capitolo5

L’ADOLESCENZA

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Una spiritualità complicata

“Questi si chiamano ‘pensieri intrusivi’”.

I pensieri intrusivi sono indesiderate, spiacevoli o inappropriate manifestazioni della coscienza che appaiono nella mente in modo improvviso e involontario, creando disagio e ansia. Spesso l'oggetto di questi pensieri riguarda argomenti in contrasto con i valori e le convinzioni della persona che li sperimenta.

 Il Dottor Fiorentino diede questa definizione formale a un turbine di pensieri che in certi momenti della giornata appesantiva la mente di Lew, mentre il ragazzo ascoltava non del tutto convinto, durante una visita di controllo.
Lew non era soddisfatto della esposizione del dottore perchè voleva liberarsi di tali pensieri in un modo "naturale", ma ricevette soltanto l’ordine di proseguire con la terapia farmacologica così come era già stata impostata.
 
Era chiaro che  il dottore non era interessato a cercare una cura sul piano psicologico, perché la medicina semplicemente non si occupa di questo. Per lui l’unica strada era quella dei tranquillanti maggiori che hanno l’effetto di lenire i sintomi e ridurre l’intensità dei comportamenti considerati patologici. 
Nella psicologia invece, il sintomo è considerato il campanello d’allarme di un disagio nascosto. Se il paziente ha consapevolezza e volontà, può affrontare le proprie paure nascoste dietro il sintomo.

Uno di questi “pensieri intrusivi” nasceva quando Lew sentiva qualcuno imprecare. 
In realtà la causa sarebbe stata facile da individuare: era il senso di colpa collegato ad una complicata spiritualità. Il senso di colpa era per lui diventato una forma mentale.

La prima volta che si sentì schiacciato dal ricordo dell’imprecazione di qualcun altro risale a quando aveva quattordici anni e frequentava il primo anno dell’ITIS.  Immaginava che il solo ricordo di ciò che fosse stato detto costituisse un peccato contro Dio.
Passava il tempo a chiedere perdono. Per che cosa?

“Per quella cosa che ho sentito e che riaffiora nella mia mente.” 

Si ripresentava automaticamente il ricordo di quella cosa, e quindi un altro peccato di cui chiedere perdono. Non finiva mai, era un corto circuito mentale. Se il suo cervello fosse stato un computer in avaria, avrebbe voluto staccare la corrente per avere anche solo pochi attimi di pace. 

Quando un computer entra in un "loop" (ciclo di ripetizioni) che impegna tutte le risorse ed anche i processori, si verificano dei blocchi temporanei delle attività. 
Lew ogni tanto si bloccava, tuttavia, nonostante l’affaticamento e la frustrazione, proseguiva di fatto a singhiozzo le sue attività.

Cercava di fingere di essere libero da pensieri tanto futili.

A volte però non ci riusciva. 

Al secondo anno delle scuole superiori fu sorpreso da un compagno di nome Davide Trio, in un momento in cui era raccolto in preghiera e pensava di non essere scorto da nessuno.

“Ma cosa fai, stai pregando?” 

Davide proruppe in fragorose risa di scherno.

“Dimmi un po’, ma di che religione sei? Sei forse buddista? Stai cercando di raggiungere il ‘Nirvana’?” 

e di nuovo rideva, più forte di prima.

Quando furono informati gli altri compagni, ricevette dopo un voto unanime, il soprannome “Lew Siddharta Gautama”, dietro suggerimento del suo “amico” Jonatan Pretoriano.

Jonatan era l'amico d'infanzia conosciuto più o meno nello stesso periodo in cui frequentava Orlando Rights. Entrambi appartenevano alla congregazione di Bollate.

Orlando era un ragazzo sveglio. 

Aveva molti interessi diversi dallo studio. Amava lo sport in generale, specialmente il calcio e il tennis. Conosceva a memoria le formazioni delle squadre di calcio italiane e la classifica mondiale dei più forti tennisti del mondo. 
Sebbene fosse alto un metro e sessanta era convinto di essere un adone. Sosteneva, inoltre, che qualsiasi ragazza si sarebbe innamorata di lui a prima vista, senza potere evitare di adorarlo.

Lew gli volle molto bene. 

Credeva che tutte quelle parole non avrebbero avuto influenza sui suoi pensieri. Tuttavia l'autostima di Lew progressivamente si deteriorava.
Orlando aveva bisogno di una spalla per costruire un personaggio da esibire in quel teatro su cui la sua vita era poggiata. 
Questa spalla non poteva essere sicura di sé, altrimenti Orlando non sarebbe riuscito a compensarsi.
Trovando Lew, che sembrava spesso addormentato ed annoiato dalla vita, aveva ottenuto ciò che di meglio poteva. Quando incominciarono a frequentare alcune ragazze del quartiere diventò spietato e trovò spunto dai lati contorti del carattere di Lew per metterlo in ridicolo in ogni occasione in cui la sua operosa fantasia glielo consentiva.

Sergio Esposito, un ex vicino di casa di Orlando, si trovava nelle vicinanze per una visita. Indicando Lew senza nemmeno salutarlo domandò:

“Come lo chiamate in questo periodo?”

“In molti modi, sarebbe più sbrigativo dirti come non lo chiamiamo”.

Orlando tuttavia parlò almeno di un aspetto positivo, dicendo:
 
“Dorme un pochino,  però è un bravo ragazzo!” 

Lew, concepì tutto questo come un insulto, ma come era solito non reagì,  ma pensò:

“Verrà il giorno in cui dimostrerò che sono più sveglio di voi”.

Lew aveva l’espressione di chi dorme perché era affaticato da molti pensieri, ma la stupidità era ben lontana da lui. 
Questa amicizia finì nelle prime fasi della vita adulta, perché per Lew non c’era più posto nel teatro di Orlando. 
Lew non cercò più l'appoggio o consenso di Orlando e incominciò un passo alla volta a demolire la sua maschera.

Il carattere di Jonatan sotto alcuni aspetti somigliava a quello di Lew, tuttavia si dimostrò più forte ed apparentemente non affrontò mai una profonda crisi. 
La loro somiglianza divenne molto evidente dopo la fine delle scuole superiori, durante una vacanza a Santa Luce che trascorsero insieme. 
Fu proprio Jonatan a rendere palese la loro somiglianza mentale. 
Lo fece in un modo molto subdolo.

“Ma sei pazzo proprio come me!”

Jonatan, pur parlando in questo modo, non credeva davvero di essere “pazzo”. 
Aveva anche lui dei “pensieri intrusivi” che però gestiva colpendo altri più deboli di lui.

Jonatan definì Lew “pazzo” perché impiegava un tempo biblico per convincersi di aver chiuso i fornelli della cucina e le tapparelle delle finestre e dei balconi prima di uscire di casa.

Jonatan riuscì a condizionare Lew.

“Ormai conosco tutto di te!” 

disse Jonatan al ritorno a Milano, sotto intendendo che avrebbe potuto usare questa sua conoscenza come meglio credeva.

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Spesso Lew, Jonatan e Orlando uscivano insieme. 

Quando avevano vent’anni,  Lew divenne più alto di entrambi.
A prima vista le ragazze si accorgevano di Lew, ma dopo aver assistito agli scherni dei suoi “amici” e, soprattutto, dopo aver notato che non rispondeva ai loro insulti, perdevano subito l’interesse per lui.

Marika Calza, era una bella ragazza bionda e dagli occhi celesti che frequentava il luogo di culto di Bollate.

Dopo il suo trasferimento da una città vicina, entrò nella vita dei tre ragazzi.
 
Orlando e Jonatan frequentarono Marika.
Lew non ne sapeva nulla.

I due ragazzi avevano da tempo l'abitudine di tentare un approccio con le ragazze a turni regolari. Decidevano di comune accordo chi doveva provarci con quale ragazza.
Jonatan aveva il suo turno per conoscere Marika, che però rimase totalmente indifferente. L’orgoglio di Jonatan gli impedì di parlare di questa storia andata male. 
La regola del gioco impediva ad Orlando di frequentare Marika.

Lew invitò Marika ad uscire, dopo un incontro nel luogo di culto e si interessò a lei senza essere consapevole del gioco di Orlando e Jonatan. 

Orlando  incontrò nuovamente Marika e si risvegliò il suo desiderio. Fece finta di non intendere l’interesse di Lew e infranse la regola del gioco tra lui e Jonathan uscendo con Marika.

“Marika, non pensi che Lew sia più noioso di un professore di matematica? Eppure non è neppure tanto intelligente, va bene a scuola solo perché sta tutto il giorno sui libri!” 

Orlando  inneggiava all’amore libero con la musica sparata a tutto volume dallo stereo della sua Alfa 33 color grigio metallizzato.
Lew faceva finta di non capire nulla, che andasse tutto bene.

Lew voleva un riscatto che costava troppo caro, ci voleva troppa energia per conseguirlo. Per questo ci voleva un aiuto e ci voleva tempo.

Anche realizzando tutto questo, la logica conseguenza non sarebbe stata una immediata felicità. 
L’abbandono della congregazione fu il suo primo e pur complicatissimo passo, un passo che significò inizialmente solitudine.

Durante l’adolescenza, Jonatan, aveva paragonato Lew a Orlando Visentin, un ragazzo più grande che si era allontanato dalla fede e si era dato ad una vita moralmente discutibile dal punto di vista della congregazione.

Jonatan così si espresse:

“Secondo me, Lew diventerà come Orlando Visentin. Dovrebbe fare chiarezza nella sua vita prima che sia troppo tardi.” 

Lew considerò gelide queste parole.

Molti anni dopo, Orlando Visentin si tolse la vita: non riusci a superare la solitudine in cui era sprofondato dopo essersi allontanato dalla congregazione. La sua ricerca di una verità personale era risultata fallimentare.
In un periodo in cui Lew affrontava un simile sconforto, anche in lui affiorava l’esigenza di una presa di posizione: fuori o dentro la congregazione. 

Lew affrontò quindi un periodo di malattia. Scoppiò una “guerra” nella sua mente, che non era più unita. In uno scenario simile ad un film bellico molti attori immaginari si affrontavano con accanita ostilità.
C'erano anche attori reali che si affrontavano tra di loro e anche contro di Lew.


Orlando e Jonathan

“Rita! Scendi presto che dobbiamo prendere Elena e Tina fra un quarto d’ora nel centro di Bollate!”

Con queste parole Orlando Rights rivelò una notevole confidenza con Rita Ruggeri, una ragazza che conobbe nell’estate del mille novecento novantatre. Lew, Jonatan e Alberto Travaglia restarono attoniti per alcuni minuti mentre guardavano Orlando che aveva gli occhi sgranati.
Subito dopo Orlando  gongolava. Si sentiva un dio, perché Rita gli dimostrava interesse.

Arrivò Rita, che correva giù dalle scale in preda all’ansia. Lanciò un fugace sguardo e pronunciò frettolosamente:

“Ciao Lew!” 

senza dare il tempo di rispondere. Corse da Orlando dicendo: 

“Ti ho portato un regalo!”

Il regalo era un orologio Swatch. Un gesto di amicizia misurato, forse intendeva dire: 

“Mi piaci, ma non mi butterò tra le tue braccia senza essere sicura di quello che tu provi per me.”

Lew e Jonatan si guardarono per un istante, l’espressione di Jonatan non convinceva affatto Lew, che distolse subito lo sguardo per non darlo ad intendere. Sembrava che Jonatan nascondesse una certa sofferenza per l’intimità che Rita e Orlando avevano ostentato.

In un momento in cui erano da soli, Lew disse ad Orlando:

“Ma della storia con Marika Calza non se ne è fatto più nulla?”

“Non se ne poteva fare proprio niente, ha un carattere troppo perfezionista, io voglio essere libero!”

“Ma come potresti mai essere fidanzato e libero allo stesso tempo?”

“E’ possibile, certo che lo è, resta nei miei paraggi per un po’ e vedrai che lo capirai anche tu!”

Questo discorso aveva lasciato in Lew un po’ di perplessità. Continuava a pensare che un fidanzato non era libero e che le due cose si contraddicessero in termini. Poi Orlando lo prese in disparte e si atteggiò da professore:

“Caro Lew, speravo che potessi capire con un esempio pratico, ma vedo che con te ci vuole la teoria.
Dimentica per un attimo la tua amata trigonometria e i tuoi stupidi calcoli e stammi a sentire.
Una qualsiasi persona può essere single, fidanzata, coniugata o divorziata. Ma c’è anche un’altra via, quella della relazione aperta. Le persone comuni si avventurano in queste categorie nell’ordine che ho elencato. Le persone intelligenti, invece, passano subito alla relazione aperta e non cambiano mai opinione.”
Il discorso incominciava a sembrare logico. Tuttavia, per Lew era inquietante. Non capiva come Orlando potesse conciliare le idee della congregazione con questo ideale di libertà.

Lew si stupiva della libertà di Orlando ma non la giudicava. Si stupiva semplicemente di come Orlando riuscisse a essere libero pur frequentando una congregazione dalle rigide regole.

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Lew affrontò intorno ai diciannove anni un periodo di intensa depressione, ma riuscì in prima battuta a superarlo curandosi a casa. Orlando Rights venne a trovarlo e gli confidò di aver patito molto anche lui, dopo aver conosciuto Graziella, una ragazza di Rozzano. 
Era la sua prima esperienza. Pensò di poter chiamare amore quel sentimento. Dopo alcune settimane, lei lo lasciò con una motivazione che nelle apparenze era una banale scusa. 
Orlando la incontrò dopo pochissimo tempo. Era con un altro ragazzo, più alto e più bello di lui. Il caro amico era abituato ad ostentare una forza che non aveva,  prendendo in giro chi lo circondava. 
Si vergognava dei suoi punti deboli, ma parlando di questa sua sofferenza dimostrò di voler bene a Lew, e di avere fiducia in lui. Amicizia vuol dire anche aprirsi senza sentire il bisogno di difendersi. Non ci sono molti amici così “stretti”. Eppure le strade percorse insieme a taluni amici, prima o poi si dividono.

L’Alfa 33 di Orlando sgommava, con Lew davanti al lato passeggero e Rita sul sedile posteriore. Rita volle misurare ancora i suoi passi, specie di fronte a Elena e Tina non sedendosi davanti, accanto ad Orlando.
Elena e Tina Germani, sorellastre, sono state amiche di lunga data di Rita Ruggeri.
Arrivarono nel centro di Bollate, più o meno vicino agli edifici comunali. Elena era davanti al portone mentre aspettava con queste parole in bocca pronte ad essere pronunciate:

“Alla buon ora! Orlando! Ma tu per attraversare Bollate quanto ci metti?”

“Veramente ho lasciato le gomme per strada dalla corsa che ho fatto, che ti devo dire, ci sono anche i semafori!”

“Bravo! Bravo! Quando vuoi le rispetti le regole, se ti fa comodo!”

Elena era una ragazza intelligente e sensibile. Aveva un bellissimo fisico, purtroppo aveva i denti incisivi mal posizionati i quali davano poco merito ad un volto che altrimenti sarebbe potuto essere attraente.

In un mite pomeriggio della primavera del mille novecento novanta quattro, Lew mentre passeggiava con Orlando si confidava:

“Se Elena avesse i denti dritti probabilmente l’avrei sposata.”

Orlando lo guardò come se stesse delirando e probabilmente aveva ragione.

“Se proprio ci tieni, Lew, mettiti da parte un bel po’ di soldi e regalagli un trattamento di un buon odontotecnico. Vedrai che ti amerà per questo!”

Orlando proruppe in una risata sarcastica.

“Diciamoci la verità mio caro Lew: probabilmente seppure Elena  avesse i denti dritti non è detto che sposerebbe te!”

Orlando aveva ragione e Lew incominciava a sentirsi piccolo.

“Forse mi fraintendi Orlando, intendo dire che qualcosa di Elena mi attira.”

“Vero: se però i suoi denti ti frenano vuol dire che non è abbastanza!”

La macchina di Orlando si fermò, salirono Elena e Tina. Lew avrebbe voluto Rita sul sedile passeggero anteriore, in modo da sedersi accanto ad Elena. Bastava non guardarle i denti e tutto funzionava a dovere.

“Allora! Dove ci portate stasera?”

“Andiamo al Macumba!” 

rispose Orlando.

Quella sera dovevano incontrarsi in una nota birreria con un gruppo di amici che Orlando aveva conosciuto durante il servizio sociale sostitutivo alla leva.

“Una ventata di aria nuova!” 

pensò Lew, sperando di trovare la ragazza perfetta, che non esiste come l’isola che non c’è.

Il gruppo di amici di Orlando “fece il pacco”. Non si presentò nessuno. Orlando era visibilmente nervoso e incominciò a rispondere male a Rita.

Rita, dopo un paio di settimane, disse a Lew che non si sarebbe più interessata a Orlando. Lew si chiedeva perché lo disse proprio a lui e incominciò a calcolare la probabilità che Rita potesse interessarsi a lui. I teoremi di Orlando sulla personale inadeguatezza di Lew fornivano le regole da seguire in questi calcoli.
Dopo un paio di week-end, Rita cambiò atteggiamento nei confronti di Jonatan, mentre Lew ancora cercava di fare funzionare una calcolatrice con la batteria da tempo scarica. 
Incominciarono a scambiarsi dei regali. La cosa strana è che si continuava ad uscire tutti insieme, compreso Orlando. Incuriosito dalla cosa, Lew chiese a Jonatan: 

“Ma, tu e Rita?”

“Scordatevelo!”

rispose Jonatan.

Queste relazioni nascevano e morivano in poco tempo. Orlando disse a denti stretti che: 

“Rita si sarebbe anche accontentata di uno come te, Lew!”

Orlando voleva a tutti i costi dimostrare la  presunta inferiorità di Lew. 

Lew era poco incline a dimostrare emozioni, le quali però erano comprese perfettamente dai suoi amici. Non era necessario parlare di quello che provava, perché la sua mimica e i suoi gesti erano così eloquenti da rendersi comici.

Lew si era reso conto che Orlando voleva nascondere il flirt con Rita.

Agli occhi dei pastori, che osservavano le sue mosse, divenne una persona poco "spirituale".
 
Queste relazioni non erano durature e alimentavano più l’ego che il cuore. L’ego è “una fonte di energia psichica non rinnovabile”, perché è causa di un grande dispendio di risorse e provoca danni ad alcune persone, il suo risultato è una effimera soddisfazione, un vero e proprio "inquinamento sociale".
L’interesse di Rita per Lew durò davvero poco, la ragazza non era pronta ad un legame con un ragazzo simile ad un “cyborg”. 
Lew non era ancora abbastanza sicuro di sé per costruire una relazione e misurava ogni movimento. Inoltre, non voleva creare interferenze nella vita sentimentale di Orlando, quindi si faceva condizionare dalle decisioni dei suoi compagni di viaggio. Orlando, invece, quando prendeva una decisione pensava al vantaggio personale.

Il perfetto bullo e il perfezionismo di Lew

“Lew! Passami la soluzione del terzo esercizio, altrimenti ti ammazzo!”

Era sorprendente come Basilio Torrelli sapesse parlare a voce bassissima dando al contempo l’idea di urlare a squarciagola, quando voleva essere aiutato durante i compiti in classe. Basilio a soli quindici anni era un ragazzone di un metro e ottantaquattro centimetri, mentre Lew, in confronto, era un mingherlino. Basilio era bello e cambiava ragazza più o meno una volta ogni due settimane.
Purtroppo, pensava di ottenere le cose che voleva con la forza.
Il primo giorno di scuola fu l’occasione per un compito in classe di italiano. Basilio attraversava al centro le due file di banchi dopo aver consegnato il suo scritto. Sembrava un ragazzo tranquillo, ma rivelò nel tempo un sommerso di aggressività.
Basilio si accorse a tempo debito della presenza di Lew, perché il “mingherlino” andava bene a scuola. Lew era disprezzato, ma poteva risultare utile.
Lew fu interrogato per la prima volta dalla professoressa di geografia, la quale chiese al ragazzo di ripetere quello che gli era rimasto in mente sui Rift Valley, la lezione del giorno prima. Lew non aveva ancora preso coscienza del fatto che si trattava di un’interrogazione ufficiale, quando la professoressa gli fece i complimenti e annotò un “otto” sul registro dei voti. 

Lew ebbe una reazione bizzarra: si mise a ridere per lo stupore. Il compagno di banco Jonatan rideva insieme a lui. 
Lew era stupito perchè non aveva nemmeno studiato la lezione, non essendosi ancora  procurato il libro di testo. Prima di entrare in aula chiese a Jonatan di fargli un veloce riassunto della lezione. 
Jonatan affermò che l’interrogazione era una fotocopia di quella che poteva essere la sua, in occasione della quale avrebbe preso di sicuro otto e mezzo, se non nove in qualità di versione originale.
Intanto, Lew aveva smesso di ridere. Avrebbe voluto piangere per via dell’espressione che aveva Basilio con gli occhi fissi su di lui. Le sue risa erano state interpretate come una spacconata.

“Lew, sei uno sporco lecchino!”

Basilio si esprimeva in tale modo quando era di buon umore. Quando era di cattivo umore usava le mani per esprimersi.
Giocava come portiere in una squadra giovanile. Amava il calcio, parlava spesso di ragazze e non era interessato a seguire le lezioni dei professori.

“Lew, dimmi, qual è la tua squadra di calcio?”

“Non seguo molto il calcio, mi interessa solo durante i mondiali.”

La risposta fece andare su tutte le furie Basilio.

“Non sei un tifoso? Non hai il diritto di vivere!”

E si, non essere tifoso era un grave peccato per Basilio.
Jonatan pensò che era meglio mostrare d’essere amico di uno come lui.

“Jonatan, tu segui il calcio?”

“Certo!”

“Bravo Jonatan, tu si che sei una persona intelligente!”

Lew e Jonatan per alcuni versi si somigliavano ma Jonatan era molto più scaltro. Sapeva gestire con sicurezza i rapporti con le persone, era cresciuto libero di muoversi ed aveva molti amici nel quartiere popolare di Bollate. Ciononostante i  voti di Lew erano più alti e questo non gli faceva affatto piacere.
Aveva imparato molto bene a fare i suoi interessi, del resto non aveva ricevuto molto aiuto da nessuno.
Passava il pomeriggio con gli amici, andava a lavorare con la madre in un’impresa di pulizie dalle otto di sera fino a mezzanotte e studiava dopo, fino alle tre del mattino. La mattina faceva colazione con un bicchiere colmo di caffè e correva a scuola. Si alzava un quarto d’ora prima di uscire.

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Jonatan si comportò “come se” fosse stato un ammiratore di Basilio. 
Il comportamento di Lew nei confronti di Jonatan era contraddittorio. Cercava amicizia, ma si accontentava di accompagnarsi con una persona che lo denigrava in continuazione.
Lew ha cercato spesso di capire quale fosse la ragione dell’avversità di Jonatan nei suoi  riguardi. 

Una domenica pomeriggio, nella primavera del mille novecento ottanta sette, Jonatan senza preavviso venne a suonare alla porta di casa di Lew. 

“Lew! Scendi! Andiamo a giocare a pallone con dei ragazzi di Rozzano.”

Anche Jonatan stava cercando amicizia.

Dopo la partita nelle ore serali, Jonatan si intrattenne con Lew.  Al riparo di un albero, guardavano la Luna crescente e parlavano. 

“Lew, sai cosa vuol dire la parola ‘bastardo’?” 

Lew non capiva la ragione di questa domanda.

“Dimmelo tu!”

 “Vuol dire ragazzo senza padre.” 

“Ma cosa dici! Allora tu saresti tale?”

Jonatan aveva perso il padre a dieci anni. Era morto di meningite.

“Smettila Lew!”

Con queste parole Jonatan si rivolse a Lew in tono minaccioso. Non riuscì mai più ad essere gentile con lui. 
Lew comprese di averlo ferito e non poteva tornare indietro.  Lew trasformò un amico in un avversario, il quale cercava sempre la sua presenza e aveva trovato una ragione valida per scaricare su qualcuno la sua frustazione. 
Lew non intendeva esprimere un giudizio negativo nei confronti di Jonatan. Ci sarebbero volute delle scuse, ma non riuscì mai a trovare il coraggio di chiederle.

“Se succede qualcosa in classe la colpa è sempre di Lew!” 

suggeriva Jonatan.

La classe rispondeva quasi sempre con una ovazione. E Basilio annuiva con il capo in segno di solenne approvazione. Jonatan aveva trovato il suo ruolo nella classe: sarebbe stato  “la sentinella del butta fuori”. Lew invece era considerato un individuo scomodo.

Non tutti erano fedeli a Basilio. 

Daniele La Quercia, suggerì a Lew un trucco per non essere più torturato da Basilio durante i compiti in classe:

“Devi andare incontro al professore di matematica prima che entri in classe dicendo: ‘Professore, per cortesia mi potrebbe invitare ad occupare un banco davanti alla cattedra durante la verifica scritta?’ vedrai che il professore capirà al volo e acconsentirà. Sai, io se potessi ammazzerei Basilio. Non dirlo a nessuno, ma a me della sua squadra di calcio non me ne importa proprio niente!” 

E così restando vicino alla cattedra durante il compito Lew evitò le minacce di Basilio, che restava puntualmente in fondo all’aula per copiare senza essere sotto gli occhi del professor Noquarto.
Il piccolo Daniele era considerato un pupillo da Basilio, il quale non sospettava affatto di essere odiato da lui. 

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E’ difficile dire come mai Basilio non abbia picchiato Lew.
Durante le ore della materia più odiata dalla maggioranza della classe denominata “reparti di lavorazione” o “aggiustaggio meccanico”, ce ne sarebbe certamente stata almeno una occasione. 
Il professor Corto aveva dei metodi molto duri. Il docente era reduce da un divorzio ed era molto incline alle urla.

“Ragazzi, cercate di non parlare ad alta voce nel reparto perché con la riverberazione che abbiamo possiamo sentire pure le formiche, quando scorreggiano!”

La materia comprendeva l’uso di lime nell’aggiustaggio di pezzi meccanici e di strumenti di misura come il calibro per la misura di lunghezze e il comparatore per la rettifica dei piani. A fine del secondo anno, qualcuno di noi era stato introdotto all’utilizzo di strumenti più sofisticati, come il tornio a controllo numerico in previsione dell’iscrizione alla specializzazione “meccanica” del triennio. Basilio non aveva nessuna voglia di lavorare con le lime, ma sapeva che c’era un modo per essere promossi lo stesso. La materia comprendeva la stesura di relazioni e disegni tecnici in merito ai cicli di lavorazione da elaborare a casa nelle ore pomeridiane. 
Non sarebbe stata una buona idea farli fare a Lew, per arrotondare la media dei voti?
Lew non sapeva dire di no a Basilio, aveva troppa paura.
Il professor Corto esaminò l’elaborato e storse il naso. 

“Questo lo ha fatto Lew, non è vero?”

Basilio negava la verità urlando e dimenandosi. Lew era in preda al panico.

“Lew, lo hai fatto tu?”

“Si.” 

rispose con voce debole. Se avesse negato la verità sarebbe stato ininfluente, ce l’aveva scritta in fronte.
Ebbe paura  di essere bocciato e anche di essere picchiato da Basilio. Il ragazzone lo guardava esterrefatto, ma sapeva bene che picchiandolo si sarebbe giocato l’anno scolastico.
Mentre tornavano a casa, lungo le vie del centro di Bollate,  Jonatan prendeva in giro Lew.
Ad ogni incrocio, gli diceva: 

“Guarda! In fondo alla strada c’è Basilio! Sta venendo verso di te!” 

e poi rideva della sua ansia e del suo spavento.

Il professor Noquarto stimava Lew più per l’impegno e la tenacia che per la precisione nei compiti scritti. Ad ogni modo, a fine del secondo anno ebbe un sette di matematica in pagella. Non era poi così male. Negli anni successivi la matematica  divenne davvero una sua forte passione. Il suo perfezionismo si esprimeva durante le verifiche, e trovò un metodo abbastanza soddisfacente per ridurre l'incidenza degli errori. Una volta terminato un esercizio, prendeva i risultati e li elaborava con il procedimento inverso, se otteneva i dati iniziali  determinava l’assenza di errori.
Il metodo era quasi infallibile, Lew no. Purtroppo, era necessario eseguire i calcoli a velocità almeno doppia rispetto a quella richiesta normalmente, per non parlare del tempo necessario a correggere eventuali errori. 
Era davvero pesante. 
Un giorno avrebbe pagato con la salute quell’attitudine che era ormai diventata una forma di pensiero.

Vale la pena accontentarsi di qualche voto più basso, per scoprire  che la sicurezza personale può migliorare qualsiasi prestazione.

“Lavora Lew! Lavora!”

Il professor Noquarto lo salutò con queste parole di incoraggiamento unitamente a un augurio di successo.


Aurora e Lucille

“Ciao, uomo!”

“Ciao, donna!”

Aurora Visentin esercitava un notevole ascendente nei  riguardi di Lew. Di questo la classe terza C specializzazione Informatica dell’Istituto Tecnico Industriale statale di Bollate ne era chiaramente testimone.
Lew non era il “suo ragazzo”, era semplicemente infatuato. Mentre si dicevano le parole sopra citate, lei lo spingeva con le sue piccole mani afferrandolo sui pettorali e non risparmiava complimenti sulla sua forma fisica.
Aurora non avrebbe potuto fare la modella, perché non era molto alta. Questo era l’unico motivo, perché era davvero molto carina. Aveva i capelli lunghi color castano lucente e occhi molto chiari. Era solare e divertente, ma quando perdeva quella bellissima dote chiamata pazienza era meglio scappare.
Le piacevano i ragazzi, ma se si sentiva soverchiata o controllata tirava fuori delle unghie affilate come una bellissima gatta impazzita.
Lew ogni tanto tirava fuori un po’ di audacia, come quando le disse: 

“e se facessi io la stessa cosa sui tuoi pettorali'?”

“e sì, e poi? sogna, sogna!”

Aurora era fidanzata, ma Lew a quell’epoca non riusciva a far convivere degnamente ragione e sentimento. Sperava che un giorno le sarebbe entrato nel cuore, anche se era evidente che lei lo cercava per amicizia e simpatia. Due buoni amici si riconoscono nel momento del bisogno. 

Che dire se qualcuno ti cerca solo se ha un bisogno?

Io e Lew ci frequentavamo regolarmente durante gli anni delle scuole superiori. Io frequentavo il liceo classico, mentre Lew frequentava un istituto tecnico. Lew era molto interessato anche alle materie letterarie ed aveva uno spiccato carattere da nerd.

Lew mi parlava spesso della compagna di scuola Aurora. Gli chiesi se provasse qualcosa per lei ma invariabilmente negava ed era anche discretamente infastidito. La verità, comunque era chiara agli occhi di molti.

Anche Jonathan Pretoriano si era accorto dell’interesse di Lew per Aurora.  
Quando Lew frequentava il terzo anno, nel mese di Marzo Lew Jonathan Aurora ed io ci incontrammo per una uscita in un bar vicino casa che era notoriamente il punto di partenza per serate in discoteca. Jonathan cercò di fare amicizia con me e, sorprendentemente Lew si ingelosì di noi due nonostante fosse interessato ad Aurora. 
Non c’era attrazione di pelle tra me ed  Aurora, la serata fu un disastro. 

Io mi lasciai scappare uno scomodissimo sbadiglio e poi dissi d'istinto:

"Che palle"

e Aurora:

"Che hai detto?"

"No intendevo, guarda che belli i palloncini colorati, rimaniamo ancora un po',  forse sta per iniziare una festa".

Dopo cinque minuti, Aurora se ne andò con una banale scusa. 

Dalla terza alla quinta superiore, i voti di Lew migliorarono. Il suo impegno per lo studio era notevole. 

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Il compagno Ciro ebbe l’idea di soprannominarlo “l’automa”, perché il suo carattere era piuttosto freddo e controllato.
Aurora non poteva fidanzarsi con un automa, al massimo poteva configurarlo per un ottimale funzionamento, d’altronde la sua specializzazione di studio la avrebbe formata per questo genere di competenza. 
Lew non era consapevole di quanto fosse evidente l’infatuazione che lo affliggeva e si rendeva ridicolo per questo. Il  compagno Massimo Ariel osservò da vicino i loro movimenti e volle dare a Lew dei consigli, non prima di averlo preso un po’ in giro.
Massimo era insieme al professor Spoletta, durante una lezione di educazione fisica:

“Lew, ma tu ti vuoi fiondare Aurora?” 

Lew si arrabbiò molto: 

“Ma quanto siete venali!” 

 Era vero: la desiderava. Nonostante questo, le sue azioni lo allontanavano da lei.

Da cosa erano provocate le sue azioni? 

In un Sabato autunnale, Aurora si avvicinò a lui e disse:

“Lew, vieni a pattinare oggi pomeriggio?”

“Vorrei poterlo fare, ma Lunedì c’è il termine di consegna della relazione di laboratorio di elettronica e non ho ancora testato il programma che ho allegato. Sarà per un’altra volta!”

Preferiva passare il Sabato davanti a un freddo computer piuttosto che con la ragazza che gli piaceva da morire. Il conflitto era evidente tra il desiderio e un esagerato senso di responsabilità.
Era spaventato dall’idea di prendere cattivi voti. 
Ad ogni compito in classe, durante l’assegnazione dei giudizi provava sempre la stessa ansia avvolgente e soffocante. 
Anche Jonatan Pretoriano era un ansioso, ma era molto più furbo e non lo faceva capire. Aveva dei buoni voti, ma non eguagliava Lew. Passava tutto il pomeriggio con gli amici e studiava di notte.
La sua vita adolescenziale non fu facile, ma aveva un fisico forte. 
Aveva una sociale appagante.
Per via delle precarie condizioni economiche era costretto ad aiutare la madre nel suo lavoro di pulizie. 
La compagna di banco di Aurora, Melania Calcoli si era invaghita di Jonatan. Il ragazzo gestiva con molta “cautela” questo flirt, perché come la maggior parte degli appartenenti alla congregazione aveva paura del giudizio dei pastori della congregazione. 
Lew non  pensò mai di smascherarlo, perché si sentiva un peccatore indegno di tale azione. Non poteva denunciare la pagliuzza nell’occhio del suo fratello perché pensava di avere una trave che offuscava la sua vista. Questo nonostante non fosse convinto delle dottrine della congregazione: vivere in quell’ambiente dall’infanzia aveva marchiato il suo cuore con un senso di colpa che non sapeva spiegare. Colpa perché dava la precedenza alla formazione e alla carriera scolastica, piuttosto che andare a “predicare”. Colpa, per qualcosa di cui qualsiasi famiglia sarebbe andata fiera.
La congregazione in cui era immerso descriveva nei dettagli il peso di tale colpa, e predicava dal pulpito in merito ad un futuro giudizio.

Tra lui e i genitori c’era una discontinuità ideologica che non aveva il coraggio di esprimere con risolutezza. 
Antonio e Serenetta avevano una cultura molto semplice fatta di  idee che gravitavano intorno all’attesa della fine del mondo. 
L’insegnamento principale ricevuto nella prima infanzia affermava che Dio presto distruggerà tutti i malvagi. Inoltre chi non avesse rigato dritto avrebbe avuto la stessa sorte anche se appartenente alla congregazione. Lew visse nell’ombra, una vita che forse avrebbe potuto avere colori più luminosi, se si fosse fatto aiutare al tempo opportuno.

In quinta superiore, quando Lew aveva quasi diciannove anni, papà Antonio lasciò che il ragazzo partecipasse ad una gita scolastica di cinque giorni nella città di Roma. Lew non pensava che sarebbe arrivato il consenso per la gita, tuttavia questo arrivò. Non aveva mai passato un’esperienza così intensa con i compagni di scuola.
Nel viaggio di andata, Aurora si avvicinò a lui con molta dolcezza e disse:

“Lew, tu credi davvero a quello che dicono in quella religione?”

“Non lo so!”

“Jonatan è come te, o è convinto?”

“Credo che sia convinto.”

Lew non sapeva definire con chiarezza ciò in cui credeva. Provò a trasformare l’amicizia di Aurora in qualcosa di diverso. Non ci riuscì, forse perchè per questo ci voleva come minimo convinzione. Lo fece in un contesto completamente sbagliato, parlando mentre altre persone sentivano. Aurora sorrise, diede alla cosa il valore di uno scherzo, anche se sapeva bene che non lo era. 

Massimo Ariel consigliò:

“Ti conviene cercarti un’altra ragazza, le avventure impossibili sono affascinanti, ma bisogna stare con i piedi bene attaccati alla terra!”

Durante gli ultimi tre mesi della quinta, quasi non si rivolsero più la parola. Lew portò all’esame orale Matematica ed Elettronica, lei Sistemi di Automazione ed Italiano. Il dialogo si interruppe, una volta per sempre. Nel duemila nove si incontrarono virtualmente su un Social Network. La follia di Lew non si era estinta e Aurora, essendosene resa conto, gli tolse la sua amicizia virtuale, dopo alcune conversazioni in chat.

L’esame di stato
                
Negli anni precedenti la maturità Lew pregava spesso un Dio di cui gli insegnamenti della congregazione apologizzavano il “timore". 
Lew aveva timore nel senso più negativo di questo termine: raramente  ringraziava, sovente chiedeva qualcosa perché il futuro lo spaventava. La votazione dell’esame di maturità rappresentava per lui un illusorio passaporto verso una felicità di cui non conosceva ne forma ne estensione.
Verso la fine della prima superiore, la sua preghiera divenne un rosario che ripeteva e ripeteva.
Era convinto dell’esistenza di Dio, come fonte di luce, tuttavia si trovava costantemente nell’ombra. 

Ci sono persone che cercano la “verità” come se fosse un raggio luminoso. Alcuni la cercano nel mondo esterno oppure si affidano a “maestri”, altri guardano nella penombra della propria coscienza o si spingono oltre verso l’inconscio. 

Che cos'è la ricerca della verità? E’ sufficiente “sentire” ciò che ci suggerisce il cuore? Può bastare essere consapevoli che altri sentono cose diverse? 

I raggi di luce sono diversi perchè diversi sono gli occhi di chi li osserva. Alcuni desiderano aggregarsi ad un gruppo e questo li fa stare bene.

Chi sta vivendo un’esperienza settaria potrebbe porsi delle domande o cercare di soddisfare un bisogno. Probabilmente, non troverà nella setta il modo più sano per avere soddisfazione.

E’ bello incontrare persone che sanno vivere senza la pretesa di una risposta certa ed assoluta, immerse nella totale gratitudine per il solo fatto di essere all’esistenza.

Lew si sentiva giudicato da un dio di cui credeva di conoscere nei dettagli la personalità, piuttosto autoritaria come suggerisce una possibile interpretazione dell’antico testamento. 
Le sue passioni erano stigmatizzate dall’ambiente religioso in cui viveva, di conseguenza aveva una mente divisa fra contraddittorie tensioni emotive.

Una condizione simile a questa può portare alla “nevrosi”. Per fortuna, questo male si può risolvere con una psicoterapia, ma è indispensabile avere consapevolezza e autodeterminazione. 
Più raramennte, nei soggetti predisposti, può insorgere una vera e propria malattia organica. Se questo accade diventa necessaria una cura medica. Questa è una realtà che pochi accettano subito. Alcuni fra quelli che si ammalano non ne acquisiscono mai consapevolezza.

La differenza che io colgo di più tra nevrosi e psicosi, è che nella nevrosi il soggetto non perde consapevolezza, tuttavia non è capace di amarsi. Nel nevrotico la volontà è conservata e sa dove sta andando.

Lew visse per alcuni anni in bilico tra nevrosi e psicosi ed era stato avvertito dalla congregazione: alcune pratiche della psicologia erano indicate come forme di “spiritismo”. Il ragazzo fu indotto a credere nella veridicità di simili affermazioni.
Per questa ragione gli fu impedito di rivolgersi a uno psicoterapeuta, quando ancora poteva essere efficace.
Per la congregazione era meglio saturarsi di farmaci.

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In quinta superiore Lew era preparato tecnicamente, ma emotivamente insicuro. 

I professori facevano orientamento, per la scelta degli studi universitari dei ragazzi. Il professore di matematica fu quello più attento e perseverante.

“Lew, che cosa pensi di fare dopo la maturità?”

“Penso di cercare lavoro.”

“Ma no, sarebbe uno spreco di risorse!” 

ribatté convinto e deciso il professore, il quale voleva spingere Lew ad iscriversi alla facoltà di ingegneria.
Il professore non immaginava minimamente quale sommerso emotivo affliggesse la vita di Lew e come il ragazzo fosse indebolito nelle motivazioni dalla congregazione e dalla famiglia di origine.

Dopo questo scambio di battute, il professore di matematica ritornò più volte sull’argomento facendo leva su motivazioni, sentimenti e ragionamenti molto forti. Sosteneva l’obbligo morale di rendersi utili, nella misura in cui la natura ci ha dotato. 
Durante le adunanze di congregazione, Lew sentiva commenti e ragionamenti totalmente opposti. 
Il padre di Orlando Visentin, durante una funzione si avvicinò a lui alla vista di diversi giovani e rivolgendosi con un tono di voce comprensibile a molti gli disse:

“Lew, so che ti impegni molto a scuola, mentre per la verità non fai quasi nulla, non pensi che stai per diventare il capitano di una nave in procinto di affondare?”

Dentro di Lew c’era un furioso combattimento. 
Le credenze dei suoi genitori si conciliavano male con quello che apprendeva a scuola.  
Desiderava essere accettato, ma frequentava ambienti fortemente polarizzati. Era spaventato dall’immagine di un giudizio che abitava nella sua mente.

Il ragazzo non era letteralmente costretto a prendere una o l’altra decisione, ma era condizionato e non sapeva decidere con fermezza. 

Lew “percepiva” la presenza di suo nonno, come se stesse aspettando il momento più opportuno per dare un segno, che lo avrebbe liberato dal senso di colpa nei suoi riguardi. 
Lew voleva imparare a scegliere, divenire sicuro di sé. 
Il cambiamento non sarebbe stato repentino, sarebbe avvenuto dopo tempo e attraverso varie esperienze.
 
Nella narrazione della congregazione, Dio interverrà sugli affari umani, distruggendo tutte le persone cattive e ponendo il fondamento per un nuovo mondo di pace e giustizia. 

Per un proselito non è ammissibile che un figlio faccia una scelta diversa, ciò equivarrebbe alla sua perdizione.
Se un proselito si sentisse chiedere da una persona estranea alla congregazione: 

“Pensate che solo i componenti della vostra congregazione si salveranno?” 

molto probabilmente darebbe risposte evasive, citerebbe un’infinità di versetti tentando di far parlare la Bibbia al suo posto. 

Negli anni Lew diventò ambizioso. La sua preghiera era diventata più audace. Chiedeva a Dio un voto brillante alla maturità in cambio della sua dedicazione. 
 
Questa era una promessa, un voto. 
Stava cercando di barattare l’anima con una gratificazione?

Nell’antico testamento nel libro di Giudici capitolo undici, verso trenta e seguenti, si narra di un militare di nome Iefte impegnato nella guerra contro gli Ammoniti, che fece un voto a Dio: se avesse vinto la guerra avrebbe sacrificato o dedicato a Dio la prima cosa scorta al suo rientro in patria. La prima cosa che vide Iefte fu la figlia primogenita.

A malincuore ella accettò una vita diversa da quella che la società del tempo considerava desiderabile: non si sposò e si dedicò come serva nel tempio.
Quindi per un voto del padre, la figlia dovette modificare radicalmente la sua vita.

Lew non voleva realmente che la sua vita fosse il risultato di un voto, per di più mal formulato. Non voleva nemmeno programmare la sua vita. Quindi riformulò nel tempo la sua preghiera.

Nei giorni precedenti l’esame, la tensione nervosa era arrivata alle stelle, come accadeva anche a tanti altri ragazzi.

Qualche settimana prima aveva sentito lamentarsi papà Antonio davanti a Serenetta, in questo modo:

“La deve finire di studiare, è sempre buttato sui libri!”

Non era ancora arrivato l’evento in grado di fermare Lew, o meglio: non era ancora finita la sua energia. Voleva dare a tutti i costi il massimo. 
La preoccupazione dei genitori lo condizionava e ostacolava, tuttavia anche loro erano “divisi”: quando parlavano dei suoi voti alle persone “del mondo” o non "proseliti", lo facevano con orgoglio.
Gli scritti, italiano e “informatica generale” andarono bene. L’elaborato tecnico risultò il migliore dell’istituto e gli orali furono i migliori a pari merito con Jonatan Pretoriano. Il voto finale fu quello che aveva sperato.

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Lew si recò in Sicilia durante l’Agosto del mille novecento novanta tre insieme al suo compagno Jonatan. Lew era stanco e gli mancava Aurora. Jonatan invece, era ancora carico di energie. 
 
Dopo la gita scolastica, poche furono le occasioni in cui Lew e Aurora si parlarono.
Realizzando che probabilmente non l’avrebbe mai più rivista cresceva la tristezza di Lew.
Orlando Rights cercava di organizzare il tempo libero  organizzando l'incontro con varie persone, soprattutto ragazze. Cercava sempre di essere il più “simpatico e geniale” e quando non ci riusciva prendeva in giro chi aveva osato superarlo.

In quell’anno Orlando affrontò un’esperienza nel servizio civile: lavorò nel comune di Candelo, in provincia di Biella, ed era ospite in un edificio dell’amministrazione comunale insieme ad altri due proseliti.  

Negli stessi giorni, Lew incontrò la madre di Orlando nel centro di Bollate, in lacrime. Avevano in casa un bellissimo gatto soriano, a cui erano riservate molte cure. Il felino amava salire sul bordo di una finestra e fare l’equilibrista, finché un giorno la donna distrattamente chiuse la finestra e il povero animale fece un volo di cinque piani. Morì, dopo due giorni di agonia. Una tettoia sporgente al primo piano vanificò il tentativo del gatto di cadere sulle sue zampine, sfruttando il suo agile corpo, un colpo all’anca se lo portò via.

Lew ricevette una lettera di Orlando, raccontava di quando aveva saputo che il suo gatto era morto. Era una sera di pioggia battente, era solo in quel momento. Orlando era un sentimentale: la pioggia si confondeva con le sue lacrime.
Lew decise di andare a trovarlo, insieme all’amico Alberto. 

Orlando si confidò di aver trovato una ragazza, era la sorella minore di un suo compagno nel servizio civile.

Lew conobbe varie persone e fece amicizia con una ragazza di nome Helene. Era sveglia e intraprendente.  Si videro però solo un paio di volte mentre il cuore di Lew era rimasto nel ricordo di Aurora. 

Orlando diceva a Lew:

“Vieni, ti presento un po’ di miei amici.”

Orlando, indicando Lew, puntualizzava che si era appena diplomato. Subito dopo precisava, che Lew era bravo a scuola, tuttavia:

“Chiunque uscirebbe con un buon voto alla maturità, se solo fosse così pazzo da studiare tanto quanto lui!”
Orlando presentava Lew a chiunque in una cattiva luce: era mosso in parte da una punta di invidia per alcuni complimenti che Lew si attirava tal volta, in parte da preoccupazione perché era evidente che questi non riusciva ad essere felice.

Lew aveva fatto un voto a Dio e sentiva l’esigenza di pagarlo.
Si sarebbe dedicato come membro della congregazione, avrebbe proseguito con gli studi universitari oppure avrebbe fatto entrambe le cose?

Disorientamento

Lew aveva più o meno sette anni. Bruno Giorgi, pastore della congregazione di Bollate,  si avvicinò a lui, nell'allora modesto luogo di culto e chiese:

“Lew, cosa vuoi fare da grande?”

e lui, senza esitare: 

“Il missionario!”

L’espressione “missionario” si riferisce a chi impiega tutto il suo tempo ad andare a predicare l’imminenza della fine del mondo, anche in nazioni diverse dalla propria.
Nella congregazione, molti vivono sinceramente il desiderio di aiutare il prossimo. Molti pensano che il proselitismo sia l’attività migliore perché credono esista uno stile di vita che Dio ricompensa con la vita eterna. Altri si piegano a precetti che non riconoscono pienamente. Chi non si conforma viene presto bollato come individuo dalla cattiva attitudine spirituale, in altre parole viene emarginato dalla comunità. Questo vuol dire perdere le proprie amicizie. Alcuni si sono trovati in questa condizione senza avere amicizie al di fuori della congregazione, e ancor peggio senza essere adatti alla socializzazione nel mondo esterno alla setta. 

A sette anni Lew non capiva bene cosa volesse dire fare il missionario, ma dava la risposta che considerava attesa ed approvata.

La reputazione di Lew nella congregazione prese una brutta piega già nei primi anni dell’adolescenza. Aveva quattordici anni quando Natale Lunetta, che aveva da qualche anno abbracciato la fede dopo aver studiato la bibbia con papà Antonio, si rivolse a Lew così:

“Cosa farai adesso che hai concluso le medie?”

“Andrò alle superiori, altrimenti cosa potrei fare?”

“Potresti fare il missionario!”

Lew era cambiato: affiorava dentro di lui il desiderio di un altro genere di vita.

Cleo aveva incominciato a frequentare un “ragazzo del mondo”, una persona non credente, e la congregazione incominciò a trattare con freddezza la famiglia Den Wackelig. Lew conobbe la sua prima crisi motivazionale. 

La congregazione non era più il posto sicuro in cui voleva rifugiarsi.

Spesso durante le adunanze, si sentivano commenti molto pesanti nei confronti delle persone del mondo in generale, indicando una condizione di “morte spirituale”.

Tom aveva abbracciato la fede di Cleo dopo il matrimonio.
Prendeva parte attiva alle funzioni religiose. 
Durante una di queste funzioni, si trovava sul podio per leggere un testo sacro, mentre la sorella Nebbiolo commentò per l’ennesima volta in merito a sposare i non proseliti.
Tom si sentì oggetto di un pessimo paragone, tuttavia ingoiò il suo malumore, rimase in piedi sul podio e continuò la sua lettura.

Sullo sfondo di questi drammi emotivi, la spiritualità di Lew si distorceva, anno dopo anno, ma nonostante tutto credeva ancora in Dio. Voleva farsi una buona posizione lavorativa, mentre nella congregazione venivano dati consigli che sminuivano il valore di una carriera accademica da spendere sul lavoro. 
Nella congregazione trovava di continuo frustrazioni, il suo comportamento era considerato deprecabile. 

A scuola invece riceveva lodi ogni volta che faceva un progresso. Li, aveva trovato una passione che lo faceva sentire bene. Fra i proseliti il vero progresso significava rinunciare a qualsiasi passione che potesse sottrarre tempo alla predicazione. C’erano troppe contraddizioni sullo scenario, contraddizioni che entrarono nell’animo di Lew, alimentate dall’energia mal direzionata della sua stessa ribellione. Lew era consapevole di questa condizione, tuttavia non aveva la forza di prendere una decisione tanto impegnativa. Nel momento in cui la tensione crebbe, perse anche la consapevolezza.

Se Lew avesse avuto un voto in pace interiore sarebbe stato bocciato. Mentre nasceva dentro di lui una passione via via crescente per la matematica e l’informatica la sua vita emotiva era incentrata sul bisogno. 
Lew sapeva cosa avrebbe fatto dopo la maturità, persino i suoi sogni erano confusi e costellati di simboli difficilmente decifrabili. 
Non c’era ordine nei suoi pensieri: per molto tempo i suoi obiettivi furono nascosti da una coltre di “nebbia”, aveva davanti a se solo l’esame di stato, avvolto da una fonte di energia negativa che lo attirava.

Alle soglie della maturità accarezzò l’idea di studiare lavorando. 

Ma non aveva fatto bene i conti: la sua forza non glielo consentiva, inoltre non aveva spazi in cui portare avanti il suo impegno nel silenzio, necessario per studiare.

I professori criticarono aspramente l’idea a volte espressa di rinunciare a proseguire gli studi. 

Qualcuno potrebbe chiedersi, perché Lew non sapesse dire esattamente cosa voleva fare della sua vita.

Lew fu costretto a scegliere se perseguire un suo sogno oppure quello dei genitori.
La congregazione lo convinse che perseguire i suoi sogni significava essere "colpevole".

“Lew: non sia mai che tu prenda una decisione di questo genere! Sarebbe uno spreco di risorse!”

diceva il professore di matematica. 

Il professore di “sistemi di automazione” si esprimeva invece in un tono più informale e diretto: 

“Lew! Tu devi andare all’università! Se no, ti prendo a calci nel sedere!”

Il professor Farina aveva un rapporto molto amichevole con Lew, apprezzava la sua intelligenza. Spesso faceva battute ironiche sul suo impegno nello studio, del tipo: 

“Guardate, questo ragazzo è sempre in output!”

oppure durante le interrogazioni: 

“Ragazzi, pensavo di riuscire a tartassare Lew, invece sono io che sono tartassato da lui!” 

Il professor Farina è stato per Lew una persona piacevole. Era pieno di interessi, lavorava al mattino a scuola e al pomeriggio in uno studio di registrazione come tecnico del suono.
Grazie all’incoraggiamento e contributo di Farina, Lew approfondì lo studio della teoria dei segnali e la sua base matematica, argomenti topici della tesina che presentò alla maturità. Farina fu il membro interno della commissione d’esame e aiutò Lew ad ottenere il risultato sperato.

C’erano tre forze che attraversavano la mente di Lew.

Avrebbe compiaciuto la congregazione, la scuola o avrebbe dato la precedenza alla realizzazione personale? In quale periodo della sua vita avrebbe preso una posizione precisa?

L’algebra dell’agitazione

Roberta era una ragazza minuta, alta poco più di un metro e cinquanta. Aveva un bel fisico ed un viso gradevole.
Lew scoprì il suo nome perché lo aveva sentito dalle sue amiche mentre parlavano fra loro. 
Si sentiva attratto da lei, forse perché gli ricordava Aurora, ma non riuscì mai a superare il timore, la timidezza, non riuscì mai a parlarle. Si girava e la guardava, lei faceva altrettanto, finché uno dei due, a turno abbassava lo sguardo imbarazzato, solo per rialzarlo un attimo dopo nella medesima direzione. Sorrideva, chissà se volesse incoraggiare o considerasse quel comportamento ridicolo. Mentre la professoressa di analisi matematica spiegava con rigore ineccepibile, il sorriso di lei accompagnava Lew.
Nell’aula c’erano un centinaio di studenti perciò la professoressa per farsi sentire usava un microfono. Al mattino la sveglia suonava alle sei, una mezz’oretta era dedicata allo studio per la teoria della scuola guida, poi correva a prendere il tram per seguire alcune ore di lezione all'università. Dopo pranzo andava a scuola guida. Una volta a casa, in serata, elargiva lezioni private a studenti in difficoltà, poi qualche ora era dedicata allo studio.
Dopo il primo mese di lezioni universitarie, incominciò a distinguersi fra i compagni di corso. La professoressa di analisi, davanti alla cattedra e a quattro lavagne a scorrimento verticale, si rivolse così agli studenti:

“Allora, avete capito la dimostrazione di ieri?”

Nell’aula gli sguardi erano incerti. La professoressa osservò, in direzione del posto di Lew in prima fila:

“Lei ha capito la dimostrazione?”

“Sssiiii.”

“Dunque, venga alla lavagna e la esponga ai suoi compagni di corso!”

“Ma, devo proprio?” 

l’aula scoppiò a ridere all’unisono.

“Certo! Venga subito! Non faccia il timido, non la mangio mica, al massimo la boccio!”

Il messaggio per le sue orecchie non era incoraggiante, ad ogni modo espose la dimostrazione e ricevette dei complimenti.
Sostenne l’esame scritto, voto: 28/30. Colpa di due banali imprecisioni nei calcoli. 

All’orale avrebbe potuto dare probabilmente di più, ma purtroppo proprio in quel lasso di tempo divenne evidente il decadimento della sua salute.
Dovette ricorrere ad un ansiolitico.
Qualche notte prima dell’esame di geometria, si svegliò in preda al panico. 
In serata aveva dato ripetizioni a un ragazzo che frequentava il terzo anno dell’ITIS. La lezione e il ragazzo non erano stati spaventosi per lui, quindi il suo panico appariva ingiustificato. Durante la sera aveva guardato un vecchio film americano. Tutto improvvisamente gli apparve insolito, incominciavano a sopraggiungere delle strane percezioni.
Neppure il film era realmente spaventoso.
Eppure nella notte si svegliò con il cuore che batteva forte fino ad avere un dolore nel petto.
In prima battuta, questa reazione sembrava dovuta a stanchezza nervosa, ma l’energia di questo panico era alimentata da pensieri vicini e lontani nel tempo. Nemmeno l’impegno per le materie universitarie poteva giustificare la sua sofferenza.

Disse a Serenetta, con voce debole e sofferente: 

“Mamma aiutami! Non voglio fare la fine di Orlando!” 

Orlando si era tolto la vita un paio di mesi prima, seminando dispiacere e incredulità nella comunità religiosa, quando aveva poco più di venti anni. Alcuni anni prima aveva lasciato il culto, mettendosi alla ricerca di una diversa verità. Non si salvò purtroppo dalla solitudine che portava dentro.
La sua mente forse era ancora più “divisa” di quella di Lew. Il padre era un proselito con incarichi di responsabilità nella congregazione, la madre era cattolica e di idee completamente opposte a quelle del padre. Orlando soffriva, anche perché fin da bambino era completamente calvo, condizione che non riusciva ad accettare. 
Orlando aveva davanti a sé due modelli opposti, questo generò un conflitto nella sua vita emotiva come accadeva a Lew.  
Anche sua madre era  depressa, per questo il padre organizzava spesso delle vacanze all’estero, pensando che un po' di svago potesse aiutare.
Qualche mese prima Orlando era scappato da casa. Fu trovato un paio di settimane dopo nella cantina di casa sua, in condizioni pietose e quindi fu preso in cura da un medico. Il padre non sapeva più a chi dare la precedenza. Ci fu un periodo in cui la salute del ragazzo sembrava migliorare, dopodiché padre e madre partirono per una vacanza a Palma di Mallorca.

Purtroppo la vacanza fu interrotta da una notizia sconvolgente. Orlando era rimasto a Bollate insieme al fratello più grande Fabrizio. Fu lasciato solo, per un paio d’ore, poi Fabrizio rientrò in casa e trovò Orlando senza vita. 
Si era impiccato usando una cintura fissata alla porta della stanza da bagno. Il fratello cercò disperatamente di rianimarlo, ma non c’era più niente da fare. 

Orlando era morto.

Al funerale erano presenti le congregazioni di una vasta zona, erano centinaia e il cimitero di Bollate era invaso. La bara non entrò nel luogo di culto, perché Orlando non faceva più parte della congregazione. Tuttavia al cimitero un pastore fece un discorso, tentò di dare una spiegazione al dolore che tanti giovani sono costretti a sopportare e presentò il credo della congregazione come una salvezza da questa sofferenza.
Mentre la bara era pronta per essere sotterrata, la madre si avvicinò e salutò così Orlando: 

“Amore mio, ciao.” 

La folla si allontanò, le amiche del cuore accerchiarono la madre in lacrime che disse: 

“Che cosa volete che vi dica? La mia vita è finita!” 

Le sue parole sembrarono una premonizione, se non un’intenzione già matura. Si tolse la vita anche lei otto anni dopo. Diceva spesso che non voleva invecchiare.

Nella mente di Lew, incominciò a germogliare il seme di un profondo ed antico risentimento.
Una frase di Jonatan Pretoriano, pronunciata qualche anno prima:
 
“Lew farà come Orlando, si farà ingannare dalla filosofia!”

non era stata dimenticata, non era stata elaborata in un modo logico.

La reale causa di questa simbolica esplosione viveva nella fragilità di Lew.

E così i pensieri correvano, purtroppo nella direzione sbagliata.

Riaffiorarono nella mente di Lew anche le parole del padre di Orlando, che lo aveva esortato a non diventare il capitano di una nave che stava per affondare. 
Per i membri della congregazione il mondo estraniato da Dio sta per finire come una nave inghiottita da una tempesta.
E’ difficile dire se Orlando abbia salpato con la nave sbagliata ma di certo era caduto in un simbolico mare tempestoso.
Anche Lew aveva rischiato molto, cadendo in “mare”. Riuscì a salvarsi e, “tornando a riva”, si diede uno scopo diverso, lasciò l’università e abbracciò la fede della congregazione. 
Dopo alcuni anni, avendo fatto tutto questo per una convinzione basata su fondamenta instabili arrivò a subire conseguenze molto più pesanti a livello emotivo. Eppure, anche in quel caso Lew trovò una riva salvifica.

Cercare l’irraggiungibile

Il professore di matematica Eugenio Matera dimostrò un carattere molto forte ed esercitò grande influenza sulla classe di Lew, che nella primavera del mille novecento novanta tre si stava preparando per superare il tanto temuto esame di maturità.

“Lew voglio dirti una cosa: tu mi assomigli molto. Sono convinto che tu uscirai da questa scuola con un ottimo risultato, ne sono sicuro al novanta per cento!” 

Con queste parole il caro professore voleva incoraggiare Lew, vedendolo triste dopo un compito di matematica andato male, dal punto di vista del ragazzo. 
Lew era insicuro. La comunicazione non era il suo forte: tratteneva le parole come se potessero fare un male fisico immediato.
La sua presenza nei gruppi era come un’ombra, poco visibile, poco rumorosa. Tuttavia, nel dialogo con una sola persona emergeva un’altra dimensione, senza timori apparenti. Queste due facce, tal volta si incontravano e tal volta fuggivano una dall'altra. 

Il professore di matematica era uno stacanovista convinto e voleva preparare al meglio la classe per la prova scritta di matematica. Si prendeva cura di ogni suo allievo, spingendo al miglioramento chi aveva più difficoltà.
Tuttavia quell’anno, per la terza volta consecutiva, uscì la prova scritta di informatica. Tutti si erano aspettati una prova di matematica, gli studenti erano molto delusi.

A Lew veniva in mente una analogia con le aspettative frustrate della congregazione in anni precedenti, in cui si credeva prossima la venuta della fine del mondo. La fine non arrivava, così come la prova di matematica non fu programmata per la maturità dell’istituto tecnico nel mille novecento novanta tre. 

La classe si preparò in pochi mesi per lo scritto di informatica.
Lew perdeva addirittura il sonno per prepararsi. I suoi sogni, o meglio incubi, erano un impasto di equazioni. Cercava la perfezione nei compiti in classe e a volte ci andava vicino. Se il voto massimo era nove e prendeva otto e mezzo si sentiva male per giorni. 
Mentre venivano distribuite le pagelle, Antonio e Serenetta  non davano molto valore all'impegno di Lew.  Il loro comportamento non era dovuto a indifferenza, semplicemente non comprendevano le motivazioni di tale dedizione.  Erano infastiditi dal troppo attaccamento del ragazzo per lo studio, perchè loro avrebbero preferito che il ragazzo fosse più conforme ai valori spirituali impartiti dalla sua infanzia. Lew avrebbe voluto un gesto di incoraggiamento e un segno di approvazione, ma i genitori cercavano maggiormente l’approvazione della congregazione.

Lew fece in anni successivi una scelta molto difficile abbandonando la congregazione. Questo significò la fine di molte amicizie e del suo matrimonio. La maggior parte delle persone che lo conoscevano fin da bambino da quel momento lo considerò morto spiritualmente.
Oggi è in una certa misura consapevole dei danni a lui inferti dal perfezionismo, questa attitudine insana che impedisce di vivere il presente. Questo perfezionismo aveva radice in un sentimento di colpa e indegnità.
Lew si sentiva oppresso e si trovava male anche nel rifugio che aveva lui stesso cercato per sfuggire all’oppressione. Se avesse imparato precocemente ad ascoltare se stesso, avrebbe capito molto prima che l’oppressione è una dimensione psichica e non c’è bisogno di un rifugio fisico, perché il male emotivo è tutto dentro la mente, soltanto una scelta ponderata spiana la strada verso la serenità.
Lew sa molto bene che non sarà mai capito dalle persone che ha abbandonato. Spesso incontra alcuni di loro che cercano di recuperare “le pecore smarrite” fra i fuori usciti, facendo in questo caso un’unica eccezione all’ostracismo.

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Quando Lew apprese la votazione finale dell’esame di maturità ebbe una reazione euforica dalla breve durata. 
Papà Antonio si trovava in Sicilia quando seppe il risultato dell’esame. Stava comprando il fondo per costruire “La casa davanti al prato”. 

Antonio raccontò a tutto il paese del risultato ottenuto da Lew, forse arrivando a diventare ripetitivo, con una euforia più persistente di quella di Lew. 

Lew aveva raggiunto una meta simbolica. Questo però non lo rese più felice. 

Era teso come una corda di violino ed estremamente fragile. 
Provò un grande il dolore, tuttavia la sua sofferenza si alternò a periodi di benessere in cui credeva di poter essere nuovamente felice. 

Lo fu in molte occasioni. 
Nel frattempo, i membri della congregazione riuscirono a convincerlo che  la sua malattia era il risultato di una carenza spirituale. 

Un pastore della congregazione aveva parlato di Orlando Visentin in questi termini: 

“se non avesse lasciato la verità non sarebbe arrivato al suicidio”.

Queste parole non lo incoraggiarono. Si convinse di essere carente dal punto di vista spirituale e quindi di essere in pericolo. 
Quando avvenne il suicidio di Orlando Visentin, Lew stava frequentando le lezioni universitarie da due mesi. Jonatan Pretoriano commentò così l’evento:

“Il papà di Orlando è davvero una persona matura, infatti si è espresso così: ‘Orlando ha semplicemente desiderato morire e non continuare a vivere.’” 

Perché Jonatan e il padre di Orlando reagirono in questo modo?

Quando succedono queste cose si rimane profondamente scioccati ed alcuni reagiscono cercando un anestetico contro il dolore emotivo, specie se toccati in prima persona.  

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Gli ultimi anni della madre di Orlando Visentin furono davvero difficili.

Sosteneva che Orlando la salutasse ogni sera con un “toc toc” udibile nella camera da letto. Una sera, il padre di Orlando restò sveglio per sincerarsi di ciò che riteneva  suggestione della moglie. Con grande sorpresa affermò di aver sentito anche lui il saluto di Orlando. 
Cosa significano esattamente queste cose nella realtà? 
E’ una domanda a cui si possono dare risposte molto diverse, ma soprattutto è una domanda che può suscitare reazioni molto diverse. 
Lew si è allontanato molto dalle dottrine imparate nell’infanzia, tuttavia rispetta chi ancora abbraccia le credenze che lui ha abbandonato, nel senso che non è suo interesse far cambiare idea ad alcuno. 
Lew crede che il dubbio sia segno di intelligenza, per questo crede di avere ancora una montagna di convinzioni limitanti da mettere in discussione con sincerità.
Non riesce ad accettare il proselitismo aggressivo e l’ostracismo nei confronti di chi abbandona il movimento, tenendo presente però che ostracizzare è una scelta personale, anche se in molti modi manipolata e sfruttata da chi dirige il movimento.

Lew si considera “spirituale” ma non religioso. Segue quello che suggerisce la sua sensibilità, non segue “qualcuno” ma “ciò che sente”. 
Lew ha affermato con risolutezza le sue idee, che risultarono inaccettabili per la congregazione. La consapevolezza di Lew arrivò dopo un momento di profonda solitudine, in cui decise di ascoltare la sua voce interiore. 
Ha scoperto altre persone con idee simili alle sue, tuttavia non si associa ad un gruppo religioso.
Considera la ricerca della verità un processo personale continuo e senza fine. Lew crede che il fine ultimo della spiritualità sia la realizzazione personale, non la rivendicazione della sovranità di un Dio che è stato oltraggiato da uno dei suoi figli spirituali, divenuto un oppositore della verità.

Come si può trovare la pace interiore, dovendo prendere una posizione nello scenario di una ipotetica guerra spirituale?

Sono convinta anche io che “crediamo” quello che “sentiamo”, quello che in qualche modo ci fa emozionare. Credenza è sentimento, chi crede riuscirà a dimostrare la sua verità non con calcoli bensì con una vita  vissuta con coerenza e soprattutto soddisfazione. Questo è il significato di “ragione” o “verità”. Sono tutt’altro che entità assolute, possono cambiare da persona a persona ed anche nel tempo.

Il rifugio e la fuga

Serenetta era stata in gioventù una cattolica praticante, secondo la dottrina insegnatale dai genitori. Antonio era pressoché privo di cultura religiosa, anche se era stato battezzato come cattolico.

A ventotto anni, erano in piena crisi coniugale. Lui aveva un carattere burrascoso ed imprevedibile, cambiava facilmente il suo umore e teneva la mente concentrata sui problemi. Sebbene Serenetta spesso si sforzasse di contenere le crisi del marito, in una occasione rischiò di non sopportare la tensione che ne conseguiva. 

“Serenetta, domani andiamo a trovare tuo fratello!”

Il giorno dopo, mentre Serenetta si stava preparando per uscire, Antonio incominciò a lamentarsi a voce alta: 

“Non è possibile! Tutti i fine settimana mi costringi ad andare dai tuoi parenti!”

Gli sbalzi d’umore di Antonio gli provocavano una effettiva distorsione del giudizio. Lei non ne poteva più. Davanti alla piccola Cleo, che aveva solo quattro anni, aprì la finestra del soggiorno e lo minacciò di buttarsi dal quarto piano. Questo episodio, doloroso per la piccola Cleo, avvenne sei anni prima della nascita di Lew.

La coppia aveva bisogno di aiuto, mentre stava per succedere qualcosa che avrebbe cambiato il loro modo di pensare e di vivere la loro unione. Questo avvenimento, li tenne uniti per la loro intera vita perché mai cambiarono idea a tal proposito.

Tuttavia, si creò un muro con il resto della famiglia.
 
L’anno dopo, nel mille novecento sessantanove, in una fredda Domenica mattina di Novembre, Antonio e Serenetta ricevettero una inaspettata visita. Era un uomo che si presentò come “il fratello Antonelli”, accompagnato da una bambina di sette anni, Franca.
Franca è la sorella maggiore di Pamela, che divenne molti anni dopo la fidanzata di Lew.
Antonelli si presentò come un membro della congregazione.  Disse ad Antonio che era venuto da lui per portare una buona notizia: era imminente l’intervento di Dio negli affari umani per creare un mondo perfetto, di pace e giustizia in cui tutte le persone buone sarebbero vissute in eterno in condizioni paradisiache. L’altra faccia della medaglia era l’eterna distruzione dei malvagi, nella guerra combattuta da Dio stesso contro gli esponenti del male, incluso il principale antagonista: l’angelo ribelle che per primo si oppose a Dio.

Antonio ricevette un libro che lesse interamente in una sola giornata.

Si trattava di un manuale che descrive le credenze basilari da accettare per diventare un proselito. 
Antonelli sosteneva che seguire i precetti della parola di Dio avrebbe avuto tra i tanti effetti la soluzione dei problemi coniugali, per chiunque potesse averli. 

Serenetta rimproverò Antonio: 

“Potevi farli entrare, fuori fa freddo e c’era una bambina!” 

Arrivò dopo una settimana la seconda visita di Antonelli.
Antonio lo stava aspettando.

“Signor Antonelli ho letto questo libro, mi è piaciuto: sembra un romanzo. Volevo farle alcune domande, chi è Satàna?” 

“Si dice Sàtana, con l’accento sulla prima ‘a’. Sàtana è il governante di questo sistema di cose.” 

“Capisco. Quindi Sàtana è un politico?” 

“Ma no! Ci siamo capiti male! Sàtana non è un uomo, è un essere spirituale! Sàtana è la creatura che si è ribellata per prima a Dio.”
 
Questi dialoghi cambiarono per sempre la vita di Antonio e Serenetta. Inoltre diedero un indirizzo a quella di Lew e Cleo. Nel mille novecento sessanta nove,  Cleo festeggiò per l’ultima volta il compleanno, il Natale, la Pasqua e qualsiasi festa definita “pagana”. 

Antonio e Serenetta si battezzarono l’anno dopo, nel mille novecento settanta, in una congregazione in cui Sàtana non è certo apprezzato, ma si parla di lui tanto quanto si farebbe di un personaggio famoso. 

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Per tutta l’infanzia Lew si svagò quasi unicamente in compagnia dei membri della congregazione. 
I fine settimana erano tutti spesi nei gruppi di studio e nella predicazione dell’arrivo della fine del mondo. Si percepiva un senso d’urgenza, perché si pensava fossero in gioco delle vite umane.
In quegli anni c’era molta aspettazione, perché secondo alcuni calcoli arbitrari uniti a congetture la fine del mondo sarebbe avvenuta ben presto. L’effetto della ennesima delusione fu un fenomeno di allontanamento in massa. E’ buffo osservare come i proseliti negano la distorsione di questa credenza dicendo: 

“Si salva solo chi adora il vero Dio.” 

Le loro pubblicazioni dicono chiaramente che solo i membri della comunità adorano il vero Dio come è sua volontà, e quindi solo loro si salveranno. Ed è buffo come la questione della fine del mondo disattesa sia stata “insabbiata” nelle loro pubblicazioni, riscrivendo di fatto la loro stessa storia.

Lew nacque in una famiglia che aveva “rinnovato” il concetto di spiritualità anni prima della sua nascita. 
Lew da adolescente si era privato di molti divertimenti che il mondo in generale considerava normali. 
Entrò per la prima volta in un disco-pub all’età di ventisei anni. Credeva convenisse non farlo sapere a nessuno dei suoi amici proseliti, perché sarebbe stato in tal caso bollato come persona “poco spirituale”.
Si accorse ben presto, tuttavia, che i “poco spirituali” erano tantissimi fra i proseliti, forse la maggioranza e molti conducevano una doppia vita. Molti sono andati incontro a problemi emotivi e psicologici per colpa di questa “vita nascosta”. 
 
Nella congregazione molti amici di Lew si sono sposati in età relativamente giovanile. I rapporti intimi fra persone non sposate sono da loro considerati un peccato contro Dio, per questo si sposano quando il desiderio sessuale è molto forte. Molti divorziano per incompatibilità sessuale, dopo anni di sofferenza nel vano tentativo di portare avanti una relazione dove l’attrazione è durata poco. Da giovani si sforzano di seguire una rigida regola che tal volta infrangono in età matura, rischiando il disastro emotivo.
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Lew aveva diciannove anni e mezzo quando incominciò a soffrire seriamente. 

Decise di abbandonare gli studi universitari convinto che la crisi di ansia sopraggiunta era dovuta al fatto di aver seguito una strada che diverge dalla volontà divina.

In Sicilia, il cugino Carlo maturava la stessa idea che però applicava a Lew in un modo opposto rispetto a se stesso, questa sua convinzione non gli impedì di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza. 
Lew rimase perplesso. Carlo disse che poteva farlo perché era spiritualmente forte mentre Lew non lo era. Dopo alcuni anni, ad un’assemblea annuale un membro della congregazione esortava i giovani ad interrompere gli studi universitari perché: 

“L’istruzione superiore favorisce l’insorgenza di uno spirito critico che può portare a mettere in dubbio i dogmi della fede.”

Nonostante questo, Carlo proseguì fino alla laurea e in seguito divenne un pastore. Aveva la responsabilità di scoraggiare i fedeli a proseguire con gli studi universitari, gli stessi studi che stava concludendo. Fiumi di parole continuavano a fuori uscire dalla bocca dei dirigenti della congregazione per giustificare questa condotta.

I proseliti si difendono da questa accusa dicendo che molti fra loro sono laureati.
Per molti anni però non c’è stata nessuna loro pubblicazione che esortasse ad impegnarsi in una carriera lavorativa di pregio. Molti cercavano un semplice impiego part-time per avere il tempo di predicare in modo continuo l'imminenza della fine del mondo. 

Per alcuni anni, le credenze acquisite nel movimento regalarono a Lew una apparente calma. Non era tuttavia consapevole del luogo in cui lo avrebbero condotto le sue scelte. Una finta pace interiore era interposta a una crescente rabbia latente.

L’atteggiamento di distacco dal mondo lavorativo che i proseliti spingevano a portare avanti logorò mentalmente diverse famiglie.

Il male oscuro continuò ad affliggere Lew nella vita lavorativa, eppure il lavoro come sviluppatore di software presuppone una forte passione per il mondo dell’informatica e certamente una buona salute mentale. Lew aveva certamente questa passione, ma considerava tutto questo un pericolo per la spiritualità. 

Nella congregazione era sollevata una questione morale: bisognava dedicare più tempo possibile al proselitismo, a costo di rinunce materiali anche esose. Questo perché si credeva che la prospettiva di vita futura di chiunque dipende dall’accettazione del messaggio oggetto di tale predicazione.

Lew si sentiva costretto a indossare le vesti di un “agente commerciale addetto alla vendite di valori spirituali”. Tuttavia amava fare il tecnico e non sapeva persuadere a comprare.

Ci vollero anni, prima che Lew raggiungesse la consapevolezza di avere camminato in un sentiero con una destinazione scelta da qualcun altro. 

La voce della coscienza diceva a Lew che questa ideologia era poggiata su fondamenta traballanti, su contraddizioni. 

Era come un sussurro, che ogni tanto veniva a svegliarlo.

I trapianti di organo, erano espressamente vietati dai dirigenti della congregazione intorno agli anni ‘60 del XX° secolo. Altre pratiche mediche sono tuttora da loro vietate. Questa fu la causa scatenante della crisi di coscienza di Lew.  Anche la negazione dell’importanza dell’impegno sociale da parte del movimento contribuì al suo cambiamento di pensiero. Per loro l’unico impegno sociale davvero importante è il proselitismo, qualsiasi aiuto è finalizzato alla conversione, nella credenza di poter garantire una vita eterna e non temporanea.

Per concludere, i continui aggiustamenti su questioni dottrinali anche di non lieve entità, paradossalmente ogni volta accettati come “verità” dai fedeli, pena la scomunica, divenivano insopportabili con il passare del tempo.

Qual è la differenza tra un religioso e un uomo spirituale? Secondo Lew è simile alla differenza tra uno studioso di astrofisica, senza nulla togliere a questa scienza, e un uomo che con meraviglia e gratitudine si gode lo spettacolo di un cielo stellato. 

Lew sentiva il bisogno di dare significato alla vita per apprezzarne la bellezza.
La credenza in un Dio che vuole rivendicare la sua sovranità universale non trova posto in questa dimensione perché un Dio perfetto non avrebbe bisogno di dimostrare la sua autorità.
Tanto meno nessuno può usurpare alcunché ad un Dio perfetto.  Lew crede in una forza che ordina l’universo.  Crede che le persone siano creatrici del loro destino, fatto di esperienze e relazioni.
Crede che la scienza sia una forma di conoscenza delle cause e delle conseguenze. Il significato della vita trascende e va oltre la scienza e la causa prima di ogni cosa è un concetto che non può essere contenuto dalla nostra mente, eppure sta comodo nel nostro cuore. 

La paura della fine del mondo e l’osservanza di rigide e austere regole di vita regalarono a Lew uno stress sempre più soffocante.
Questo stress divenne acuto allorché a venti due anni conobbe Marlene, una ragazza che stava affrontando una crisi di coscienza molto simile alla sua. Erano come due ciechi che cercavano di indicarsi l’un l’altro la strada da seguire per essere felici. Ora entrambi non sono più membri della congregazione. Oggi Lew non sa più nulla di Marlene, la vide per l’ultima volta nell’estate del due mila sette.
La credenza della fine del mondo imminente, i sogni stigmatizzati di una vita felice che venivano interpretati come una carenza spirituale, una vita programmata dai dirigenti della comunità: questo scenario ora gli ricorda a sommi capi la società distopica descritta da Orwell, nel romanzo "mille novecento ottanta quattro".  Va ricordato tuttavia che la comunità religiosa da me descritta non è distopica, è reale, come reali sono stati i regimi del passato a cui si è ispirato Orwell. Dal mio punto di vista è distopica la speranza in cui si viene esortati a confidare nella congregazione: propone soluzioni immaginarie per risolvere problemi che andrebbero affrontati nella realtà.

Il lavoro

Lew si trovava nel centro contabile della Banca Orange Brothers, quando il suo capo ricevette una chiamata proveniente dalla filiale di Trapani:

“Signor Fricasso, buongiorno. Aio nu problema subba u compiutu pi caricari li dati du u bilancio, sparti non mi funziona nenti!!”

“Mi scusi cara signora, innanzitutto mi chiamo Fracasso e non Fricasso, mi dica esattamente il messaggio d’errore che restituisce il programma di tesoreria.” 

Una applicazione DOS per l’automazione dei servizi di tesoreria era installata su cento venti filiali dell’Istituto Bancario Orange Brothers di Milano dislocate sul territorio nazionale, dal Trentino alla Sicilia. 

Fracasso era il capo del progetto "Tesoreria" e tra le tante competenze che possedeva c'era anche l'ascolto e la comprensione del siciliano.

Sergio Lavandri era il principale della software house fornitrice.  
Lew era per natura molto solitario ed era stato posto in una posizione di isolamento rispetto agli altri colleghi. Lavorava a contatto dei dipendenti della Banca, nell’ufficio Sistemi Informativi, questi però non lo trattavano come un loro collega a tutti gli effetti e lui non si sentiva tale. 
Quando Lew si presentava di tanto in tanto nella sede della sua azienda era percepito come un esiliato a cui talvolta era concesso il ritorno in patria.
Lew aveva dimostrato in più di una occasione di non considerare il lavoro come l’interesse più importante e questo non gli era stato perdonato. 
Tra i membri della congregazione è molto diffusa l’idea secondo la quale impegnarsi troppo nel lavoro possa portare a perdere i valori spirituali. Il compagno di scuola Jonatan, divenuto anche compagno di lavoro, riusciva a conciliare le esigenze della fede con gli obblighi lavorativi. Era sicuro e risoluto. 
Jonatan dimostrò anni dopo a cosa teneva di più, senza esitazione. Anche lui dovette fare una scelta dicotomica, e la sua vita si trovò di fronte a un “aut aut”. La sua carriera lo portò molto lontano dalla congregazione e dalla donna che aveva sposato. Ebbe delle soddisfazioni materiali e professionali, che divennero la sua priorità.

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Jonatan notò le divergenze tra Lew e Lavandri e aveva trovato il modo di sfruttarle a suo vantaggio. Fu facile per lui perché come “amico” di vecchia data conosceva bene il carattere di Lew e le sue fragilità.

Massimo Fabrizzi, ricopriva la mansione di coordinatore della commessa con Orange Brothers, dove Lew era impiegato come sviluppatore. 
Massimo aveva un carattere volubile e manifestava notevoli flessioni del tono dell’umore. Lew appariva più calmo e accomodante: la sua accondiscendenza nascondeva tuttavia insicurezza, la poca reattività mitigava i suoi umori anch'essi instabili. 

Massimo non voleva più lavorare con il linguaggio Clipper, preferiva il C che riteneva più qualificante dal punto di vista professionale. Non era pienamente soddisfatto della sua posizione lavorativa. 
Il linguaggio Clipper venne usato principalmente negli anni ‘80 per gestire basi di dati di modesta entità, invece il C è un linguaggio ad uso generale, tuttora utilizzato per sviluppare anche le complesse soluzioni dei sistemi operativi e di controllo di componenti hardware.

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Umberto Fracasso, era un generatore di disturbi per i colleghi che gli stavano vicino. Nell’arco di un anno e mezzo riuscì a distruggere due volte il suo telefono fisso e prendeva regolarmente a schiaffi il monitor del suo computer quando qualcosa secondo lui andava storto, urlando al cielo irripetibili imprecazioni. In altri momenti si trasformava in un sentimentale e alcune volte Lew si sentì voluto bene da lui.
Lo invitò un paio di volte a giocare a calcio con i suoi amici, ma Lew rifiutò, temendo di essere scoperto dai proseliti e considerato una persona “poco spirituale”.

Fracasso, come capo progetto, aveva la responsabilità di motivare il gruppo:

“Lew, vieni che ti spiego cosa devi fare oggi: è un lavoro di merda!”

Lew quindi era "felice" di poter contribuire alla pulizia del mondo.

Lew era reticente ad esprimere con parole le emozioni che provava, tuttavia queste si comprendevano benissimo dalla sua mimica. 
Il suo portamento si faceva sempre più cupo, mentre era passato circa un anno dal suo inserimento nel team di sviluppo della banca. Ogni tanto i colleghi lo incoraggiavano a scambiare qualche battuta e a sorridere un po’ di più, ma proprio non ce la faceva, le sue forme di pensiero gli impedivano di agire liberamente. 

Le condizioni di salute del ragazzo peggiorarono repentinamente sul finire del mille novecento novanta sei.

Lew dovette ricorrere a cure ospedaliere per lo stress. Il suo posto nel CED della banca fu coperto da un altro programmatore. 
Dopo un lungo periodo di malattia, Lavandri propose a Lew di lavorare quattro ore al giorno come tecnico hardware. 

Il ragazzo accettò. 

Tuttavia, dopo un anno, Lavandri comunicò che non considerava le sue motivazioni abbastanza solide.
Così fu licenziato e iniziò il periodo peggiore della sua vita, a  venti tre anni.  Quegli anni sarebbero stati i migliori, in altre circostanze.

Sostenne vari colloqui di lavoro, chiedendo di fare il tecnico hardware. 
I datori di lavoro, visto il curriculum, gli offrivano di norma un posto come programmatore. Lew puntualmente rifiutava, spaventato dallo stress che aveva subito.
La terapia che assumeva non compensava appieno il suo profondo disagio. Spesso era assonnato e si sentiva depresso,  per questo non riusciva ad impegnarsi con continuità. 
Ciononostante rimaneva dentro di lui la speranza di un futuro felice. 
Durante la crisi avvenuta nel Dicembre mille novecento novanta sei, assunse una dose esagerata di un calmante che era rimasto in casa ben oltre la data di scadenza. Dopo vari giorni di  somministrazione smodata e non monitorata da un medico, ebbe delle allucinazioni. Queste immagini mentali erano provocate in parte dall’assunzione di farmaci inadeguati ed in parte dal forte stress. Lew era decisamente sconvolto e la sua salute era compromessa. 
Il problema delle allucinazioni visive perdurò durante il ricovero in ospedale. 
Lew, dopo alcuni anni di sofferenza, imparò a riconoscere le contraddizioni fra le diverse immagini che vedeva e ciò che già sapeva del mondo. Questo pian piano ridusse l'enorme ansia che provava, riuscì a distinguere la realtà da ciò che non era reale.
Le visioni sparirono, "e le voci tacquero".
I contenuti delle visioni che aveva imparato ad “osservare” e “criticare”, contribuirono a sviluppare una diversa idea sui dogmi della congregazione. 
Quindi il ritorno alla realtà ebbe un effetto che nessuno aveva previsto: gli insegnamenti che fin da piccolo aveva appreso nella religione divennero per lui privi di senso.  Il concetto di “felicità” non dipendeva più dalla realizzazione di un nuovo mondo ad opera di una divinità. La felicità assunse il significato di consapevolezza personale che si realizza guardandosi dentro. 
L'idea era semplice da capire, non facile da attuare. 
Lew fu fortemente influenzato da questa esperienza, per certi versi in modo positivo, ma non smise di soffrire nell’immediato.

Ebbe una ricaduta nella malattia, a distanza di un anno dalla prima crisi. Di nuovo dovette guardarsi dentro e semplificare il suo pensiero. 
Dopo questa seconda esperienza di malattia, ritrovò il coraggio di mettersi in gioco professionalmente come programmatore.
 
Fu contattato da una Software House e accettò il lavoro. Purtroppo però non riusciva ad essere sempre presente sul lavoro e frequenti erano i casi di malattia. 
Le condizioni di salute di Lew non erano ancora ottimali, così  non superò il periodo di prova. 

Voleva ritentare, ma sapeva che non sarebbe stato utile farlo subito. Voleva imparare a “correre”: per questo si esercitò per prima cosa a fare piccoli “passi”. 

Acquistò un piccolo computer dalle caratteristiche sufficienti ad eseguire un ambiente di sviluppo per la programmazione e tornò ad esercitarsi da solo. Si diede un obiettivo e lo trasformò in un progetto, una applicazione software che è di ausilio per l’analisi e lo studio delle funzioni matematiche. Lew non scoprì certo l’America: oggi questa tipologia di programma è sviluppata da varie aziende anche in piccole calcolatrici tascabili, oppure come applicazione dei cellulari, tuttavia questa attività gli permise di potenziare e anche pubblicizzare in fase di colloquio le sue capacità lavorative.

Dopo l’estate del duemila, una azienda edile denominata Ainatac S.p.A., lo contattò per un colloquio. Lew parlò con uno degli amministratori delegati dell’azienda, l’ingegner Federico Moschini. Gli antenati della famiglia Moschini fondarono l’azienda nel 1860. Lew parlò della esperienza come programmatore e gli fu offerto un impiego come sistemista informatico, alle dipendenze dell’ingegner Filippo Etienne, responsabile del centro elaborazione dati dell’azienda. Fu illustrato, nei primi giorni di lavoro, quella che sarebbe stata la sua mansione. 

Negli uffici della direzione c’erano circa sessanta computer collegati in rete, gestiti dalle segretarie direttive, dal centro di contabilità, dall’ufficio tecnico di progettazione, dai responsabili di cantiere e infine dai dirigenti dell’azienda. 

L’ingegner Etienne aveva una raffinata intelligenza. Era sensibile e molto efficiente sul lavoro. 

Nei primi due mesi di impiego, Lew funzionò come un ingranaggio di orologio, puntuale e diligente, dimostrò una spiccata attitudine alla soluzione dei problemi. I dipendenti dell’azienda lo presero in simpatia, era soddisfatto della sua attività.

Sembrava che la ripresa emotiva di Lew fosse consolidata.

Pensò che con una buona posizione economica sarebbe riuscito a trovare una fidanzata. Ancora una volta tentò di prevedere lo svolgimento della sua vita con dei calcoli. Ci fu il rifiuto da parte di una ragazza a cui si era interessato. Il perfetto orologio si fermò nuovamente. Sprofondò ancora nella depressione. 

Lew ricorda le parole di un maestro di Yoga, che gli ha detto più di una volta: 

“La vita è un gioco, ma non è uno scherzo!”

Non riuscì subito a cogliere il profondo significato di simili parole. Per lui la vita era una scommessa e soffriva per la paura di perdere.
La vita è importante ed è una cosa seria. Per essere bella deve essere “leggera”. I “calcoli” invece sono pesanti sia per la mente che per i reni.

Fu ricoverato nuovamente per un mese, e quando tornò al lavoro non riuscì per lungo tempo ad avere un impegno continuo. Ogni tanto fu ripreso sul lavoro per questo motivo. 

Ciononostante, il suo lavoro veniva ancora apprezzato. L’ingegner Etienne, gli affidava incarichi sempre più complessi. Era entusiasta dei suoi lavori di programmazione e spesso lo elogiava. I lavori più interessanti che fece ebbero un impatto su altri colleghi. Realizzò un’applicazione Windows per l’automazione dei pagamenti di parcheggi pubblici e fu tenuto in considerazione per decidere quale soluzione tecnica adottare per realizzare un server web che ospitava una applicazione di proprietà della Ainatac. Questa applicazione gestiva dati centralizzati su fornitori e controllo di qualità ad uso dei responsabili di cantieri. Il tutto era ospitato in un computer di proprietà dell'azienda e accessibile solo ai dipendenti tramite una rete privata virtuale.

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L’ingegner Etienne era considerato “strano” dagli altri colleghi, a motivo della sua sensibilità. Un giorno fu sorpreso nel suo ufficio da Lew con grandi lacrime che scendevano giù come dei rigagnoli sul viso dai tratti somatici regolari. Aveva da poco perso il padre. Di questioni personali, non parlava quasi con nessuno in azienda.
Probabilmente sapeva anche che la Ainatac navigava in cattive acque e che stava rischiando di chiudere. Etienne non ne parlò con Lew, che lo scoprì con sorpresa nel settembre del duemila cinque.
 
La casa davanti al prato

Con questa espressione, voglio ricordare una serie televisiva prodotta tra gli anni ‘70 e ‘80, che descrive la vita di una scrittrice americana nata a fine ‘800, fra numerosi spostamenti dal Kansas al Minnesota.
La famiglia che abitava “la casa davanti al prato” conosceva valori come passione e dedizione, rispetto e compassione per chi è svantaggiato. 

Lew guardava con regolarità questa serie televisiva e oggi, ripensando alla costruzione realizzata da suo padre sull’Isola di Santa Luce, ripensa anche a “la casa  davanti al prato”.

Lew conosce bene il significato dei termini “orgoglio” e “ambizione”.  Questi termini assumono una accezione positiva se associati a giuste misura e direzione. D’altra parte, come un nemico che appare quando meno te lo aspetti, l’orgoglio mal direzionato è pronto a colpirti alle spalle, quando sei indifeso e non pronto a riconoscerlo e sopportarne l’intensità.

“Corri e fottitene dell’orgoglio, ne ha rovinati più lui del petrolio” 

“L’orgoglio viene prima del crollo”, Proverbi di Salomone capitolo XVI verso XVIII, la Sacra Bibbia.
 
È incredibile quanto sia interpretabile la scrittura, sacra o profana che sia.

L’orgoglio diviene un nemico se ti spinge a compiere un’impresa che alimenta solo l’ego.

Credo che la vita vada affrontata un passo alla volta facendo progetti, anche complessi, ma avendo la stessa semplicità e voglia di mettersi in gioco di un bambino. Forse è questa la chiave per avere successo. Si sa che i bambini avanzano per piccoli passi ed imparano divertendosi.

Il padre di Lew avviò una costruzione negli anni ‘90, situata davanti ad un “prato” che in realtà era un campo coltivato a cipolle interposto tra la casa e il mare. 

L’idea era stata formulata molto tempo prima del mille novecento ottanta nove, anno in cui Antonio trovò un motivo per credere che il suo sogno si sarebbe realizzato. Antonio andò in pensione per via dell’enfisema polmonare, patologia contratta dopo decenni di lavoro in fonderia. Aveva quarantanove anni e ancora tanta voglia di vivere e fare progetti. Aveva il diabete ma fino ad allora era asintomatico e, purtroppo, non se ne curava.
 
Mentre in Germania si abbatteva il muro di Berlino,  Antonio decideva di costruire una casa sull’Isola di Santa Luce, isola di cui si era da tempo innamorato.

La sua ambizione, ora era tutta concentrata su un oggetto materiale, diversamente dagli anni della gioventù in cui cercò, dal suo punto di vista, di elevare la sua "statura spirituale".

Fin dai primi anni di matrimonio, Antonio aveva sognato di vivere sull’isola, ma non ebbe mai il coraggio di abbandonare il lavoro e la sicurezza economica che aveva a Milano.
Essendo in pensione le cose erano cambiate, ritornò in lui la voglia di andare in Sicilia, ma non nel suo paese d’origine.
Serenetta non ne voleva sapere, si era abituata allo stile di vita del Nord.

“Vedrai che ti costruirò un palazzo, e allora verrai con me!”

“E costruiscilo dai! Così poi vediamo se ci vengo!”

Serenetta considerava la cosa davvero impossibile, ma sottovalutava suo marito.
Il palazzo fu costruito davvero.

Antonio e  Federico di zio Franco erano alla ricerca di un fondo da acquistare per costruire. Federico è un costruttore edile e cercò di aggiudicarsi il lavoro commissionato da Antonio.

“Antonio,  ma dove stai andando?”

“Serenetta, devo trovare una casa vecchia per demolirla e tirarla su nuova!”

“Ma tu sei pazzo!”

Antonio era invece molto lucido ed anche testardo. 

Ebbe un colpo di fortuna. 
Il fondo adiacente ad una loro piccola proprietà, contenente una vecchia cascina, fu messo in vendita ad un basso prezzo.
Si poteva acquistare a condizioni agevolate per la vicinanza alla loro proprietà vicina e costruire senza la distanza di alcuni metri.
Acquistò la terra e la vecchia casa per il prezzo di un piccolo alloggio, nel mille novecento novanta tre.
Federico fece un preventivo per la costruzione della struttura. Antonio giudicò il prezzo troppo alto e purtroppo questo incrinò l’amicizia tra zio e nipote.
Ahimè,  Antonio non fu dolce nelle parole. 

“Allora zio se siamo d’accordo, questo è il prezzo del progetto, chiavi in mano.”

“Cosa? Ma stai scherzando! Questo è il prezzo del progetto più il compenso di un amministratore, ma io non ho bisogno di un amministratore!”

“Va bene! Allora non se ne fa niente! Per me puoi stare lontano dal mio ufficio! Comunque vedrai che non riuscirai a realizzare il tuo progetto ad un prezzo più basso!”

“Mi rivolgerò ad un altro costruttore, quanto a te, stai lontano da me e dalla mia casa!”

Quando Federico abbandonò la congregazione, i suoi contatti con la famiglia Den Wackelig si annullarono, ma Lew non smise mai di salutarlo quando lo incontrava.

La promessa di rivolgersi ad un altro costruttore fu mantenuta da Antonio, allorché conobbe l’imprenditore Massimiliano Albatros, che seguì i lavori di costruzione.
Albatros fu davvero una persona fidata.
Aveva dei buoni rapporti con i clienti e con i suoi dipendenti.
Ogni volta che si completava un settore della costruzione, organizzava una cena nel ristorante Rupe Montana, gestito dai cugini Ferdinando e Salvatore Celestini.  Albatros portava il vino al ristorante, dalla sua cantina personale. Con lui c’erano tutti i muratori dell’azienda. 
Furono dei bei momenti.

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L’ombra dell’orgoglio e quella dell'ego apparvero davanti ad Antonio.

Una volta finito il progetto, alcuni vicini di casa chiesero di tenere la costruzione più bassa di un piano per non rovinare la loro vista sul mare. Antonio oltre a rifiutare con decisione usò parole poco gentili. 

Una signora che abitava dirimpetto si espresse con queste parole, fuori uscite in modo garbato, alla ricerca di una conciliazione:

“Così il valore dei nostri immobili è compromesso! Non puoi fare un piano in meno?”

“Io sono in regola con la legge, se volete vedere il mare, andate sulla spiaggia!”

Altre amicizie furono dunque rovinate. 

Nei primi anni duemila, con l’entrata in vigore della moneta unica europea, il potere economico degli stipendi diminuì. La famiglia Den Wackelig non riuscì a terminare la costruzione.
Alcuni alloggi, quando il palazzo fu venduto, erano allo stato rustico. Se Antonio avesse fatto un piano in meno, se non fosse stato così orgoglioso, tutto sarebbe oggi finito e con meno risorse spese. 
Antonio era dispiaciuto. Non sapeva dire se il motivo fosse non aver compiuto interamente l’opera o la consapevolezza di aver tentato un’opera troppo ardita.

Carlo, nipote di Federico dello zio Franco, disse che Antonio era stato una persona incoerente. Prese le parti di suo zio. 

Lew si trovava a casa sua e nel mentre arrivò una vicina di casa senza salutarlo. Carlo si avvicinò a Lew, sorridendo e dicendo: 

“Sembra che non vi saluti più nessuno sull’Isola!”

La realtà non era molto diversa dalla descrizione di Carlo.

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Circa dieci anni dopo, si trovavano sul balcone di casa di Carlo. Un inquilino estivo chiese loro:

“Di chi è quel palazzo qui di fronte?”

“E’ dello zio Antonio, sembra proprio una casa delle api, non è vero?”

Si riferiva al fatto che un lato della casa era incompleto, senza telai ed infissi e dentro era completamente spoglia. 

Fu una frecciata inaspettata, e destò delusione mista a sorpresa. 

“Figuriamoci! La famiglia Den Wackelig non riuscirà a completare l’opera! Se non fosse stato per Albatros non l’avrebbe neanche iniziata!”

Anni dopo, lo stesso Carlo telefonò ai Den Wackelig per avvertirli della morte di Albatros, per un male incurabile di cui erano all’oscuro.

Lew ricevette quella telefonata. 
Fu una doccia fredda.
Lew si chiese se Carlo potesse avere un interesse obiettivo ad avvertirli della cosa. Subito dopo Antonio telefonò alla vedova dicendo di avere perso un caro amico. 

Antonio sentì ancora la presenza  dell’orgoglio, questa volta frustrato, per l’impresa non completata. L’isola di Santa Luce un tempo considerata il suo posto sicuro ambito, mai fu raggiunta. 
La testardaggine lo portò a realizzare un’opera che tuttavia fu goduta da altri. Antonio si limitò a soggiornare in quella casa durante l’estate, finché la salute glielo permise. Il diabete, che in quegli anni incominciò a manifestarsi con vari sintomi, impedì la realizzazione del sogno di Antonio.


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