raccolsero in silenzio.
“Parlate ragazzi! Se no mi sento a disagio!”
Il gruppo si abbandonò ad una risata generale.
Lew era ansioso di raggiungere l’Isola, come mai era accaduto. Finalmente ci sarebbe stata una vacanza con i suoi amici, diversamente da come accadeva negli anni precedenti.
----
La partenza avvenne il primo Agosto, il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso visto che Lew aveva paura dell’aereo. Il Treno partì da Milano con l’auto al seguito, passò dallo stretto fino a Messina e ancora proseguì fino a Trapani, infine un traghetto lo condusse al porto di Santa Luce. Gli altri ragazzi invece arrivarono in aereo a Palermo, dove li attendeva un’auto noleggiata diretta al traghetto.
Da Catanniti, la piccola frazione dove era ubicata la casa di Lew, si impiegava due minuti in macchina per raggiungere il mare. Il balcone di casa si affaccia su tutto il canale di Sicilia, perché si trova in cima a una collina, sulla punta di un promontorio. Di inverno il mare è una furia e il suo ruggito si accompagna all’ululato del vento.
Il tratto di terra tra Catanniti e il mare è pieno di frutteti e di ulivi, il verde è intenso e può donare pace agli occhi di chi passa ore davanti ad un monitor.
Si scende lungo una strada sinuosa, piena di tornanti. Poi si arriva ad un canyon naturale, la terra lascia il posto a rocce dal colore chiaro, erose dall’acqua per tempi difficilmente calcolabili.
Si arriva alla spiaggia, c’è un’ampia area dedicata al parcheggio. Di fronte c’è il mare, dal colore blu intenso nelle giornate soleggiate. Alle spalle, ed anche in mezzo al mare, ci sono rocce di origine vulcanica. Sembra di essere in un deserto, ma poco distante c’è anche una città.
“Guarda che acqua limpida! Sembra la Polinesia!”
“Sofia che ne dici, inauguriamo subito la spiaggia?”
“Ma dai Lucille! Vuoi scendere sul bagna asciuga con una valigia?”
“Perché no?”
Lew era in casa al loro arrivo. Voleva divertirsi come loro, ma era gravato da troppi pensieri inerenti il lavoro lasciato a Milano, in una piccola software house. Provava tanta stanchezza, alla sera era sopraffatto e riusciva al massimo a rilassarsi. In compagnia appariva visibilmente ansioso e stressato.
Nonostante il suo umore non proprio ottimale, riusciva spesso a far ridere gli altri. A volte il suo fare era semplicemente ridicolo, a volte la sua ironia era sorprendente.
“Lew ma tu parli sempre così poco?”
“A volte anche di meno, comunque, di cosa vorresti parlare Lucille?”
“Beh, per esempio, tu non ridi mai?”
“Niente affatto, rido sempre alle mie battute!”
Lew scoppiò dunque a ridere.
“Sei tremendo! Ho quasi l’impressione che tu mi prenda in giro.”
“Eh chi lo sa? Non te lo dirò mai!”
A quel punto io fu presa da un misto di euforia e agitazione, ero molto ansiosa di dare una lezione a Lew, trovando un battipanni nella camera da letto gli corsi dietro per alcuni minuti mentre tutti pensavano che stessimo giocando a guardie e ladri.
Eravamo in vacanza, ma non tutte le nostre attività si sarebbero fermate. Sull’isola era presente una congregazione. Sarebbe stato inammissibile trascurare l’adunanza e l’opera di proselitismo.
Negli anni novanta, sull’isola si riunivano regolarmente alcune decine di proseliti ed anche delle intere famiglie.
Ci dirigemmo verso il centro di Lapilli, non poco distante dalla omonima spiaggia. C’è una strada principale, parallela ad una circonvallazione: percorrendola si può godere grazie a una incantevole vista tra verde delle colture e blu del mare. Poi si scende giù in mezzo a stradine e innumerevoli vicoli.
Eravamo di fronte all’Hotel Terrazzo sul Mare. Ci avvicinammo alla balconata per vedere il panorama: davanti a noi uno strapiombo di una trentina di metri, di fronte un litorale di cui si poteva ammirare pienamente la bellezza.
Si avvicinò uno spiritoso cameriere, che si rivolse così a noi:
“Buongiorno fratelli!”
Il luogo di culto della congregazione si trovava ad una ventina di metri più avanti.
Il proprietario era il fratello Francesco Calatafimini.
Calatafimini era un uomo di bassa statura dal viso tondo con un taglio d’occhi vagamente orientale, dai capelli completamente bianchi con le sopracciglia nere e un addome misto di bianco e nero, che, come una zebra, mostrava nei pomeriggi estivi con notevole orgoglio.
Era un uomo d’animo forte e sicuro di se, tuttavia non ebbe mai incarichi di responsabilità nella congregazione.
Il palazzo ospitava al piano terra il luogo di culto. Calatafimini abitava l’attico dell’ultimo piano insieme alla moglie.
Francesco passò diciassette anni della sua giovinezza in Australia, il frutto del suo lavoro era in quel palazzo, con i piani intermedi adibiti a residence per le vacanze.
Mi avvicinai a Francesco, senza sapere che fosse il padrone del luogo di culto.
“Ragazzi, mi raccomando! Non voglio fare brutta figura! Quando passate da questa via non fate baccano!”
I ragazzi erano sorpresi dal fatto che un uomo della congregazione si comportasse in modo così autoritario.
----
Entrarono nel luogo di culto, Francesco era incuriosito dalla nostra presenza. Alla fine della funzione, si intrattenne a parlare con me. Raccontò della sua esperienza in Australia e io gli parlai del mio corso di Laurea in scienza della comunicazione. Francesco mi disse di avere parlato con un ragazzo che studiava più o meno qualcosa di simile a ciò che studiavo io.
“Lo vedi quello "spilungone" biondo, alla destra del podio, è lui!”
Era William.
Si, era uno spilungone, dal fisico atletico, capelli biondo platino e occhi celesti.
Aveva una faccia d’angelo e si faceva davvero notare.
Anche lui mi notò.
Lew si accorse di cosa stava accadendo. Era consapevole da tempo che tra lui e me non ci sarebbe mai stato nulla di più dell’amicizia e questo episodio ne era la prova.
William cercò una scusa per parlare con me.
Mi vide entrare in bagno, e aspettò la mia uscita. Finse di passare distrattamente davanti all’ingresso del bagno, io uscii e lui si bloccò di scatto:
“Scusa! Passa pure, prego!”
“Sei gentile, grazie davvero!”
I nostri occhi si incrociarono per un istante che apparve eterno.
“Da dove vieni?”
“Da Milano, cioè da una città in periferia” risposi.
“Oh! Io vengo da Monza”.
“Ma sei italiano?”
“Italo Americano, mio padre si è trasferito dall’Alto Adige a New York prima di sposarsi, mia madre viene dalla Florida. La famiglia di mia madre è originaria di Berlino”.
“Dove alloggi sull’Isola?”
“All’Hotel Terrazzo sul Mare, e te?”
“Un amico, quel ragazzo li in fondo con i capelli scuri, ci ha affittato una casa sulla collina sopra Lapilli.”
“Uhm, quel tipo mi sembra un po’ strano.”
“Perché?”
“Durante i momenti di preghiera fissava insistentemente la siepe che c’è intorno a questo edificio!”
“Beh, anche tu sei particolare, William!”
“Dici?”
“Si, qualcosa di te non mi convince.”
William era pervaso da un alone di mistero, sapeva vedere lontano e guardare nel profondo. Più avanti avrei scoperto che nascondeva molto.
La vacanza fu bella e interessante, si fecero anche delle escursioni in Sicilia.
Invitai William ad accompagnarmi.
“William ti va di venire ad Agrigento? C’è un traghetto che parte mercoledì, trascorreremo la giornata nella valle dei templi.
----
Io e William passeggiammo a lungo assieme, ad Agrigento, tanto che i miei amici incominciarono a fare Gossip in merito alla nostra presunta nascente relazione.
“Guarda quei due, secondo te chi cade prima a terra svenuto?”
Sophia era presa da una puntina di invidia.
“Dipende da chi viene colpito prima dalla freccia!” sussurrò Lew.
“Quale freccia!”
“Quella di Cupido? Non lo vedi qui davanti al colonnato?”
Lew era un po’ geloso.
Comunque la statua non era di Cupido, era di un Puttino.
La Sicilia, come terra permeata d’arte e cultura, divenne il teatro della nascita di un sentimento tra me e lo spilungone biondo.
Inaspettatamente sulla spiaggia ebbi l’impressione di vedere il David di Michelangelo.
“Impossibile!”, pensai: “Il David è certamente a Firenze!”
Non era il David, era William che con il suo fisico scultoreo mi provocò una temporanea visione.
I giorni erano troppo corti per contenere tutte le emozioni provate.
----
Dopo due giorni dal rientro a Bollate, mi sedetti davanti al telefono fisso di casa: l’unico telefono che possedevo a quel tempo. Rimasi con lo sguardo fisso per istanti prima di comporre il suo numero, che avevo preso da un suo amico e compagno di vacanza.
Ad ogni giro di quel vecchio selettore a disco, mi chiedevo se era cosa giusta e buona passare al successivo.
“Pronto chi parla?”
Tre secondi di silenzio, tre respiri.
“Pronto! E’ uno scherzo?”
“No, ciao, sono Lucille!”
William era stupito, sorpreso, disorientato. Incominciò ad avere la voce incerta e tremante come la mia.
“Lucille! Ma che sorpresa!”
Passarono un’ora al telefono, le emozioni provate sull’isola riaffiorarono.
Si diedero un appuntamento, nel centro di Milano, nei pressi della stazione, tra corso Buenos Aires e Piazza Lima.
“Lucille ti piace la cucina Sud Americana?”
“Ho assaggiato qualcosa in passato.”
“Ti porto in un bel posticino, si chiama ‘El pequeño pícaro’.”
Nel ristorante c’era musica dal vivo, che echeggiava ritmi latini.
Il cantante mi notò subito e intonò una canzone romantica avvicinandosi e guardandomi negli occhi, mentre i commensali ridevano.
“Que levante la mano quien no sufrio por amor!”
William alzò la mano:
“Io! Ancora non ho sofferto per amore!”
“Davvero?” dissi io.
Passeggiammo nel pomeriggio nella zona del castello sforzesco.
Settembre è il mese dei bilanci e delle partenze.
Qualcosa stava nascendo, anzi stava prendendo il volo nel mio cuore e, per un po’ di mesi, credetti che la stessa cosa stesse succedendo nel cuore di William.
----
Tuttavia ben presto notai una strana luce negli occhi di William. Era pieno di progetti, era propositivo, però spesso sembrava disconnesso emotivamente.
“William, perché sei così strano oggi? Che ti sei messo in testa?”
“Proprio nulla, credo di non essere molto in forma, forse malanni di stagione.”
Incominciai a dubitare delle reali motivazioni del ragazzo, non tanto nei miei riguardi, ma in relazione alla congregazione. Non lo avevo mai sentito parlare con entusiasmo dell’opera di proselitismo.
Era molto interessato alla sua carriera universitaria, ma non parlava mai dei contenuti del suo corso.
Tutto questo mi insospettiva.
In una mite mattinata di metà settembre, mentre ero in via Bolzano a Bollate, cercai Lew.
“Lo so che può sembrare ridicolo, ma mi chiedo chi sia veramente William!”
“Se questa storia ti fa stare male, potrebbe essere saggio allontanarti!”
“Ma non riesco a stargli lontana! Devo scoprire assolutamente la verità.”
“Conosci la verità, potrebbe renderti libera.”
“Questo cosa vuol dire Lew?”
“Non è possibile saperlo in anticipo. Di sicuro l’incertezza e l’ignoranza rendono schiavi. E’ una questione di cuore ed il cuore ha bisogno di verità.”
“Lew, tu sei come un bambino che a volte parla da saggio. Hai comunque ragione! Ma come farò a capire la verità?”
“Lucille credo che tu comprenda molto bene. Se le sue motivazioni sono sbagliate, presto ti chiederà qualcosa che non sei disposta a dare. Hai abbastanza carattere da dire di no? Anche se questo volesse dire rimanere da sola? Ascolta te stessa e capirai cosa vuoi davvero.”
Io ero molto triste. Le parole di Lew mi resero ancora più insicura perché mi mettevano in guardia di fronte a una probabile sofferenza.
Mi rendevo conto che il sogno di un futuro con William sarebbe potuto anche svanire.
Stavo crescendo grazie a questa esperienza, imparando a gestire momenti di solitudine con consapevolezza. Ragionai: soltanto quando si è soli si possono raggiungere alcuni importanti obiettivi. Studiare, riflettere. Tutte attività solitarie. Se ben gestite migliorano le relazioni, non trasformano nessuno in un eremita.
Compresi cosa andava fatto.
Mentre io e William ci frequentavamo regolarmente, io mi sforzai di vivere il presente. Eppure, sognavo un futuro insieme a lui, una famiglia.
----
In un pomeriggio d’autunno inoltrato, eravamo a casa mia e stavamo guardando un film: “Un mondo perfetto”.
William era seduto su un divano vicino a me e sgranocchiava dei pop corn.
Con naturalezza mi avvicinai a lui e appoggiai un braccio sulla sua schiena. Si girò, fermò il suo naso davanti al mio e ci fu un bacio. Tuttavia voleva di più e lo fece capire.
“William! Cosa fai? Fermati!”
William era frustrato. Continuava a guardare il film ma non lo commentava più. Io ero mortificata e trattenevo le lacrime. Il film era nelle prime scene, già era evidente che il protagonista facesse la parte del cattivo, ma non troppo cattivo.
Molto spesso ci chiediamo cosa “dobbiamo” fare e non capiamo cosa vogliamo fare, perché non abbiamo il coraggio di ascoltare il nostro cuore.
Dopo quell’episodio William non si fece vedere per un mese.
Mi giunse quindi una notizia davvero triste, era stato espulso dalla congregazione.
Io piangevo e mi disperavo.
----
Ancora non sapevo chi era veramente William.
Lew e William non si incontravano da un paio di mesi. Il mio caro amico di una vita fu disposto a condurre una personale indagine per sapere quello che i pastori non avevano voluto rivelare sulla identità di William.
Lew scoprì un circolo universitario dove William passava molto tempo. Si recò li per incontrarlo durante la notte di Halloween. Si presentò mascherato da Joker. William era li senza maschera, aveva solo un cerone brillante che lo rendeva simile ad un vampiro.
“Ciao! Vieni spesso in questo posto?”
“Io si, non ti ho mai visto da queste parti. Ci sono anche Bat Man e Robin?”
“Si non li vedi laggiù? Sono miei amici!”
“Che meraviglia! Possiamo fare gruppo? Così carichiamo una zombie a testa!”
William faceva ironia su cose che Lew non riusciva a condividere.
Lew si trattenne dall’esternare il suo disappunto, voleva scoprire di cosa si occupava William, dunque non era il momento di contrariarlo.
“Di che facoltà sei?”
“Psicologia.”
“Il tuo accento non è Italiano.”
“Vengo da New York, sto facendo una tesi di ricerca sul profilo psicologico dei leader nelle sette religiose.”
Lew inciampò.
“Porca miseria, mi è caduto il bicchiere!”
Lew, una volta raggiunto il suo obiettivo, capì che la serata doveva concludersi. Il suo umore agitato lo esponeva al rischio di far comprendere a William il vero motivo della sua presenza.
Passò circa una settimana prima che trovasse il coraggio di parlare a me della sua scoperta.
Non ero preparata ad ascoltare quelle parole.
“Quindi William è stato un’illusione, un inganno. Niente di quello che ho vissuto è vero! Niente!”
Chiesi a Lew di lasciare la mia casa, non sapevo in quale angolo nascondermi, avrei voluto non farmi sentire ma era troppo rumoroso il mio pianto.
In quei giorni il mio fervore per la religione era evidente a tutti. Eppure quell'esperienza mi trasformò progressivamente e ritornai ad una vita indipendente, ripresi con impegno gli studi universitari.
La rivelazione di Lew era però solo il principio della mia ricerca.
Chi era William veramente? La domanda era ancora aperta.
Soprattutto, mi chiedevo se il sentimento che lui dimostrava per me era davvero solo un inganno.
Commenti
Posta un commento