capitolo6
AMICIZIE PERICOLOSE
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Elena
“Ma che le fai a questa ragazza, Lew?”
disse Gisella riferendosi alla amica Elena, mentre si faceva sera, nella primavera del mille novecento novanta nove. Si era formata una compagnia di vari giovani quasi coetanei.
Fra questi giovani le donne erano più numerose degli uomini, come in generale statisticamente erano più numerose le donne fra i membri della congregazione. Fra loro molte erano sposate con un uomo non credente, perché avevano aderito al movimento dopo il matrimonio.
Molti giovani venivano ripresi, per il fatto di aver frequentato persone non appartenenti alla congregazione.
Con il termine “riprensione” si intendeva un provvedimento disciplinare meno grave dell’espulsione: alla persona ripresa non erano consentiti contatti sociali diversi da quelli finalizzati alla spiritualità, come la predicazione e la frequenza alle funzioni. Quindi il disordinato era considerato ancora un fratello spirituale. L’espulso era invece identificato dalla congregazione come una persona “spiritualmente morta”.
Tra gli anni mille novecento novantotto e duemila, Lew frequentò spesso Basilio, figlio di Natale Lunatico. Natale era diventato un proselito dopo aver studiato la Bibbia con papà Antonio, nel mille novecento ottanta due. Basilio, nel duemila, aveva ventidue anni e Lew ne aveva ventisei.
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Lew voleva entrare in un nuovo gruppo di amici. Fu per un po’ ostacolato da una amica di Basilio, una ragazza di nome Deborah.
Deborah passò repentinamente dalla simpatia per Lew a quella per Dario.
Deborah e Dario si frequentarono per pochissimo tempo, lui non era molto convinto di questa unione e lo fece capire bene rivolgendo il suo interesse ad altre ragazze durante un soggiorno estivo in Puglia, alla presenza della “quasi fidanzata” furibonda.
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Lew incontrò Elena, una ragazza Albanese originaria di Tirana e sentì subito un’attrazione per lei.
Quando cercò di avvicinarla, esordì con una gaffe:
“Elena, in Albania ci sono i semafori?”
“Come sarebbe? Ci sono i semafori? Guarda che l’Albania non è mica il Terzo Mondo!”
“Non volevo dire questo, scusa! Sai conosco dei piccoli centri in Italia dove i semafori sono abbastanza rari”.
Lew avrebbe voluto dimostrare di non essere stereotipato, ma riuscì solo a dimostrare ignoranza in merito a questo argomento.
“Beh, ti posso dire che a Tirana ci sono molti più semafori che a Bollate!”
sbottò Elena guardandolo in cagnesco.
Lew cercò di recuperare. Comprendeva che, dopo una battaglia persa, per vincere la guerra può essere una buona mossa ritirarsi temporaneamente.
Elena in quel momento era contrariata e non conveniva insistere con il dialogo.
Passarono un paio di settimane, Elena lo osservava da lontano e Lew se ne accorse.
Per questo non si comportava in modo spontaneo e naturale. Avrebbe voluto dirle che gli piaceva e che avrebbe voluto frequentarla, però Lew viveva e pensava in un modo troppo complicato per esprimersi in maniera semplice e libera.
Sentiva il dovere morale di realizzarsi economicamente prima di cercare una donna. La sua salute non perfetta non rendeva facile questa realizzazione.
Gisella osservava a sua volta le mosse di Lew ed Elena. A volte provava piacere nell’esercitare influenza su l’uno e l’altra: aveva un carattere decisamente forte e dominante.
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Deborah fece amicizia con Alessia e suo fratello Michele, due proseliti di Rozzano.
Alessia dimostrò di avere una certa simpatia per Lew.
Lew incominciava a confondersi. Non avendo ancora definito un rapporto serio con nessuna, divenne incerto ed insicuro.
Anzi, siccome era insicuro non riuscì a definire un rapporto serio con nessuna.
Michele e Lew si accorsero di avere degli interessi in comune. Condividevano la passione per l’elettronica e l’informatica e dialogavano con piacere.
Michele lavorava con successo come tecnico del suono in uno studio di registrazione. Lew invece, continuava a cercare lavoro senza successo, dopo l'esordio della sua malattia.
Venne il momento in cui Lew e Michele smisero di comprendersi.
Michele diede del pazzo a Lew e lo fece di fronte a molte persone che ascoltavano.
Ebbero poi un chiarimento, però la loro amicizia si incrinò.
La ragione della loro ostilità è da ricercare in un fatto avvenuto nell’estate del duemila.
Lew era partito assieme a suo padre per la Sicilia, e passò due mesi e mezzo sull’Isola di Santa Luce.
Invece di godersi il soggiorno in Sicilia dedicandosi al momento presente, mandava messaggi indirizzati alle sue amicizie in Lombardia usando il telefonino. I principali interlocutori erano Gisella, Alessia ed Elena.
Elena e Lew si sentivano spesso per telefono, non si limitavano ai messaggi di testo.
In Agosto, Elena chiese a Lew di incontrarla.
“Ma io sono lontano, adesso come possiamo?”
“Vienimi a prendere, voglio passare un po’ di tempo con te, in questo momento sono sola!”
Lew non sapeva proprio che “pesci” prendere. Nella congregazione non era contemplata l’alternativa di prendere un “frutto di mare” con leggerezza.
Ne parlò con sua madre, la quale andò su tutte le furie.
Lew non aveva ancora dimostrato di saper decidere in modo autonomo.
“Tu sei malato nel cervello! Ma chi è questa Elena, cosa sai di lei? E se ti stesse soltanto prendendo in giro?”
Ora, dopo tanti anni, Lew rammenta le parole di alcuni suoi amici:
“E’ meglio provare una delusione che vivere nel rimpianto!”
Può anche darsi che Serenetta avesse ragione. Però, Lew non lo saprà mai con certezza.
Nel frattempo Lew ebbe una discussione con Alessia, tramite messaggi telefonici. Siccome nei giorni precedenti Alessia smetteva di comunicare, Lew provò a chiamarla. La conversazione prese una piega spiacevole per Lew:
“Scusami Lew, ma io non volevo che tu fraintendessi la mia amicizia!”
Lew allora si sentì solo come mai prima.
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La madre di Lew era ancora a Bollate per lavoro.
In quei giorni Serenetta comunicò a Lew per telefono, dicendo che aveva visto Alessia che si teneva per mano con un ragazzo. La sorella di Lew sostenne in seguito che Serenetta aveva scambiato un’altra ragazza per Alessia.
Lew chiese ad Alessia di essere sincera e di dirgli perché non voleva più sentirlo.
Così si interruppe anche il loro contatto verbale. Lew e Alessia si incontrarono un'ultima volta per caso in un pub, a Milano, dopo un paio di mesi. C’era musica dal vivo e si poteva ballare.
Con sua sorpresa, Lew fu invitato a ballare da Alessia. Lew rifiutò per orgoglio e per risentimento.
Quindi il fratello di Alessia, davanti a Lew e tutti i componenti del gruppo si esprimeva in questo modo, con sarcasmo:
“Secondo te, uno che va a mille chilometri di distanza e realizza di amare una ragazza che abita a Milano durante il viaggio, può essere sano di mente?”
E Lew rispose in modo provocatorio:
“Certamente no! Ma cosa hai mangiato per fare delle battute così acide?”
La discussione finì li, Lew non lo attaccò ulteriormente.
La mancanza di una persona può irrompere quando l’hai persa in un momento inaspettato ma non è detto che sia giusto cercare di tornare indietro per riconciliarsi.
Nel frattempo Elena chiese di nuovo a Lew di uscire con lui. Lew dapprima rimase sorpreso. Sentiva di volere esprimere il suo interesse, ma era spaventato ed insicuro. Elena gli mise quasi in bocca alcune semplici parole, che potevano indicare l’inizio di una relazione, ma Lew non le pronunciò mai.
La settimana dopo erano di nuovo tutti in compagnia. Un ragazzo di nome Davide, del centro di Milano decise di offrire la cena a Elena. Se lo poteva permettere perché lavorava da molti anni ed era una persona responsabile. Aveva motivazioni solide ed era un uomo molto più realizzato di Lew.
Lew capì di avere perso Elena: non la meritava perché era ancora troppo immaturo.
Non fece nulla per impedirlo.
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Quattro mesi dopo, Basilio invitò Lew ad andare alla “fiera della cioccolata”, a Torino.
A metà strada ci fu un cambio di programma: non si andava più alla fiera ma a casa di Elena. La ragione addotta era la pioggia che si stava improvvisamente riversando.
Lew non se la sentì di chiedere di scendere dalla macchina, avrebbe fatto una pessima figura, ma avrebbe voluto scomparire. Scoprì che Elena abitava in un alloggio di proprietà di Davide, destinato alla loro futura vita dopo il matrimonio. Davide prese in giro Lew con una frecciata:
“Mi dispiace per chi non è riuscito a combinare qualcosa di serio nella vita, nemmeno avendo lavorato come analista programmatore!”
guardandolo dritto negli occhi e scoppiando a ridere.
Perché tanta durezza? Davvero non lo comprendeva.
Probabilmente il modo in cui Elena guardava Lew infastidiva e disorientava Davide .
Forse Lew aveva bisogno di questa esperienza e di confrontarsi con il successo di Elena e Davide. Basilio, con quell’invito, era stato solo il tramite di questo confronto.
Lew si fermò a riflettere: chi era rimasto intorno a lui? Gisella, forse? Oppure Alessia?
L’ombra di Gisella
Vi racconterò di una forma di fantasia, a volte piacevole e a volte spaventosa, che prese il sopravvento confondendosi tra frammenti di realtà.
Presero vita, nella mente di Lew, personaggi e situazioni immaginari, che il sole spazzò via come la nebbia di Milano.
È difficile dire cosa si nascondesse dietro questi pensieri, tuttavia questi sembravano alimentati da una fonte di energia che in certe circostanze si può controllare ed usare per uno scopo sano.
Una grande forza esplose dentro Lew, producendo dei danni, dopodiché il ragazzo cercò di capirsi e accettarsi.
Fra cumuli di macerie trovò il materiale per costruire un nuovo ambiente in cui vivere.
Intanto però, si aprirono pericolose stanze della mente di cui vi voglio raccontare per sommi capi il contenuto.
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Lew aveva 21 anni. Da un anno lavorava in una software house come programmatore.
Nonostante avesse raggiunto l’età della presunta consapevolezza, l’idea di battezzarsi come proselito lo metteva in crisi e non sapeva prendere una decisione.
Serenetta venne a conoscenza del fatto che a Lew piaceva una ragazza battezzata di recente nella congregazione, ma cresciuta come cattolica.
Si chiamava Gisella, la stessa amica di Basilio e Deborah che giocò a fare la regista nella scena della storia finita sul nascere tra Lew e Elena, scena che ho già descritto.
Gisella aveva un fisico asciutto e si muoveva leggera mentre il suo intenso sorriso, che irradiava da piccoli occhietti, colorava di felicità il disegno di un'esistenza non sempre facile.
Lew vide la ragazza per la prima volta in un luogo di culto.
Una folla di persone era attorno a lei per complimentarsi del suo recente traguardo nella fede. Con semplicità, Gisella trasmetteva allegria a chi si avvicinava a lei. Lew ne aveva sentito parlare, e prima di incontrarla si accese la sua curiosità. Nel vederla rimase colpito, tanto che nei giorni successivi incominciò ad emozionarsi intensamente.
Serenetta era preoccupata per l’interesse provato dal figlio.
“Lew! Tu sai che Gisella aveva un ragazzo quando era nel mondo, vero?”
“Si lo so.”
“Non pensi che Gisella possa avere avuto delle relazioni?”
Lew non aveva mai ponderato questa eventualità, e fino ad allora credeva che non fosse importante. Tuttavia era estremamente ansioso e insicuro.
Si insinuò quindi nella sua mente un pensiero inutile quanto dannoso.
La madre di Lew voleva proteggerlo da una possibile sofferenza emotiva, avendo intuito che Gisella avesse il cuore “impegnato” con un altro ragazzo.
“Il fatto che Gisella sia stata fidanzata in precedenza, mi lascia indifferente oppure no?”
pensava tra se e se Lew.
Lew non accettava pienamente le parole della madre, ma era frenato all’idea di dissentire. Credeva che una ragazza single dovesse considerarsi libera anche da qualsiasi genere di esperienza passata, tuttavia un “tarlo” (o pensiero negativo) aveva preso la residenza nella mente di Lew.
La vera libertà svincola dal giudizio altrui e anche da strascichi emotivi, ma non è detto che sia facile da raggiungere.
Lew intendeva il concetto di relazione diversamente dai suoi genitori. Viveva con una percezione negativa quella che ora chiama “la religione del conformismo”. Il suo “modus” era quello di chi voleva fuggire ma aveva paura di scoprire cosa c’è oltre la porta di uscita.
Nel mentre, Gisella non aveva mai chiuso la porta del suo cuore nei confronti del suo ex fidanzato.
La gelosia non dominava il carattere di Lew, considerava tale qualità il miglior ambiente di vita dell'ignoranza. Lew si poneva invece questo problema:
“Mi conformerò al pensiero dei miei genitori?”
La risposta a questo quesito ebbe implicazioni ad ampio spettro su una serie di convinzioni, che attualmente Lew considera limitanti.
Per i membri della congregazione la verginità prima del matrimonio è un valore di purezza morale a cui non dovrebbe rinunciare nessun uomo e nessuna donna. Chi pecca può in seguito pentirsi e vivere un'esperienza considerata pura dal punto di vista morale, dopo aver però espiato con una penitenza umiliante ed emotivamente dolorosa.
Questo accade invariabilmente a ragazzi e ragazze, senza distinzioni di genere.
Lew affrontò l’ingresso nella vita adulta con fatica. Cercò di trovare se stesso e per questo incontrò l'opposizione della congregazione e dei genitori. Voleva vivere in modo autentico, nonostante avesse subito un condizionamento.
Ciononostante, viveva nel timore del giudizio divino e del giudizio dei genitori. In un'anima divisa, il timore era tanto grande da influire persino sui movimenti fisici del ragazzo.
Lew vedeva Gisella ogni fine settimana insieme a tanti amici proseliti, fra loro c’era anche Massimo, il suo ex fidanzato.
Massimo era diventato proselito un anno prima di Gisella. Quando apprese che il fidanzamento nella congregazione era una cosa molto seria e aveva ragione di essere solo in vista del matrimonio, decise di lasciare Gisella. Inscenò una specie di crisi emotiva, una insicurezza per non apparire insensibile agli occhi di lei.
Lew era venuto a conoscenza di queste cose ma non ne volle tenere conto.
Gisella era una ragazza molto in gamba. Aveva frequentato con profitto l’istituto commerciale e lavorava come ragioniera in uno studio amministrativo.
Tuttavia era sentimentalmente insoddisfatta e diceva di essere molto stressata.
Alcuni ragazzi riferirono a Lew che Gisella sperasse di tornare con Massimo, sebbene avesse paura di essere nuovamente da lui presa in giro.
La ragazza era molto intelligente ed anche molto sensibile. Credeva molto nel valore dell’amicizia.
Gisella amava intrattenersi con Lew isolandosi dal resto del gruppo per esternare i suoi sentimenti. Lew con le sue parole la incoraggiava, il cuore di lei però batteva per Massimo.
Lew era un ottimo amico ma niente di più, era nella cosiddetta “friend zone”.
Una sera del Maggio mille novecento novanta sei, Lew andò a prendere Gisella e una sua amica con la macchina, dopo di che raggiunsero il resto del gruppo.
Massimo fece una scenata di gelosia, si sentiva ancora legato a lei eppure non voleva impegnarsi seriamente.
Massimo divenne ostile nei confronti di Lew. Non lo stimava affatto, e si coalizzò con Orlando Rights per ridicolizzarlo.
Orlando era irresistibilmente attratto dall’idea di deridere Lew, però lo avvertì:
“Lew, devi stare attento! Gisella ama Massimo! Il mondo è pieno di donne, non rovinarti con una inutile delusione!”
Lew non volle ascoltare pensando, che in fondo Orlando stesse favorendo Massimo.
Nel mentre si logorava emotivamente con pensieri inutili.
Decise di parlare a Gisella.
Erano a cena insieme ad amici in un ristorante di Milano quando Lew le parlò, esternando quello che provava veramente. Si isolarono un istante dal gruppo:
“Gisella, io vorrei frequentarti più spesso da solo e conoscerti meglio.”
Fu fermato da Gisella.
“Lew! Ho capito tutto! Fermati: ti dico che il fatto che tu ti interessi a me mi lusinga, ma io ti considero un amico e niente di più. Un caro amico devo dire, purtroppo però io ho avuto di recente una delusione dall’amicizia e dall’amore e non mi sono ancora ripresa. Mi dispiace farti soffrire, vorrei però che io e te rimanessimo amici, se tu ce la facessi senza più fraintendere. Te la senti?”
“Si certo, me la sento”.
Si vedeva che Lew stava soffrendo e Gisella era preoccupata. In quell’istante arrivò Massimo:
“Perché siete da soli?”
Gisella si giustificò con una scusa e ritornò al suo posto a sedere.
Lew la vide un paio di volte nei successivi week end e poi si persero di vista per alcuni anni.
Nei mesi successivi, il lavoro diventava per Lew sempre più pesante, rari erano i momenti in cui riusciva a divertirsi, la stanchezza nervosa stava prendendo il sopravvento. L’importanza e il valore che dava al lavoro gli impedivano di considerare gli effetti sulla salute di un comportamento scorretto.
Era allo stesso tempo spaventato da tutto ciò che potesse significare lo stress: aveva paura di soffrire come durante la crisi di ansia e panico avvenuta quando frequentava l’università. Pregava Dio ogni giorno per non far accadere un simile fatto di nuovo nella sua vita.
Paradossalmente la fuga dallo stress era essa stessa un elemento attrattore dei suoi effetti. L’energia negativa accumulata non era scaricata in nessun modo.
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L'ombra di Marlene
Si avvicinarono le vacanze estive del mille novecento novanta sei. Lew trascorse il mese di Agosto sull’Isola di Santa Luce che allora era frequentata da molti turisti.
Molti di loro erano proseliti e soggiornavano in un residence costruito da Francesco Calatafimini, un membro della congregazione dell’Isola.
Il residence ospita tuttora il luogo di culto.
Lew fece amicizia con un ragazzo di nome Alex, di origine Siciliana, cresciuto a Pisa.
Gli presentò Marlene, una ragazza tanto bella quanto fragile.
Dopo pochi giorni Alex si rivolse a Lew:
“Lascia perdere quella ragazza, non è fatta per te!”
Lew seguì il suo bisogno. Il suo istinto gli diede un consiglio che lo avrebbe fatto soffrire ma anche crescre. Fu attratto non dalla luce ma dall’ombra di Marlene.
“Ciao io mi chiamo Lew!”
Marlene esitava a rispondere. Era bella ma camminava goffamente su quel tacco dieci che la portava a superare il metro e ottanta.
Presero un appuntamento nel centro storico dell’Isola e si frequentarono per due settimane, dopo di che tornarono al Nord per andare a lavorare.
Per due settimane parlarono della vita che avrebbero voluto avere. Era chiaro che non facessero il dovuto per afferrarla e viverla nel presente.
Marlene entrò nella vecchia Fiat centoventiquattro color grigio chiaro del padre di Lew. Lei, a mezz’aria, prima di arrivare sul sedile, disse:
“Quando torniamo a Milano ci possiamo incontrare di nuovo?”
Lew fece una strana faccia di stupore e lei:
“Non pensare male però!”
“Stai tranquilla, non penso male, è bello avere dei nuovi amici!”
Arrivarono nel centro storico e poi passeggiarono per un po’ chiacchierando.
Marlene, per non far sembrare un papero Lew di fronte a lei, calzava delle paperine. Quindi Lew divenne quasi alla sua altezza.
“Marlene che tipo di musica piace a te?”
“A te?”
“A me piacciono quasi tutti i generi. A te Marlene?”
“Pure a me.”
“A me piace molto la disco-music, Marlene.”
“Anche a me piacciono le discoteche, Lew.”
“Però io in discoteca non ci sono mai andato.”
“Scusa! Mi sono espressa male, nemmeno io vado mai in discoteca!”
Qualcosa non quadrava perfettamente. Lew pensò:
“Qui ci deve essere un imbroglio, sarà!”
Si persero in alcuni discorsi a loro dire “spirituali”, che però di spirituale avevano ben poco.
Marlene attendeva la fine del mondo con ansia, non sopportava più questa vita. Confidò che aveva già meditato più volte il suicidio, solo non aveva avuto il coraggio di metterlo in atto. Disse che aveva visto un film che trattava il complesso tema della schizofrenia paranoide, ed era uscita da quella esperienza con estrema ansia.
“Ho paura delle malattie mentali Lew! Lo stress può provocare queste cose!”
“Lo so Marlene, ma non dobbiamo avere paura, noi abbiamo Dio che ci protegge e una meravigliosa speranza per il futuro!
Dopo la fine ci sarà un magnifico nuovo mondo di pace e giustizia!”
Marlene sosteneva che parlare con Lew era confortante e rassicurante. Nei quattro mesi in cui la frequentò Lew cercò di esprimere amore per lei, ma il suo concetto implicava un bene trasmesso mentre andava consumandosi. Quello non era amore, era paura della solitudine.
Lew era una “candela” che si stava spegnendo lentamente.
Il suo tepore scaldava il cuore di Marlene, ignara lei che sarebbe durato troppo poco. Avrebbe avuto bisogno di un’altra “candela” allorché il tepore di Lew si fosse estinto?
Lew si confidava con una terza persona, suo cognato Tom.
Tom cercava il bene di Lew, ma lo invitava a correggere il suo percepire sostituendo “pensiero errati” con “pensieri corretti”, senza capire quale energia fosse coinvolta.
Tom sembrava un sostenitore della psicologia cognitiva che definisce il paradigma HIP (Human Information Processing) secondo il quale l’uomo è un “elaboratore di informazioni e conoscenze dotato di risorse limitate”, praticamente un “sistema” che per “funzionare” bene ha bisogno di essere governato da corrette “procedure”.
Lew invece aveva studiato informatica e poteva comprendere questo genere di argomentazioni. Tuttavia, voleva imparare a vivere senza fare programmi troppo stringenti per il suo futuro.
Lew non era ancora abbastanza maturo per affrontare una storia sentimentale, mentre la ragazza nutriva delle importanti aspettative. Inoltre, Marlene cercava un contenitore in cui versare la sua ansia.
Lew aveva anche bisogno di divertirsi, ma non ci riusciva perché la sua mente era costellata di inutili pesi.
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Arrivò l’ottobre del mille novecento novanta sei:
“Lew, ma tu fai sul serio o vuoi soltanto divertirti con me?”
Erano nel centro di un parco, ingiallito dalle foglie autunnali e passeggiavano. Rispose:
“Sono serissimo, di divertimento ne ho avuto abbastanza.”
“Caro Lew, io non mi sono mai divertita con nessuno! Sai cosa vuol dire questo, non è vero?”
“Certo, Marlene!”
Stava dicendo che non aveva mai avuto una relazione e non intendeva averne prima del matrimonio? Chissà, ad ogni modo Lew intese così. Questo in parte lo rassicurava, ma si chiedeva se questo fosse importante per lui e, inoltre, se fosse sufficiente.
Come "capire" se una persona è una compagna ideale? In realtà certe cose possono "accadere" e se ciò avviene è una cosa che se si può "sentire".
Purtroppo Lew continuava a logorarsi e si vergognava di mostrare quanto fosse insicuro.
I valori trasmessi a Lew avevano lasciato una impronta ambigua. Nasceva dentro di lui un desiderio di ribellione. Tale ribellione lo avrebbe fatto uscire dal nucleo familiare di origine. Aveva bisogno di una maggiore resilienza, per liberarsi da dogmi, che in modo palesemente contraddittorio avevano permeato la sua mente dai primi anni dell'infanzia.
Marlene telefonò mentre Lew era sul lavoro:
“Lew, ho bisogno di parlarti con urgenza. Possiamo vederci questa sera? Molti ci hanno visto insieme e dobbiamo prendere una decisione seria.”
Lew si preparò con grande entusiasmo per dirle che l’amava e non l’avrebbe mai lasciata. Si incontrarono e incominciarono a parlare davanti ad un piatto di pasta e una birra.
“Lew, io non so come dirtelo!”
“Te lo dico io Marlene!”
“No fermati! Io ti voglio molto bene ma non sono ancora sicura di amarti!”
Quindi non voleva parlare di una decisione presa, ma dell’ansia che questa ipotesi comportava. Quest’ansia la portò a una crisi evidente.
Lew cercò di incoraggiarla, di comprenderla, di aiutarla, era abile con le parole. Lew era la “causa percepita” di questa ansia e quindi Marlene voleva che fosse lui a risolvere i problemi che ne derivavano.
Marlene reagì dicendo che Lew per lei era una persona speciale, e che sperava di potere presto dirgli che lo amava. Passavano però le settimane e lei non si decideva.
“Marlene io ti amo e ti voglio un mondo di bene!”
“Anch’io ti voglio un mondo di bene Lew! Ma non so ancora se ti amo. Io in questa storia non riesco ad ingranare la quarta. Ma non voglio neanche fare inversione di marcia, sono sicura che presto le cose cambieranno.”
Passarono alcune settimane.
“Lew, ormai tutti sanno che stiamo insieme! Dobbiamo deciderci!”
Si incontrarono nel solito parco, le foglie erano tutte cadute a terra.
“Marlene cosa mi dici?”
“Dobbiamo aspettare ancora qualche settimana. Amore è una parola impegnativa.”
Si vedevano tutti i Sabati e le Domeniche, passavano il pomeriggio e la sera insieme. Lew aspettava che nel cuore di Marlene nascesse quella scintilla, che si accendesse il fuoco dell’amore. Mentre aspettava, però, si faceva un'idea pessima del carattere di Marlene, la riteneva debole. Dava ancora a quel sentimento il nome “amore”, ma aveva paura di non essere abbastanza forte da aiutare lei, così debole, fragile e insicura.
La candela si stava estinguendo, il tepore e il raggio di luce di una piccola fiammella stava per lasciare il posto al freddo di un lungo inverno, nella penombra.
Questa volta non era il corpo di Lew a soffrire, ma la sua anima.
Sveglia alle sette, otto e trenta sul lavoro.
Aveva terminato da poco un lavoro impegnativo senza commettere quasi nessun errore in merito al programma di tesoreria, ed il suo capo progetto Umberto Fracasso lo aveva elogiato.
Non c’era neanche un attimo per respirare però, era atteso subito un altro lavoro. Si sentì perso, a fine giornata si rese conto di non aver neanche impostato l’attività, non aveva più la forza di pensare.
Si diresse a casa di Marlene. Lei vide la strana luce dei suoi occhi e si spaventò.
Incominciò a massaggiargli le tempie, a scuoterlo e poi urlò:
“Cosa ti sta succedendo Lew?”
“Ascolta Marlene, forse è meglio che io vada a casa a dormire, il film guardalo sola, vedrai che domani starò bene.”
Lew si mise su strada, nel silenzio della sua macchina cercava aiuto e lo chiedeva a Dio, probabilmente lo stesso Dio che gli evitò un incidente in almeno tre occasioni in tangenziale.
In mezzo a quel panico, si rivolgeva a Dio così:
“Se la lascio muore ma se continuo così muoio io! È da quattro mesi che ascolto solo miserie!”
Arrivò a casa, dove Serenetta che lo stava attendendo con preoccupazione gli disse che Marlene aveva già chiamato tre volte.
Mise un piede in casa e squillò il telefono, era di nuovo Marlene:
“Lew, mi hai piantato in casa come una cretina! Cosa vuol dire guardati il film sola? Tu mi vuoi lasciare! Ce l’hai il coraggio di dirmelo?”
“Ascoltami Marlene, ti prego! Io non ci sto più con la testa, ho accumulato troppa tensione!”
“Verrai Sabato? Ti ricordi che dobbiamo annunciare in famiglia il nostro fidanzamento?”
“Non lo so.”
“Fatti vedere di nuovo da queste parti Lew, così ti mollo un cazzotto in faccia!”
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La valle della profonda ombra
Il panico divenne terrore e poi una sensazione di morte.
Lew cercò di dormire, ma era troppo tempo che non ci riusciva più. Mentre si dorme si sogna e si vedono oggetti immaginari, lui con gli occhi aperti sognava e vedeva ciò che lo spaventava e a volte ciò che desiderava ardentemente.
“E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Har- Maghedon” – Apocalisse capitolo XVI, verso XVI.
Era stato insegnato a Lew che questo passo della Bibbia indica l’imminente fine del mondo, a cui sarebbe seguito il giudizio universale. Lew, caduto in uno stato di malattia, si convinse che la fine era arrivata. Tutte le immagini che percepiva, improvvisamente divennero “simboli”.
Arrivò una telefonata perché era mancata una cugina di Serenetta. La mente di Lew era chiusa in un circolo vizioso fatto di terrore, i dialoghi tra Serenetta e sua zia entrarono in questo circuito subendo una pericolosa distorsione. Lew pensava che i genitori gli nascondessero la verità e che Marlene si fosse tolta la vita.
Incominciò a sentire e vedere cose che gli altri non vedevano.
Credeva che in televisione apparissero personaggi che parlavano e interagivano direttamente con lui.
Di notte sentiva voci che gli sussurravano nelle orecchie messaggi contraddittori e malefici, gli ordinavano di farsi del male.
Queste voci dicevano che come Gesù ha dato la sua vita perfetta in cambio di molti imperfetti, Lew avrebbe potuto riscattare la vita di una sola persona che valeva quanto la sua. Lew si convinse dunque di poter riscattare la vita di Marlene.
Nella realtà Marlene lo aveva isolato, giustamente, mettendo se stessa al sicuro.
Marlene pensava, come gli stessi medici asserivano, che Lew non si sarebbe mai più ripreso.
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Lew cercò di tagliarsi le vene ma non era più lucido e si fece solo dei graffi.
Qualcosa, non saprei dire cosa esattamente, stava suggerendo a Lew uno scambio, come avviene fra i prigionieri di guerra. Ma era una spaventosa trappola, un inganno della mente.
Finì al reparto di psichiatria, in una gelida serata di Dicembre.
Restò senza farmaci per un giorno, poi il primario del reparto in base al suo comportamento e alle sue dichiarazioni impostò un piano di cure. Ci provarono con vari farmaci. Le sue allucinazioni, iniziate dopo aver abusato di ansiolitici scaduti, lasciati da tempo in una credenza, nel vano tentativo di contenere una fortissima ansia, peggiorarono a dismisura.
Prima di entrare in ospedale, era convinto che i fuochi d’artificio a capodanno fossero bombe che esplodevano, che fosse scoppiata una guerra, la fine del mondo predetta dall'Apocalisse.
Non parlava chiaramente di quello che percepiva, ma era penoso osservare come stesse davvero vivendo quelle emozioni e la luce dei suoi occhi era spaventosa.
Serenetta ebbe un momento di rabbia misto a panico e disperazione e forse altro ancora:
“Lew i rumori che senti fuori sono dovuti a una giornata di festa! Ti sto pregando Lew! Se pregassi Dio, come sto pregando te, forse adesso davvero mi ascolterebbe!”
Serenetta non sapeva più cosa fare per farlo risvegliare ed aleggiava vicino a lei lo spettro di una possibile morte prematura del ragazzo.
Intanto Lew percepiva tutto, ma gradualmente perdeva qualsiasi capacità di reazione. Così Serenetta si arrendeva alla sua impotenza e consegnava suo figlio al mondo della psichiatria, sperando che un medico potesse salvare una vita, che tuttavia non sarebbe più stata quella che avrebbe potuto essere.
In televisione Lew vide il funerale di Marlene e poi diversi talk-show dove si parlava del reato di “istigazione al suicidio”.
Lew pensava di averlo commesso per la prima volta ad otto anni, ai danni del nonno paterno, e di averlo commesso di nuovo in quei giorni ai danni di Marlene, che secondo questa paranoica convinzione non sarebbe riuscita a difendersi.
Lew credette di vedere il suo nonno paterno, nel reparto di psichiatria. Passeggiava lungo il corridoio principale e non parlava. Aveva un’espressione di stupore, guardava con aria investigativa, il suo sguardo era quasi provocatorio, sembrava che volesse spronarlo dicendo:
“Ce la farai ad uscirne fuori?”
Il fatto di percepire la presenza del nonno, contraddiceva le credenze abbracciate dal ragazzo fino a quel momento. La congregazione insegna che la morte è come un sonno profondo, dal quale Dio può far risorgere chi è degno in vista di un giudizio dopo il quale segue o la vita eterna o la seconda morte dalla quale non c’è più ritorno. Nonostante la malattia, Lew si accorse di questa dissonanza e da questa rimase sconvolto.
Lew credette anche di vedere il nonno di Marlene, un uomo molto alto dai lunghi capelli color neve, il quale disse:
“Tu vorresti salvare Marlene? Morendo forse? Tu non devi avere il coraggio di morire, devi avere il coraggio di vivere! Non devi aspettare che qualcuno costruisca un nuovo mondo, devi lasciar emergere ciò che hai dentro! Vivi la tua vita tranquillo!”
Lew aveva creduto di aver commesso il cosiddetto “peccato imperdonabile” per non aver dimostrato abbastanza fiducia in Dio. La fine del rapporto con Marlene era secondo Lew una conseguenza del suo “peccato”.
La creduta presenza del nonno di Marlene con quelle parole lo influenzò molto, gli suggerì una realtà che non volle svelare per molto tempo.
I medici diagnosticarono delle allucinazioni, che in seguito Lew interpretò come dialoghi, intrisi di simboli, tra lui e il suo stesso inconscio.
Provarono un altro farmaco, che fece l’effetto sperato.
Le allucinazioni e i deliri scomparvero quasi.
Fu dimesso dopo settanta giorni di degenza. Il mondo fuori non era cambiato, Lew invece era un’altra persona.
Non volle abbandonare la congregazione, perché non era ancora pronto ad affrontare gli effetti sociali di una rivoluzione personale. La sua fede era comunque gravemente compromessa.
Cercava di capire se quello che aveva visto e sentito aveva un senso o era solo frutto di uno squilibrio chimico, di un’anomalia della mente.
Ci sono varie teorie, in ambiente scientifico, che cercano di spiegare la genesi delle psicosi.
La medicina afferma che la causa biologica delle psicosi sia sconosciuta, tuttavia l’uso di alcune sostanze psicoattive può avere un effetto benefico. La genetica può rendere più o meno predisposti ma non è mai prevedibile con certezza l’effettivo esordio di malattia.
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Il buio entrò nella vita di Lew.
Fino ad allora aveva condotto una una vita normale, con diversi interessi, nonostante il profondo stress.
Ora le cose erano cambiate, era considerato “malato di mente” ed era in cura presso un centro di salute mentale.
I medici per almeno due anni preferirono non somministrargli antidepressivi, perché a loro dire avrebbero peggiorato le sue condizioni. Lew aveva bisogno di ristabilire l’equilibrio, non semplicemente di superare una depressione.
Nel mille novecento novanta nove Lew cominciò ad assumere un anti psicotico di nuova generazione. Stava meglio, ma permaneva una leggera depressione cronica. Era emotivamente instabile e dormiva decisamente troppo.
Era spaventato dall’idea di un impegno lavorativo costante e dava la colpa del suo esordio psicotico a cose che non erano assolutamente implicate.
Intanto Lavandri, il proprietario della Software House che gli dava lavoro, decise di licenziarlo.
Le motivazioni di Lew crollarono almeno per due anni, due lunghi anni in cui tutto fu inutile.
Passava il tempo a dormire, non aveva interessi seri. Continuava però ad uscire con gli amici nei week end.
Nel mille novecento novantotto gli era stato suggerito di rivolgersi ad uno psicanalista, integrando la terapia farmacologica con la psicoterapia .
Contattò una terapeuta, la quale dopo otto sedute affermò che grazie alla terapia farmacologica che assumeva non si ravvisavano segni di malattia evidente nel comportamento. Gli suggerì però di imparare la tecnica del training autogeno, per riuscire ad alleviare la tensione e lo stress.
In quel periodo, interruppe le sedute per un mesetto, per andare insieme al padre in Sicilia. Ritornando a casa a Milano, dimenticò di portare le sue medicine. Rimase qualche giorno senza prendere farmaci.
Questo fu sufficiente a provocare una nuova tragedia.
Si alzò in una notte di inizio Aprile, percependo voci “demoniache”: si affacciò alla finestra e al posto delle normali luci vide dei bagliori e una forma di “energia” che esalava da terra e si innalzava verso il cielo, chiamò i genitori spaventato terribilmente.
Lew teneva un quaderno con degli appunti che insegnavano le tecniche del training, lo bruciò e le voci non ci furono più, tutto tornò calmo.
Credette di essere stato vittima dello spiritismo, sulla base di quello che leggeva negli articoli della principale rivista della congregazione.
Il periodico, diceva senza dire, teneva le distanze dalla propria stessa posizione. Creava panico in chi già soffriva.
La scienza chiama queste cose “scariche nervose” o “scariche emotive” in relazione al training.
La crisi di astinenza dai farmaci, innescò la reazione. La scarica nervosa può diventare allucinazione nel soggetto psicotico e questo è quello che realmente accadde. Per questo motivo il training non è adatto a tutti.
Ci volle un nuovo ricovero e una terapia mirata, in particolare per la depressione.
Lew si riprese bene nuovamente.
Ritornò ad affrontare colloqui di lavoro, ma rifiutava ostinatamente l’offerta di lavorare ancora come programmatore.
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Nel mille novecento novanta nove, riuscì a ottenere nuovamente un lavoro.
Nell’autunno dello stesso anno, venne contattato da due aziende. Erano l’Alenia divisione Aerospazio e la Ainatac S.p.A.
La Ainatac S.p.A. fu un’appaltatrice pubblica che eseguiva lavori nel campo dell’industria edile, fino al duemila cinque, anno in cui chiuse la sua attività. Entrambe cercavano un sistemista informatico.
Durante il colloquio con l’Alenia, Lew si presentò come membro della congregazione e affermò di non poter accettare lavori che avessero a che fare con applicazioni militari. Questo, credo, lo accompagnò verso l’uscita. Invece, alla Ainatac tutto filò liscio e fu assunto dopo due giorni dal colloquio con l’Ingegner Moschini, amministratore delegato dell’azienda, costituita per la prima volta dalla famiglia Moschini nel 1860.
In quegli anni andava regolarmente a predicare l’imminenza della fine del mondo, con Paolo Lupacchiotto, un simpatico ragazzo più grande di lui di alcuni anni.
Si confidò con lui:
“Ho ancora il senso del dovere, ma sulle motivazioni sono davvero confuso, mi sento stanco senza una ragione evidente.”
“Non dire così Lew, sì che lo sai!”
Paolo si accorse che Lew stava scivolando nuovamente nel male oscuro. Il giorno dopo Lew si svegliò esausto, andò lo stesso a lavorare ma i pensieri erano sempre più cupi. Chiamò la dottoressa Lupis, un medico del centro di salute mentale di Bollate.
“Dottoressa, ho paura: mi sento in pericolo!”
queste parole provenivano da uno dei bagni della Ainatac. Si rendeva conto che il malessere stava prendendo il sopravvento: volontà e attaccamento alla vita stavano per soccombere.
“Stai tranquillo Lew, cerca di controllarti, vai dal tuo capo e digli che non ti senti bene. Te la senti di arrivare a Bollate?”
“Si, dottoressa penso di farcela.”
“Allora Lew, vieni subito, ti aspetto!”
Telefonò anche ai suoi genitori i quali non si aspettavano di trovarlo in quello stato e si spaventarono tantissimo. Voleva minimizzare, ma non resistette a prorompere con parole sconvolgenti. Disse che salendo sul treno per andare al lavoro aveva provato l’istinto di buttarsi sotto le rotaie con il treno in corsa.
La dottoressa Lupis:
“Riesci a trovare una motivazione per questo pensiero?”
“No dottoressa, non riesco a capirlo.”
“Cerca di controllarti Lew, hai bisogno di un ricovero, imposteremo una cura contro la depressione in un ambiente protetto.”
Lew venne ricoverato nel centro crisi di Bollate. Alla cura, venne aggiunto per la prima volta un antidepressivo, si riprese in fretta ma venne tenuto in osservazione per un mese.
Nel frattempo, ci furono due inaspettati incontri.
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Maria Teresa
In ospedale Lew incontrò una giovane di nome Maria Teresa.
La ragazza era simpatica e solare. Aveva lunghi capelli biondi e occhi dal colore blu molto espressivi. Era bella e Lew sentiva un’attrazione per lei, tuttavia molti aspetti della vita di lei, che ebbe modo di conoscere per sentito dire, non lo convinsero ad approfondire la frequentazione. Inoltre non era ancora preparato a contrapporsi in modo deciso alla sua famiglia e alla congregazione, in quanto frequentare una ragazza “del mondo” era da loro considerato un peccato contro Dio.
Tuttavia, finché fu ospite del centro crisi si trattarono come se fossero fidanzati. Forse Lew pensava di poter nascondere il suo “peccato”, ma non aveva fatto i conti con il senso di colpa che di li a poco sarebbe esploso, fino ad indurlo ad una confessione spontanea.
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Il dialogo fra i due incominciò dopo una crisi di pianto della ragazza.
Lew pensò che consolarla fosse una cosa buona e giusta. Si ritrovò dopo due minuti tra le sue braccia e ci fu un bacio, poi lei scappò via nella sua stanza. La sera, dopo cena, lei venne a cercarlo.
Improvvisamente divenne solare, non sembrava più depressa.
Guardarono un film insieme. Ci furono altri baci.
Gli chiese:
“Adesso cosa ti piacerebbe fare?”
Lew esitò e subito dopo Maria Teresa disse:
“Ora ho sonno, ci vediamo domani.”
Dopo alcuni giorni, lei gli chiese se voleva fare l’amore. Lew aveva paura di essere scoperto dai membri della congregazione e cercò una scusa:
“Non temi di rimanere incinta?”
“Ma dai Lew, cosa dici?”
In realtà Lew aveva anche paura delle malattie sessualmente trasmissibili, perché lei parlava liberamente di numerosi “amici” con i quali aveva relazioni.
Maria Teresa propose di usare un preservativo. Lew di nuovo esitò, si sentiva in colpa, perché credeva in un Dio dalle rigide regole, un Dio giudicante.
In un freddo pomeriggio del Gennaio duemila uno, mentre entrambi potevano usufruire di permessi per passeggiate, lei gli chiese compagnia. Lungo la strada che percorsero c’erano tre farmacie, ma non si fermarono mai, lui tirava dritto e lei lo seguiva.
Maria Teresa era divertente e anche dolce, sensibile. Tuttavia l’insicurezza di Lew fece morire l’interesse reciproco.
Lew aveva incontrato nello stesso periodo una proselita di nome Pamela che conosceva da molti anni.
Lew sperava che Pamela si interessasse a lui.
In quei giorni la depressione sembrava scomparsa come nebbia al sole. Ragionava di nuovo in maniera propositiva, anche se le proposizioni non sempre erano coerenti. Mentre Maria Teresa scriveva una lettera che diceva senza dire e parlava in modo vago e indiretto di “amore”, Lew le disse che potevano essere solo amici e avrebbe provato a conquistare il cuore di Pamela.
“Ma se non la conosci per nulla?”
“Avrò tutto il tempo per conoscerla” le rispose.
Non era più depresso, ma secondo me era matto da legare perché continuava a fuggire di fronte ai momenti di felicità che la vita ti pone di fronte. Lew mi sta osservando in questo momento mentre scrivo, senza opporsi: questo la dice lunga sul suo cambiamento.
Ci fu una frequentazione con Pamela.
La loro relazione divenne ben presto un tira e molla esasperante. Lew, in questo caso, non si ammalò nel fisico, nonostante fosse esordito un impegnativo “combattimento”.
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L’irrequietezza di Pamela
Lew ricorda bene il giorno in cui conobbe Pamela.
Quel giorno apparteneva a molti anni prima. Lew aveva dieci anni, mentre Pamela ne aveva diciotto.
Pamela era una ragazza dolce e premurosa. Era tanto più grande di Lew, lui era ancora un bambino. Nessuno si sarebbe aspettato che un giorno si sarebbero frequentati.
La loro relazione fu travolgente ma fuggì via in un istante come un lampo.
Lew visse questa storia in modo ambiguo. A volte pensava che stare insieme a lei fosse inutile, a volte sentiva l’irrefrenabile desiderio di cercarla. Lui volò via nel cielo della vita, per poi trovare rifugio in un’altra gabbia.
Lew non pensò mai più di tornare da lei ma trovò l’immagine del suo “spirito” in altre persone con le quali condivise un ruolo simile.
La loro relazione fu carica di passione e di tensione. Separandosi si dissolsero tante amicizie e si fece posto per nuove frequentazioni. Dalle macerie sorse qualcosa di nuovo.
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Pamela passeggiava sul terrazzo della casa di Lew sull’Isola di Santa Luce e si rivolgeva a sua sorella con queste parole: “Questo ragazzino è un po’ antipatico”. Lew era attratto dai suoi modi di fare, dai capelli corvini e bei lineamenti, un corpo ben fatto. Per lui era grande, irraggiungibile.
Pamela era molto ostinata e si impegnava duramente per le cose che desiderava.
Aveva un difetto: se gli altri le sbarravano la strada faceva delle scenate plateali. Cercava di spaventare gli altri manifestando un malessere ipocondriaco, un male oscuro e misterioso, si comportava come farebbe una bambina.
Quando Lew incontrò di nuovo Pamela lui aveva ventisette anni e lei ne aveva trentacinque. Pamela aveva conosciuto molte persone, sapeva comportarsi nonostante il suo episodico disagio. Lew arrivò a credere il suo comportamento in parte pilotato o simulato.
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Mentre Lew era ricoverato per una depressione, nel duemila uno, poteva uscire per un paio d’ore al giorno. Si stava riprendendo abbastanza bene.
Pamela passeggiava lungo le vie di Bollate, impegnata nella predicazione. Si trovava in Lombardia in visita dallo zio Enric Lecònt.
Pamela sognava di sposare un uomo che un giorno diventasse molto importante fra i proseliti, una persona dotata di intelligenza e fortemente motivata.
Pamela si accorse di Lew e di lui scriveva nel suo diario da mesi. Lew inizialmente non capì nulla. Poi quando uscì dall’ospedale realizzò che qualcosa era cambiato. Lei si intrattenne in Lombardia per alcuni mesi. Questo fu sufficiente a far scoccare l’interesse tra loro due.
Lew era prossimo ad essere dimesso dall’ospedale, quando la incontrò nel parco pubblico di Bollate. Lei gli disse, con un’espressione un po’ enigmatica, che si sarebbe trasferita al Nord per un “unico motivo”. Lew pensava che si riferisse ad un’eventuale relazione con qualcuno. Lew pensò che Pamela gli stesse dando una figurativa “carta bianca”. Lew “scrisse” sopra quella “carta”:
“Vorrei provare a essere io quel qualcuno.”
Nella primavera del duemila uno Lew soffrì intensamente per via dell’allergia alle graminacee. Ebbe una crisi asmatica durante una funzione, e tutti credettero che fosse un altro crollo emotivo. Chiese le chiavi di casa alla madre e andò via con la sua Ford Fiesta blu.
Mentre saliva in macchina Massimo Scordamaglia, il pastore della congregazione si avvicinò a lui e gli disse:
“Lew, ricordati che qui tutti ti vogliamo molto bene!”
“Lo so, Massimo.”
Un altro pastore lo seguì fino a casa, probabilmente per assicurarsi che non stesse per fare una sciocchezza. Lew scese dall’auto e si sentì chiamare:
“Lew! Come stai? Prenditi una camomilla!”
“Ma io sono calmo!”
Quando sua madre rincasò, non trovandolo si fece prendere dalla preoccupazione. Poi trovò un biglietto sul tavolo del tinello:
“Ho chiamato il 118, l’allergia mi rende difficile la respirazione. Appena so in quale ospedale mi portano ti chiamo per dirtelo.”
In ospedale gli fecero una puntura di cortisone per liberare le vie respiratorie che erano quasi occluse. Lew aveva un problema di ipertensione ancora non noto. Il cortisone somministrato per via intramuscolare generò dunque una crisi ipertensiva. Il medico del pronto soccorso gli chiese come si sentiva e lui rispose:
“Mi sento leggero, mi sembra di sollevarmi da terra”.
Il dottore gli controllò la pressione e gli disse di rilassarsi. Poi prese il telefono nella stanza accanto per parlare con un altro medico, parlava a bassa voce ma Lew origliava:
“Sono in difficoltà, scendi per favore, ho un ragazzo di venti sei anni con cento venti di minima e cento sessanta di massima e continua a salire, porta un farmaco per ridurre l’ipertensione”.
In quel momento Lew ebbe paura.
Gli fecero un’altra puntura, Lew non comprese di cosa si trattasse, si sentì meglio.
Dopo tre ore Lew rincasò, suo cognato Tom lo riportò a casa, convinto che gli avessero dato dei calmanti.
Lew parlò del cortisone ma Tom continuò a credere in un crollo emotivo.
Il giorno dopo Pamela telefonò a casa di Lew. Era la prima volta che si interessava direttamente a lui e glielo dimostrava.
“Lew, cosa ti è successo? Come stai?”
Lew descrisse il problema di allergia.
“Un po’ d’ansia, comunque, c’è stata e c’è tuttora.”
Pamela reagì d’impulso, era molto sensibile ai disturbi emotivi perché anche lei era sofferente, tagliò corto e lo congedò.
Lo invitò in seguito ad uscire con lei.
Parlarono molto, così Lew si rese conto che erano molto simili nel carattere, non capì invece che avevano obiettivi molto diversi da raggiungere e che questi un giorno li avrebbero divisi. Pamela tornò in Puglia. Arrivò inaspettata una sua telefonata, in cui si espresse così:
“Noi due dovremmo rompere il ghiaccio.”
e Lew rispose:
“Se mi darai occasione di rivederti, faremo una meravigliosa granita!”
Era nato un interesse reciproco, anche se lei lo confrontava con altre persone. La cosa diede fastidio a Lew, però non reagì immediatamente, anzi scrisse una lettera in cui le diceva che voleva capire se potevano passare insieme il resto della loro vita. Lei rispose che aveva bisogno di tempo per riflettere.
Si incontrarono di nuovo sull’Isola di Santa Luce durante le vacanze, quindi incominciarono a frequentarsi.
Purtroppo, quasi dall’inizio litigarono sul posto dove andare a vivere nell’ipotesi di un matrimonio.
Pamela non voleva stabilirsi a Milano e non voleva dirne il motivo, anche se risultava evidente: un litigio con i familiari di Enric Lecònt, quasi come se l’intera città fosse popolata da questi ultimi.
Inoltre Pamela voleva fare carriera come proselita e voleva che Lew diventasse come minimo un pastore. Lui invece stava consolidando segretamente la convinzione che quella vita non gli appartenesse.
Litigavano e il malessere di lei si faceva più acuto, quindi Lew la accompagnò a fare vari esami medici. Le raccomandarono di consultare un medico specializzato nella salute mentale e le consigliarono di troncare la relazione con Lew.
I parenti di lei consigliarono così Lew:
“Devi insistere perché Pamela si trasferisca a Milano! Rafforza il tuo carattere! Non vorrai mica farti dominare per tutta la vita?”
Lew era ancora troppo “acerbo”, troppo immaturo e decise di scappare da quella situazione.
“Va bene, lasciamoci.”
“Cosa hai detto?”
“Va bene, lasciamoci.”
Pamela era allibita. Lew non era più malleabile. Il litigio non avrebbe avuto una soluzione di compromesso. Nessuno dei due voleva cedere.
A fine dicembre duemila due si lasciarono definitivamente.
Probabilmente la loro relazione sarebbe sopravvissuta più a lungo se le loro vite non fossero state divise da obiettivi così importanti ed incompatibili.
Stavano iniziando a “vibrare” in modo simile, però presero strade diverse.
Manuela e Daniele
“Hai avuto una vita molto intensa, Lew. Potresti scrivere un libro!”
disse Manuela.
“Chissà, forse un giorno lo farò!”
le rispose Lew.
Lew e Manuela erano davanti al bar della palestra denominata “Pianeta Benessere” di Bollate.
Manuela e il suo fidanzato Daniele apprezzavano la compagnia di Lew e lo aiutarono a superare il momento in cui lasciò Pamela, momento in cui provò molta solitudine.
Daniele e Manuela si erano conosciuti nel Gennaio duemila due, circa un anno prima della rottura di Lew con Pamela.
Lew chiamava Manuela scherzosamente “Birba”, perché gli ricordava il cartone animato in cui una pestifera gatta inseguiva i “puffi”.
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Manuela fu una cara amica per Lew.
Nella primavera del duemila due si era confidato con lei del fatto che di li a poco, precisamente l’ottavo giorno di Maggio, si sarebbe fidanzato ufficialmente con Pamela.
Manuela gli chiese:
“L’hai mai tradita?”
“No, mai!”
A novembre del duemila due, Lew si trasferì temporaneamente a casa di Pamela, per cercare casa e lavoro nella sua città. Papà Antonio era furibondo per questo.
Lew aveva chiesto alla Ainatac due mesi di aspettativa. Per accontentare Pamela stava lasciando un lavoro fisso ritrovandosi allo sbaraglio. Il periodo dell'aspettativa fu sufficiente a far cambiare i piani di Lew.
Ritornò al suo lavoro come sistemista informatico, alla Ainatac e trovò Manuela e Daniele come amici.
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Poche persone erano disposte ad ascoltare Lew, perché nella comunità la loro separazione aveva destato molto disappunto. Anche Daniele si dimostrò un amico. Manuela lo ascoltava con lo stesso interesse che si potrebbe provare per una tele novela.
Daniele era un proselito dai primi anni dell’infanzia, mentre Manuela aveva conosciuto la congregazione in quei giorni.
Daniele fu ripreso più volte dai pastori perché stava frequentando una ragazza “del mondo” e per avere manifestato un atteggiamento ribelle e ipercritico.
Tra lui e il pastore Massimo Scordamaglia c’era la stessa attrazione di pelle che potrebbe esserci tra un capitano di una squadra di calcio che sta perdendo in finale e un arbitro “distratto” che concede un rigore per errore alla squadra avversaria.
Daniele era molto immaturo e testardo ma allo stesso tempo deciso, voleva sposare Manuela, voleva farlo assolutamente e voleva farlo prima che potesse sorgere un ripensamento. Entrambi avevano poco più di vent’anni.
Lew fu testimone di questa vicenda e provò dispiacere per un inaspettato epilogo che riguardava i due ragazzi.
Un pomeriggio nella primavera del duemila tre, Manuela disse a Lew:
“Vorrei che Daniele avesse un altro tipo di carattere.”
Lew pensò che probabilmente il legame tra Manuela e Daniele non era poi così forte. Voleva bene a entrambi i ragazzi e l’idea del loro possibile fallimento gli incuteva un po’ di timore.
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Daniele aveva origini del sud. La sua cultura nonché il suo carattere erano tali da lasciar spazio alla gelosia.
Un giovane ragazzo di nome Alessandro si mostrava molto gentile con Manuela e pretendeva di salutarla con un bacio sulla guancia. Era un ragazzino sensibile e delicato. Daniele era furioso per la gelosia e accusò Alessandro di essere omosessuale. Daniele aveva molti pregiudizi nei confronti degli omosessuali, molti di più di quelli che implicava la dottrina della congregazione.
Lew più volte cercò di calmarlo. Daniele accettava i suoi consigli e le sue critiche. Questo non voleva però dire seguirli: semplicemente ascoltava il punto di vista di Lew più o meno come una persona priva di fede nell'astrologia ascolterebbe per curiosità l'oroscopo del giorno.
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Lew affrontò diverse prove di forza in seguito alle quali fu giudicato in modi molto diversi. Per alcuni Lew fu molto debole, per altri molto forte, per altri ancora “strano”.
Non si pentì quasi di nulla di quello che fece dopo aver preso una posizione netta rispetto alla congregazione, invece rimpianse alcune esperienze non vissute mentre la congregazione esercitava un condizionamento sulla sua mente.
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Nei primi giorni dell’Agosto duemila tre, fu fatto l’annuncio che Manuela era autorizzata ad accompagnare i proseliti battezzati nel predicare l’imminenza della fine del mondo.
Quando fu fatto l’annuncio, quasi nessuno dei proseliti era presente, molti erano in villeggiatura.
A settembre, mentre tutti erano presenti fu fatto l’annuncio che Daniele era stato espulso e Manuela era da considerarsi nuovamente “una persona del mondo”. A Daniele non andava più rivolto il saluto.
Lew soffrì la mancanza di Daniele, fino a quando anche lui si allontanò dalla congregazione.
Manuela e Daniele si sposarono nell’Agosto duemila cinque, mentre non erano più associati alla congregazione.
Per le nozze fecero un viaggio alle Maldive. Al ritorno, scesi dall’aereo si rivolsero ben presto agli avvocati per una causa di separazione. Daniele si chiese più volte il vero motivo per cui Manuela lo sposò. Manuela si espresse solo sui motivi per cui lo stava lasciando, sul resto desiderava sorvolare.
Ester
Lew aveva rotto con Pamela da un mese, quando conobbe la ragazza che divenne sua moglie.
La sua amica Manuela gli consigliò di conoscerla:
“Provaci perché è davvero una brava ragazza, non lo dico solo perché è mia cugina. Si chiama Ester.”
Nel centro di Milano, si passeggiava tra amici, Manuela aveva un appuntamento con Ester. Lew usciva da un bar dopo aver usufruito dei servizi. Manuela salutò tutti presentando Lew, che si auto presentò nuovamente a Ester, e mentre sul suo volto si dipingeva una strana espressione, pensava:
“Chissà se mi piacerà.”
Sembrava fosse già stato deciso tutto, magari nemmeno da lui, mentre lei pensava:
“Chissà, cosa si è messo in testa questo?”
L’approccio di Lew di fronte alle relazioni, aveva subito una profonda evoluzione. Si sarebbe tuttavia evoluto ancora e ce n’era bisogno.
Si potrebbe pensare che il sentimento principale di Lew fosse la solitudine, tuttavia la sua principale esigenza era abbandonare il nucleo familiare di origine: il matrimonio sarebbe stato il tramite, l’unico moralmente accettato dalla congregazione.
Manuela chiese a Lew come mai ci avesse messo così tanto a uscire dal bagno.
Risero tutti quanti.
Davanti a una pizza e una birra, Lew chiacchierò con Ester e capì che l’avrebbe voluta rivedere.
Ester, dopo alcuni giorni, si recò in congregazione a Bollate per incontrare Manuela, accompagnata da sua madre.
Dopo una serie di incontri non programmati, incominciarono a frequentarsi.
L’anno dopo, il diciannove Giugno duemila quattro si sposarono nel luogo di culto frequentato da Ester.
Credevano che non si sarebbero mai lasciati. I primi due anni di matrimonio furono molto sereni.
Riuscirono a risolvere alla grande molti spinosi problemi, sempre insieme, apparentemente da soli.
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Il fidanzamento di Lew ed Ester
Voglio raccontare però qualcosa in più del periodo che condusse al fidanzamneto tra Lew ed Ester.
In una serata estiva del Luglio duemila tre, Lew era in compagnia di amici. Si recarono a Stresa, sulle rive del Lago Maggiore in una gelateria.
C'era anche Ester, seduta davanti a Lew, e chiacchieravano di argomenti frivoli. Lew decise di fare un tentativo, per capire l’atteggiamento di Ester a livello emotivo nei suoi riguardi.
Si parlava di esperienze lavorative e parlarono pure dei loro stipendi. Lew si espresse in questo modo:
“Mio padre si lamenta del fatto che prendo pochi soldi di stipendio.”
Ester replicò subito:
“Quanto prendi?”
Lew specificò l'importo del suo mensile. Ester era stupita:
“Questo sarebbe poco? Ma cosa pretende tuo padre da te? Dovrebbe vedere il mio stipendio!”
Lew pensò che si fosse schierata a suo favore. A lui sembrò un buon inizio.
Lew credette che Ester fosse coinvolta, ma in fondo era poco più che un'estranea per lui.
Passarono alcune settimane.
Non la vide, tuttavia la pensò molto.
Ester aveva un carattere semplice: questo era considerato una dote dai proseliti.
Un mese dopo, si incontrarono per caso in un centro commerciale. Da come lo guardava Lew concluse che anche Ester lo aveva spesso pensato.
Non era passato inosservato.
Ester gli disse:
“Ci incontreremo altre volte.”
Lew lo sperava davvero.
Dopo alcune settimane, si incontrarono in una birreria. Fu Manuela a combinare l’incontro. Lew era seduto lontano da Ester e poco comunicativo. La osservava da lontano.
Pensò:
“Per capire se la cosa funziona, devo incontrarla senza tutta questa confusione.”
A metà luglio, si organizzarono per andare al mare in Liguria.
Nella prima occasione Lew non si presentò e avvertì all’ultimo momento Deborah e Daniele.
Ester fece più o meno la stessa cosa.
Poi una seconda occasione. Erano tutti presenti: Daniele e Deborah, Lew ed Ester.
Erano in Liguria, ad Alassio. La sera si fermarono in una pizzeria.
Daniele regalò un fiore a Manuela e Lew fece lo stesso con Ester. Ester apprezzò il gesto: tornando a casa fece vedere il fiore a sua madre, con una punta d’orgoglio.
Teresa pensò che sull’accaduto andava fatta un’indagine prima di esprimere un giudizio positivo.
Aveva molto controllo sulla figlia.
“La prossima volta che uscirai con Lew, sempre che vuoi che ciò avvenga, ci sarò pure io!”
Teresa accompagnò dunque la figlia in alcune occasioni mentre usciva con Lew, per vedere che tipo di persona le si stava interessando. Ebbe una buona impressione.
Probabilmente, in un primo momento Lew fu più simpatico a Teresa che a Ester.
Questo probabilmente mise in secondo piano i dubbi e le incertezze di Ester, perché anche lei aveva un profondo bisogno di approvazione. I due ragazzi si parlarono e decisero di fidanzarsi ufficialmente dopo poco tempo.
Quello fu il secondo fidanzamento di Lew, un evento raro fra i proseliti. Agli occhi della congregazione non sarebbe stato saggio sbagliare nuovamente.
Parlò ad Ester della sua malattia, ma le effettive implicazioni furono sottovalutate con leggerezza. Alcuni aspetti del suo male furono giudicati in modo fuorviante, a causa del retaggio culturale e delle credenze dei proseliti della religione che tutta la famiglia di Ester praticava con convinzione:
“Questo è spiritismo, qualcuno ti ha fatto qualcosa!”
Durante il fidanzamento passarono dei momenti felici. E furono felici anche i primi anni di matrimonio.
Tuttavia la terapia farmacologica che Lew assumeva non riusciva a risolvere alcuni problemi. Lew aveva ancora alcuni sintomi di malattia.
Fra i vari problemi che lo affliggevano, insorse anche una leggera depressione cronica.
Lew non era felice.
Nel momento in cui decise di guardarsi dentro, scoprì una fonte di energia che ancora non sapeva controllare.
Nel primo anno di matrimonio, una volta alla settimana, quasi con regolarità, passava una giornata in mutua.
A casa rimaneva al buio, era spenta anche la sua forza di volontà. Il giorno dopo partiva con rinnovata energia. Tutto questo, comprensibilmente, mandava in crisi Ester. Lew aveva un carattere mansueto e accomodante, purtroppo però nei giorni di tristezza non aiutava nelle faccende di casa ed aveva un umore decadente.
Ester si sentiva oberata dalla responsabilità e lo faceva capire chiaro e tondo.
Ester spesso ripeteva questa frase:
“Lew! Uno di questi giorni mi porteranno via in barella!”
Lew nei giorni tristi sentiva fuggire persino la forza fisica. Cercava di trovare forza emotiva, pensando:
“Fra poco passerà.”
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Quando la Ainatac S.p.A. chiuse i battenti, sul finire del duemila cinque, Lew ebbe difficoltà a trovare un nuovo lavoro, a causa di un nuovo periodo di stress. Riuscì tuttavia in quegli anni a non sprofondare nella crisi.
Trovò una sistemazione temporanea di ripiego in un call center di una società finanziaria, con un contratto di alcuni mesi.
Lavorava a tempo pieno con il computer e il telefono che interrompeva in continuazione.
Alla fine del periodo era esausto.
Ottenne altri colloqui, ma non era più razionale e diceva cose che andavano contro i suoi interessi.
Si rese conto che per salvare il suo bilancio familiare doveva prendere una decisione forte.
Decise insieme ad Ester, quasi contro il giudizio di tutti, di trasferirsi sull’Isola di Santa Luce.
Dopo un anno si trasferirono con loro i genitori di Ester ed anche il fratello che si era appena separato dalla moglie.
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Il quattordici febbraio duemila sette nacque Ludovica, in Sicilia.
Lew passò l’anno successivo con serenità. La sua salute sembrava migliorare di giorno in giorno.
Alcuni pensarono che Lew potesse vivere senza psicofarmaci.
Il dottor Fiorentino disse che si poteva sostituire il farmaco con uno più appropriato, ma per farlo si doveva seguire un lento e progressivo programma, monitorando ogni cambiamento comportamentale.
Dopo un anno e mezzo la dose di farmaco che Lew assumeva, a detta del medico non avrebbe evitato un eventuale attacco psicotico, per questo andava aggiunto un altro farmaco.
"Mi raccomando Lew, ricordati che la tua vita dipende dall'assunzione delle medicine!"
Così si esprimeva di frequente la madre di Lew, Serenetta. E poi ripetutamente:
"Oggi hai preso le tue pastiglie? A che ora, io non ti ho visto prenderle."
Per Lew fu davvero difficile accettare la dipendenza dai farmaci, specialmente allorchè alcuni, mossero l'idea di una possibile sospensione totale.
Molti pensarono che Lew potesse vivere senza farmaci, perchè il suo comportamento nei periodi di buona compensazione era molto simile a quello di una persona sana.
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Quando la piccola Ludovica aveva un mese, il cognato Nadir si trasferì con Lew ed Ester in Sicilia, in un alloggio di loro proprietà.
Tentò di svolgere un lavoro di rappresentanza, ma non ebbe successo.
Nadir affrontò dei problemi economici che superò unendo le forze con Lew ed Ester insieme ai suoceri.
Un anno più tardi, i suoceri, Teresa e Salvatore, si trasferirono in Sicilia, in un altro alloggio, di proprietà del padre di Lew. Erano tutti vicini di casa, una famiglia allargata, una realtà che durò a lungo e a cui Lew non era preparato. Loro non soffrivano, perché erano genitori e figli, membri della stessa famiglia d’origine.
Lew viveva questa convivenza in un modo diverso, aveva bisogno di spazi personali e non ce li aveva più. Inoltre si stava sgretolando la privacy tra lui ed Ester.
La coppia si stava dividendo.
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Il quindici Gennaio duemila nove Lew decise autonomamente di non prendere più alcun farmaco.
Il suo comportamento cambiò notevolmente. Il tono dell’umore diventò nei mesi successivi decisamente più alto.
Questo non era un bene in assoluto. Ostentava sicurezza e dialogava persino con una voce dotata di una "diversa” intonazione, diversa da quella che Ester conosceva fino a quel momento.
Anche la forma fisica di Lew incominciò a cambiare. In due anni perse quindici chilogrammi e aveva un aspetto migliore. Tutto questo non piaceva ad alcuni suoi familiari e fu accusato di desiderare una vita diversa da quella che loro pensavano avesse la responsabilità di condurre.
Ester considerava lo spirito critico un ostacolo alla vita coniugale. L’apertura verso nuove idee non era apprezzata. La lettura di testi diversi da quelli promossi dalla congregazione era per lei proibita.
Lew passava tante ore al pomeriggio dedicandosi al suo nuovo hobby: la scrittura. Questo gli faceva scaricare molta tensione.
Lew e Ester incominciarono a litigare per questioni caratteriali.
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Lew era profondamente cambiato.
Ester pretendeva che ricominciasse ad assumere il farmaco per tornare ad essere quello che lei aveva conosciuto, l’uomo che aveva sposato.
Purtroppo, gradualmente prese nuovamente il sopravvento la malattia.
Lew era decisamente agitato:
“Prova a prenderla tu questa medicina e poi dimmi se ti fa stare bene!”
Ester Telefonò al dottore, gli disse che Lew aveva auto sospeso la terapia. Disse anche che aveva modi aggressivi e aveva paura che potesse reagire violentemente.
Questo provocò un dolore immenso a Lew, che però decise di non dimostrare subito la sua profonda delusione.
Decise in segreto di lasciarla.
Lew era scivolato di nuovo nella penombra e la sua consapevolezza era svanita.
Il dottor Fiorentino, prendendo atto dell'accaduto, andò su tutte le furie:
“Se non la smetti subito subirai un trattamento sanitario obbligatorio!”
Lew si chiese:
“Se non la smetto di fare che cosa?”
a suo giudizio era così tranquillo seduto su quella sedia mentre riceveva insulti e minacce.
“Questo atteggiamento! Non lo posso sopportare!”
Lew manifestava un’irritante indifferenza.
Nell’arco di mezz’ora venne accusato di essere gravemente malato e pericoloso, poi dell’esatto contrario, cioè di essere un impostore: il medico cercava di farlo reagire, purtroppo senza successo.
“Non mi interessa la tua amicizia! Non mi interessa che tu sia felice o che tu stia bene! Voglio solo che tu assuma la mia terapia, hai capito?”
"Tu sei venuto in un momento di tristezza a chiedere amicizia, un bene che io ti ho dato con sincerità, ma ora ti senti forte senza motivo e, nel momento in cui avresti dovuto portare rispetto, sei diventato una grande delusione! Sei la vergogna della tua intera famiglia!"
Il medico prescrisse una maggiore dose di farmaci. Vista la apparente calma di Lew, improvvisamnete si calmò anche il dottore che salutò Lew cordialmente. Se fossero venute le forze dell’ordine mezz’ora prima forse avrebbero faticato a capire chi fra loro due era il più agitato, però il dottore aveva un buon motivo per essere agitato perchè conosceva la sorte a cui Lew andava incontro.
Lew promise di prendere i farmaci ma stava mentendo, quindi perse ben presto anche la sua apparente "calma".
A casa dovette fare i conti con i familiari che erano venuti in ferie. Soltanto papà Antonio sembrava capire i suoi ragionamenti, ma quando decise di dare una definizione alla malattia del figlio, Lew sentì delle parole che non avrebbe voluto ascoltare.
Incominciò a dormire sempre di meno, perciò Ester si preoccupava. Quando lo incontrava alle cinque del mattino già davanti al computer si arrabbiava molto.
In una mattina del Giugno due mila nove, poco prima dell’alba, Lew si svegliò, scese dal letto e con il suo cellulare andò sul balcone.
Si intravedevano i primi raggi di luce dell’alba: mentre la penombra della notte lasciava il suo posto al giorno, un barlume di luce illuminò gli occhi di Lew preannunciando una rinascita nella sua stessa vita, che avvenne nonostante il temporaneo peggioramento della sua salute.
Lew si sentì felice e pieno di una energia di cui non conosceva la fonte, percepì pienamente il contatto con la natura. Guardò verso l’orizzonte, il mare era calmo.
Lew si sentiva in pace per la prima volta perché aveva davvero scelto di volersi bene. Tuttavia non era consapevole delle conseguenze che avrebbe subito per l’abbandono improvviso del farmaco. L’astinenza che ne derivò avrebbe giocato uno scherzo davvero terribile, mettendo a rischio la sua stessa vita.
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Ascoltò le note di una canzone e una vibrazione gli entrò nel profondo:
“Mentre arriva la notte scura
io resto qua
Fuggono i miei pensieri e se ne vanno
Vedo il cielo infinito, sembra che faccia rumore
E’ come musica che trovo nel mio cuore
E’ un miracolo d’amore
Nell’oscurità, vedo sempre un raggio di luce
un barlume di speranza
che cresce fra le tenebre
mentre dimentico una delusione
una nuova città costruita con la cenere e le macerie
crescerà come l’amore
davanti ai raggi del Sole
e scoprirò che i miei sogni
sono ancora qua ad aspettare
che io mi risvegli”
Lew voleva esprimere questa emozione, tanto forte da fargli perdere il sonno.
Stava riflettendo sul significato che aveva scelto di attribuire alla vita.
Da quando nacque la figlia Ludovica, aveva incominciato a ponderare il comando dettato dalla congregazione di astenersi da alcune cure mediche. Analizzando le motivazioni in gioco capì che per lui questa dottrina era inammissibile.
Leggere e sperimentare la scrittura creativa fu un potente generatore di lunghe riflessioni.
Ad esempio, fu oggetto di riflessione l’atteggiamento dei proseliti in merito all’istruzione universitaria e alla psicoterapia.
Lew aveva sofferto in giovane età per un disturbo ansioso che poteva probabilmente essere risolto grazie all’aiuto di uno psicologo. Tuttavia il suo malessere fu sottovalutato e col tempo le condizioni di Lew peggiorarono.
Fu incoraggiato ad evitare l’analisi, perché:
“La psicologia si avvicina pericolosamente allo spiritismo.”
così si ostinava a dire suo padre.
Un po’ per volta, come risultato di queste riflessioni, divenne un finto proselito.
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Mentre andava a “predicare” era più interessato a sentire quello che la gente aveva da dirgli piuttosto che a cercare di convincere. Quando incontrava una persona “di cultura” intraprendeva delle conversazioni che per lui erano appassionanti. Puntualmente il suo compagno gli chiedeva come mai perdesse tanto tempo con chi era “irrecuperabile”.
Mentre la sua salute peggiorava, percepiva una intensa forza. Lew non era più consapevole che una simile forza non è naturale, cercava di nascondere questa condizione, non si fidava più dei medici.
Non voleva parlare apertamente delle sue convinzioni: temeva di mettere il caos nella vita di sua figlia. Sapeva che i suoi familiari non avrebbero mai cambiato idea in merito alla religione. Non era sua intenzione aprire un conflitto. Intanto un conflitto nasceva dentro di lui e cresceva fino a privarlo del sonno.
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Lasciò per la prima volta la casa di sua moglie per occupare l’alloggio dove Antonio e Serenetta trascorrevano, in quel momento, le vacanze. Incominciò a litigare anche con loro, perché volevano che tornasse con la moglie.
Antonio e Serenetta capirono che Lew non assumeva più i farmaci.
Nel frattempo, Ester andò dal medico di famiglia in vece di Lew. Il medico raccomandò che Lew stesse a casa per almeno venti giorni.
Ester voleva che Lew guarisse oppure che si fermasse, che non realizzasse il suo proposito?
Il giorno dopo, Lew scappò letteralmente di casa per andare a lavorare.
Da quarantotto ore non dormiva per la forte ansia e aveva incominciato ad avere delle allucinazioni.
Chiese aiuto ad uno psicoanalista con cui aveva un contatto su un social network, che ovviamente non poteva fare niente all’atto pratico.
Intanto i familiari i medici disposero un trattamento sanitario obbligatorio.
Mentre Lew prendeva una decisione che riguardava l’indirizzo della sua vita futura, era chiaro che per un pò la sua vita non sarebbe stata libera. Lew credette che suo "nonno" lo avesse guidato in tutti quegli anni verso quella decisione. Tale convinzione fu il riflesso di una condizione di malattia, di cui oggi è consapevole. Lew è ancora convinto che tale decisione sia stata autentica e saggia, nonostante tale decisione sia stata presa in un momento caratterizzato da una salute estremamente fragile.
La voce del “nonno” divenne chiara e udibile e salutò Lew:
“Saremo insieme nella luce!”
Lew credette che il “nonno”, nella notte fosse passato oltre, oltre uno stadio intermedio in cui l’anima è ancora vicina alle persone che ha lasciato.
Il “nonno” aveva l’aspetto di “un barlume di luce prima dell'alba”, che raggiungeva il cielo, ossia un’altra dimensione. Sarebbe diventato una simbolica stella, una presenza illuminante nel percorso di sentieri oscuri e difficili.
Lew dovette fare i conti con la reazione di molti, per quello che aveva scritto sul blog.
Descrisse la fede professata dalla congregazione come una cosa tanto probabile quanto l’esistenza degli dei sul monte Olimpo.
Questo fu considerato un grande peccato, ma gli fu mostrata misericordia perché “aveva un grave disturbo psichico”.
Al mattino seguente, era per strada, con la divisa da cantoniere e le scarpe antinfortunistica. Voleva percorrere a piedi i cinque chilometri in salita su una strada collinare che lo separavano dal comune. Incontrò due colleghe di lavoro, che lo fermarono e lo accompagnarono con la macchina in comune. Disse a loro:
“La mia famiglia mi vuole ricoverare!”
“Ma stai parlando seriamente, Lew? Quale sarebbe il motivo?”
“Il motivo principale è che non voglio essere più un membro della congregazione. Con mia moglie non faccio altro che litigare. Loro dicono che sono matto e forse è vero, perché ho avvertito la presenza di mio nonno stanotte.”
La collega più anziana disse:
“Io sento molto spesso la presenza di mia madre, ma nessuno vuole ricoverarmi per questo!”
Lew arrivò in comune e dopo pochi minuti parlò con il sindaco e con il responsabile della ragioneria. Chiese di avere accesso ad un computer per mostrare una pagina web che lui aveva costruito. Così mostrò la sua richiesta di aiuto. Tutti erano in allarme di fronte ad un evidente delirio, intanto stavano arrivando le forze dell’ordine e un’ambulanza. Non era la pagina web a dimostrare il delirio, ma il modo in cui Lew parlava e si esprimeva.
Il sindaco conosceva bene Lew. Gli parlò per convincerlo che il ricovero era la cosa migliore, gli disse che avrebbe avuto un’assistenza psicologica.
Voglio ancora descrivere le strane percezioni che colpirono Lew nella notte precedente.
Oltre alla voce del nonno Lew che era venuto a consolarlo, sentiva dei bisbigli, molte voci simili allo scorrere delle acque di un ruscello. Quelle voci gli suggerivano di accendere il computer mentre la forza glielo consentiva e spegnerlo allorché le forze gli venivano a mancare. Le voci erano femminili e non gli incutevano timore.
Sentì nuovamente la voce di suo nonno, e contemporaneamente sentì il suo abbraccio come fonte di calore intorno a lui.
Scrisse un documento di trenta pagine che pubblicò sul suo blog.
La voce di suo "nonno" espresse un messaggio chiaro e comprensibile:
“Lew: in questa vita è stata offesa sia la mia intelligenza che la tua. Impara che cosa significa davvero amare e segui la tua strada, vivi la tua vita!”
Mentre arrivava l’ambulanza, il sindaco lo stava ancora rassicurando:
“Ci saranno i medici, Lew, ma sta' tranquillo che ci sono anche gli psicologi.”
Il medico che lo visitò prima di salire sull’ambulanza disse:
“Vedo che non servirebbe, ma siccome è stato emesso un TSO, ti dobbiamo legare.”
Fu quindi scortato dalla polizia municipale, fino al reparto di psichiatria di un vicino ospedale.
Era steso sul lettino, a pancia in giù, con le mani legate dietro la schiena.
Quando scese dall’ambulanza però lo slegarono non avendo opposto nessuna resistenza. Quando entrò in ospedale, il caposala comunicò al medico di guardia:
“Il paziente è apparentemente tranquillo.”
e pensarono di poter aspettare un giorno prima di pianificare la terapia. Quando arrivò Ester, però, scoppiò la rabbia di Lew:
“Grazie di aver messo in dubbio la mia sanità di mente!”
e volarono insulti, lei non parlava, stava zitta. Così la sera fecero a Lew una puntura e gli ordinarono di coricarsi subito. Si svegliò il giorno dopo, nel pomeriggio. Mentre scendeva per andare in bagno cadde dal letto e pensò:
“Non mi sento molto in forma.”
Gli stati allucinatori peggiorarono durante la degenza. Assunse vari farmaci anti psicotici, gli stessi sperimentati durante i suoi primi ricoveri a Milano. Il protocollo di somministrazione è lo stesso per tutti, nessun medico accetta il parere di un paziente sull’effetto di un farmaco. Lew ricordava molto bene il nome di alcuni farmaci che erano stati “provati” più volte su di lui senza successo in ricoveri precedenti.
Non poteva sperare che la sua opinione fosse presa in considerazione, anche se era sicuro che le cose sarebbero andate male.
Dopo un mese di degenza le sue condizioni erano pessime.
Eppure fu dimesso.
Nei giorni successivi al rientro a casa, perdeva forza mentre facevano effetto alcune punture a rilascio prolungato. Gli era stato somministrato un farmaco la cui molecola era a dir poco obsoleta. Si sperava di contenere uno stato di dissociazione psichica. Lew sprofondò nella depressione peggiore da lui mai provata.
Ad ottobre, lo stesso Lew chiese di essere nuovamente ricoverato, sperando di risolvere lo stato depressivo, purtroppo però i medici gli riferirono che sarebbero passati altri quattro mesi prima di percepire un minimo miglioramento.
Quelle parole erano per Lew inaccettabili: la visione del suo futuro si era oscurata e non voleva continuare a vivere nell’ombra.
Il cugino Carlo, il quale ogni tanto passava del tempo con lui, un pomeriggio intese che qualcosa non andava. Scese dai suoceri di Lew, dicendo che aveva percepito una sinistra calma, e che era il caso di stare all’erta.
Una strana quiete si manifestava prima della tempesta.
Quando Carlo chiuse la porta, Lew inserì la chiave per serrarla ma dimenticò di dare il giro.
In casa c’erano diverse scatole di medicinali.
Nel freezer c’era da un mese una bottiglia di Vodka che nessuno aveva mai aperto. Ingerì quasi tutte le compresse. Poi, tre bicchieri di Vodka. Si adagiò sul letto mentre sotto erano tutti ignari del suo gesto.
Lew pensava che:
“Un viaggio ha senso solo, senza ritorno, se non in volo.”
Aveva in mente di fare un volo dalla finestra come fece la madre di Orlando Visentin, ma le pastiglie che aveva preso erano troppe e non riusciva più ad alzarsi dal letto in cui si era adagiato.
Per precauzione Carlo chiamò al cellulare. La suoneria di Lew era quella del telefono classico. Lew pensò di sentire le note di “Time” dei Pink Floyd, il suono di numerose sveglie si faceva sempre più lontano. Il tempo per lui si stava fermando.
Lew non rispondeva.
Carlo dunque decise di chiamare al telefono Ester:
“Ester, ho lasciato Lew da una mezz'ora. Non risponde al telefono. Sono preoccupato: vai a vedere se sta bene!”
Ester in quel momento non si trovava in casa, fece del suo meglio per rincasare al più presto. Cercò di aprire la porta, inserì la sua chiave e dall’altro lato cadde quella che aveva inserito Lew, entrò nel soggiorno e vide scatole di medicinale lanciate a destra e a sinistra, sul tavolo un bicchiere con un fondino di Vodka e la bottiglia mezzo vuota.
Arrivò anche la suocera e chiamarono subito il 118.
La suocera lo prendeva a schiaffi un po’ per rabbia e un po’ per evitare che si addormentasse:
“Lew, perché lo hai fatto! Hai una bambina!”
Ricordi frammentari hanno lasciato traccia in Lew relativi ai momenti successivi.
Un’infermiera entrò in casa e applicò il saturimetro a un dito di Lew, dopodiché disse:
“Per il momento non c’è tossicità, probabilmente lo sta salvando lo stomaco pieno per il pranzo.”
Furono tante le coincidenze che impedirono la sua morte.
Tramite l’ambulanza andò in ospedale e subì una lavanda gastrica.
Si svegliò dopo diverse ore ancora più sedato, nuovamente in un reparto di psichiatria.
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Ester decise di portare Lew a Milano dai suoi genitori. Si fece accompagnare da un amico, un infermiere.
“Ti porterò a Milano, in aereo.”
“Perché in aereo? Ho una forte ansia e l'areo mi fa paura.”
“Non ti preoccupare Lew! Ti diamo le gocce di Valium!”
Lew prendeva il Valium da diversi mesi. Se esagerava con la dose gli procurava un delirio simile all’ebbrezza da alcool.
Lew ed Ester arrivarono a Milano a casa dei genitori di Lew.
Ester dopo cinque minuti se ne era già andata via pronunciando queste parole:
"Questo è vostro figlio!"
Nei giorni successivi Lew ebbe frequenti allucinazioni e non ricordava nemmeno il motivo per cui era a Milano.
Ester non si fece sentire nella successiva settimana, fu Lew a chiamarla per primo.
Finché l’equilibrio di Lew era incerto fu respinto da Ester.
Dopo pochi giorni, Lew fu ricoverato nello stesso centro crisi in cui era stato ospite nel duemila uno, allo scopo di sperimentare una nuova terapia in un ambiente protetto.
Le sue condizioni migliorarono nuovamente.
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Il tempo ricominciò per Lew a scorrere e lui ritornò ancora a vivere.
Inaspettatamente Ester disse di aver cambiato idea e di rivolerlo a casa.
Fu dimesso e decise di tornare davvero a Santa Luce. Il vero motivo era per rivedere la piccola Ludovica.
Dentro di lui, tuttavia cresceva l’insoddisfazione insieme a una rinnovata consapevolezza.
“I tuoi genitori sono stati sleali nascondendo le possibili conseguenze della tua malattia. Se mio padre avesse saputo, si sarebbe opposto al nostro matrimonio”.
Queste parole di Ester rivolte direttamente a Lew segnarono la fine del loro matrimonio.
Lew non si sentiva più trattato come una persona, ma come un articolo che si poteva scartare per un difetto. Ora era consapevole di non provare più nulla per Ester. Passò un mese senza che nessuno tornasse su quell’argomento, poi Ester espresse di nuovo lo stesso pensiero. Ma non era ancora abbastanza. Lei si rendeva conto che Lew non credeva più a certi insegnamenti della congregazione.
“Se cambi idea, non me la sento più di andare avanti con te!”
Lew aveva raccontato a Ester con sincerità cosa significasse la sua malattia, prima del matrimonio. Ester però non aveva percepito cosa comportasse la fase acuta del male, sicuramente non aveva percepito il dolore che si prova quando si vede un proprio caro sprofondare nella penombra. Ora capiva che rimanere con Lew in quei giorni, avrebbe voluto dire affrontare una situazione di cui non voleva sopportare il peso.
Ester sorprese Lew mentre esternava per telefono insoddisfazione, parlando con sua madre Serenetta.
Le raccontò dei suoi progetti: un futuro, da solo. Si trovavano a casa di suo fratello Nadir, trasferitosi in un’altra città per portare avanti l'opera di predicazione in un "territorio vergine". Al ritorno, fu subito visitato da due pastori.
I due uomini lo accolsero con grandi sorrisi, tipici del love bombing e gli chiesero:
“Lew, siamo preoccupati per te, come ti senti, che cosa vuoi fare?”
“Questa volta mi sento benissimo. Vi dico che io non credo più neanche ad una parola di quello che insegnate nella congregazione! Io non sono uno di voi!”
“Lew, ma ti rendi conto che ti stai dissociando dalla congregazione?”
“Si lo so. Comunque io rispetto le idee degli altri e non ho rancore.”
“Non è vero! Tu non hai rispetto per niente e per nessuno! Ce ne possiamo anche andare!”
Erano allibiti, non c’era più nessun attaccamento alle vecchie convinzioni, questo rendeva Lew non più manipolabile.
Tornarono più volte per cercare di “recuperarlo”. Cercarono inoltre di convincerlo a non diffondere notizie sul suo blog.
Non ci riuscirono.
Fecero l’annuncio della sua scomunica, in base alle cose che scriveva su Internet. Lew non spedì una lettera indicante la volontà di allontanarsi, ma, in modo provocatorio, scrisse tale volontà sul suo blog personale.
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“Papà, perché non vuoi più bene alla mamma? Perché non rimani a mangiare con noi?”
“Ludovica, un giorno lo capirai!”
In quei giorni, Lew si proponeva di ricostruire la sua vita. Invece di concentrarsi sull’immensa solitudine che derivava dalla sua dipartita, si concentrò sull’immensa libertà che aveva acquisito.
Comprese ben presto che libertà vuol saper scegliere accettando la responsabilità che ne comporta.
Tramite i social network riallacciò i rapporti con vecchie amicizie ed anche con me.
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Lew ritornò a Bollate, dopo un anno dalla separazione legale. Ci incontrammo più volte.
Lew era a casa dei genitori, mentre loro si trovavano nel luogo di culto della congregazione e parlava con me al telefono.
Serenetta e Antonio rientrando lo osservarono parlare.
“Lew ma cosa stai dicendo? Chi è questa Lucille?”
“Per favore, sto parlando al telefono!”
Lew non parlò molto con Antonio e Serenetta della nostra amicizia.
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Come diceva il nonno del padre di Lew, ‘Ntony:
“La spina deve pungere, per fare male!”
Lew riuscì ad estirpare la spina più dolorosa della sua malattia, sebbene questa non sia perfettamente guaribile. Lo fece accettando la cura farmacologica e sfruttando l’equilibrio che ne conseguì per intraprendere un percorso di crescita. Il disagio si ridusse molto e si ridusse anche la sua inquietudine, lasciando il posto ad una rinnovata calma.
Tutto questo, tuttavia, sarebbe servito a poco se non avesse trovato il coraggio di guardarsi dentro per capire che il suo posto non era nella congregazione.
Lew imparò, progressivamente e nell'arco di alcuni anni, a cercare il senso della sua vita. Riuscì col tempo a selezionare le sue amicizie senza cercare il consenso delle persone. Per molti queste cose possono essere scontate. Non lo erano per Lew, perchè lui era cresciuto con il vincolo limitante della dissonanza cognitiva. Lew aveva accettato come verità assoluta una realtà che si scontrava con la voce interiore della sua coscienza. Cosi si originò la sua psicosi, dentro la sua coscienza. Sempre dentro la sua coscienza, si originò la consapevolezza. Questo lo aiutò a migliorare di molto la qualità della sua vita.
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