capitolo3

RICORDI D’INFANZIA DI  LEW

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Tra il mille novecento sessantuno e il sessanta due, Antonio svolgeva due lavori, presso una acciaieria e una azienda edile, grazie ai quali conobbe molte persone.

Circa due anni prima, arrivarono a Bollate nonno Lew e nonna Cleo. Per un breve periodo i nonni gestirono un banco di frutta e verdura nei mercati. Quando i soldi lo resero possibile, comprarono un bar in un crocevia di grande passaggio, nella periferia di Bollate vicino alla tangenziale, posto che alcuni chiamavano “la stazionetta”.

Antonio conobbe molte ragazze, con alcune ebbe un rapporto d'amicizia, tuttavia nessuna riusciva ad entrare nel suo cuore.
Inaspettatamente, all'età di ventitre anni fu preso da un colpo di fulmine: un improvviso lampo di luce colpì il suo cuore, proiettato dalla semplice fotografia di Serenetta, la madre del mio amico Lew.
Le decisioni di Antonio erano impulsive, ma con tenacia perseguiva gli obiettivi che si proponeva.
 
Antonio si sentì rapito da questo pensiero, zio Santino era sorpreso della sua determinazione..

Prima di questo però ebbe una esperienza che lo fece maturare.

Bernarda

Antonio non aveva la patente e neanche i soldi per comprare una macchina, perciò spesso usava la bicicletta. 
In fabbrica lavoravano delle ragazze, per le quali  improvvisava gesti di galanteria. Ne accompagnava due o tre sul posto di lavoro, una sul manubrio e due vicino alla ruota posteriore. Si vantava della sua forza fisica e si rilassava quando la strada era in discesa, senza darlo troppo ad intendere. 
Queste prodezze durarono poco tempo. Antonio comprese che certi tipi di amicizia sono effimeri. 

Un giorno del mille novecento sessantuno conobbe una donna che lo fece sognare veramente.
Questa frequentazione aveva qualcosa di insolito. Era una donna molto colta ed era bene inserita nella società milanese. Non era tuttavia questo ad essere inconsueto, bensì la sua età che aveva superato gli ottanta. 

Era una donna benestante. Si chiamava Bernarda.

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La vita di Bernarda fu difficile in gioventù nonostante l’agiatezza economica. 
Perse il marito per un male incurabile.  
Il consorte di Bernarda era un chimico di fama e  lasciò una sostanziosa eredità. 
Lasciò anche un figlio, che purtroppo morì ad un’età simile a quella che aveva Antonio a quel tempo. 
Il caso volle che abitasse nello stesso quartiere di Bollate che il ragazzo attraversava la mattina per recarsi al lavoro, sicché una di queste mattine Bernarda conobbe Antonio.

La prima volta che lo vide trasalì perché le ricordava terribilmente il caro figlio perduto. Fu lei ad avvicinarsi con una banale scusa. Voleva vedere quanto somigliasse a suo figlio. Ben presto nacque un’amicizia: Antonio andava a fare la spesa per la vecchina che lo ricompensava con un panino e un bicchiere di vino, i quali certamente facevano piacere nel freddo invernale.

“Signora Bernarda, non sarebbe opportuno che io e lei ci sposassimo?” 

“Che cosa?” disse la donna in tono di scherno. 

“Sì, sì sposiamoci, così io prendo la patente, ci compriamo la Seicento e giriamo tutta l’Italia, poi quando avremo finito gireremo l’intera Europa.” 

“Tatò? Ma mi vorresti far credere che avresti il coraggio di venire a letto con me? Proprio come faresti con una ragazza della tua età?”

Antonio, sicuro del fatto suo, disse: 

“L’amore non ha età!”

Sembrava uno slogan pubblicitario, ma non ebbe successo, altrimenti non avrei conosciuto Lew. 
La verità è che sono i soldi  a non avere età, al massimo si svalutano e per mantenerli vigorosi si investono. Il primo affare commerciale di Antonio fu un vero fiasco. D’altronde, si può forse nascere maestri? 

“Per quanto riguarda il matrimonio, non se ne può far nulla, piuttosto ti vorrei come figlio.”

A questo punto Antonio doveva decidere. Si rivolse come consigliere nientemeno che a suo padre Lew. In quel momento in casa Den Wackelig scoppiò un uragano che i meteorologi non avevano mai previsto. 

“Sarebbe solo una formalità.” 

disse prudentemente Antonio, per sentirsi rispondere:

“Provaci e ti ammazzo!” 

Nonno Lew non aveva certo peli sulla lingua. Antonio si rese conto della sconsideratezza della proposta e dimenticò la faccenda.
Pochi anni dopo Bernarda si spense serenamente, senza dare un lascito ad un improbabile giovane marito, ed ancor meno ad un figlio adottivo. 

Serenetta

Antonio andava a lavorare in fonderia, sicché nella fabbrica conobbe Santino. 
Santino abitava a Milano da pochi anni. Voleva mettere da parte un po' di soldi per comprare dei terreni e ritornare a Santa Luce, mentre la zia Teresina era incinta del primo figlio, Francesco. 
Antonio e Santino diventarono amici. 

Antonio si recò una sera a casa della coppia per condividere una cena. Sulla credenza di Teresina si trovava una piccola fotografia. 

La foto era di Serenetta. 

Antonio fu magneticamente attratto da quella fotografia.  Così prese la parola:

“Santino: a jiri a coricarmi cu to soru!” - “Santino: io andrò a dormire con tua sorella!”

Ne il contenuto ne la forma della frase pronunciata avevano a che fare con un raffinato francese. Alle orecchie di Santino sembrò proprio un insulto!
Così Antonio capì che non solo a casa del nonno Lew ma anche da zio Santino il tempo poteva essere molto instabile.

“Chi dovresti fari tu? Lassa chi prenda quàlchi fucili!”

Altro che uragano! Quando finì la pioggia di verbali “proiettili” i due però si chiarirono. 
Antonio sembrava avesse sviluppato improvvisamente una seria intenzione, anche se tutto sembrava, tranne che serio. Quindi scrisse una lettera molto composta e dignitosa a nonno Lorenzo, dove in buona sostanza chiedeva il permesso di andare a dormire con Serenetta. Sicché si recò a Lapilli, nella contrada Arrusti, Isola di Santa Luce.

Antonio si recò dalla famiglia di Serenetta senza sapere nulla di lei, oltre a ciò che del suo aspetto fisico poteva rivelare una semplice fotografia. E lei lo aspettava, senza sapere assolutamente nulla di lui.
 
Ad accoglierlo al piccolo porto c’era Zio Natale. Antonio aveva con sé una copia del Bolero, per farsi riconoscere. 

Il ragazzo fu condotto a casa della famiglia, ad un’ora di cammino, mentre osservava il paesaggio si innamorò dei litorali e del mare cristallino.
Incontrò per prima Nonna Lucia.
La Nonna sottolineò che Serenetta non era mai stata fidanzata. Questo per lei era una virtù e ne andava fiera.

“Probabilmente perché” disse nonno Lorenzo, per mettere le mani avanti visto che Serenetta aveva superato i venti due anni, “non ci sente molto bene.”

Serenetta era molto bella. Probabilmente qualcun altro, che non urlava tanto come Antonio, si era proposto con lei ma aveva fallito non riuscendo a farsi intendere.

Antonio dimostrò di avere un timbro di voce abbastanza alto, anzi in gioventù era molto incline alle urla.

“Ma tu, mi vorresti sposare?” 

“Certo!” rispose Antonio. 

“Che hai detto?”

Antonio avrebbe ripetuto non solo la quinta elementare, ma molte altre cose.  
Serenetta aveva una cultura molto semplice, tuttavia era acuta nei ragionamenti. Era molto apprensiva e protettiva. Voleva contenere le ansie e le preoccupazioni altrui nei momenti critici generando una certa ansia per se stessa.

Poco tempo dopo il fidanzamento Antonio ebbe un ripensamento, tale da dubitare sul futuro matrimonio. Un breve momento di insicurezza, gli costò una lettera da un altro zio, Natale, ancora più arrabbiato di Santino, che diceva tra le righe:

“Tatò ma vidi chi haju mugghìeri e dui figghie! pozzu iri in galera?” 

Quelle poche parole minacciose riuscirono a creare una motivazione che non si estinse in circa mezzo secolo, durante la vita di Antonio. Si sposarono nel mille novecento sessanta tre, in estate. Ci fu un breve ricevimento a Bollate, a casa dei nonni paterni. Con gli avanzi del ricevimento, andarono avanti due settimane.

Le parole di zio Natale, mitigarono temporaneamente i periodici malumori di Antonio. Quando sarebbe arrivata per Antonio l’età della autentica maturità?

I nonni a Milano

Verso la fine del mille novecento cinquantotto nonno Lew e nonna Cleo andarono a vivere a Bollate, alle porte di Milano, per ricongiungersi con il figlio maggiore Antonio. 
Il matrimonio dei nonni durò quaranta quattro anni, fino al giorno della morte di nonno Lew. 
I nonni considerarono il matrimonio un sacramento indissolubile, tanto da passar sopra anche ad incompatibilità che oggi molte persone considererebbero insormontabili. 
Ciononostante, non si sapevano sopportare: il loro legame era come un mare in costante tempesta. Antonio soffrì molto per i  litigi dei genitori. Quando i suoi figli avevano superato la mezza età, Antonio esprimeva ancora il disagio che visse per il comportamento di suo padre.
D'altra parte, anche il carattere della nonna era difficile. La frustrazione del nonno aveva una causa, almeno nelle apparenze, nelle manie della nonna. Le reazioni di nonno Lew erano  esagerate dal punto di vista di Antonio, che non riuscì mai a perdonarlo. Le urla scandivano tutte le ore del giorno e i nonni litigavano regolarmente di giorno e a volte anche di notte. 

La nonna, di notte, svegliava spesso il nonno accusandolo di russare troppo fastidiosamente, però quando si addormentava accompagnava il nonno in un duetto che si poteva definire sincronico sebbene non melodioso. Non erano accordati e non andavano d’accordo.

“Città di Milano, stazione centrale.”

 Arrivò il treno espresso proveniente da Palermo.

“Bedda matri! Talia quanti palazzi ca ci sunnu!”  - “Madre mia! Guarda quanti palazzi che ci sono!”

diceva la nonna con il naso appiccicato al finestrino rivolgendosi al nonno. Il nonno intanto si lamentava per il modo in cui la nonna aveva ridotto quel povero vetro. 

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Anni dopo, quando Lew rincasava da scuola notava delle analoghe tracce sui vetri delle finestre di casa: 

“C’è stata la nonna questa mattina?”
 
e Serenetta:

“Si, è andata via un’oretta fa, come fai a saperlo?” 

“Ho guardato le finestre del soggiorno.”

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Quando i nonni erano appena scesi dal treno, la nonna già aveva incominciato a ‘cantare’, non di gioia:

“Dobbiamo andare a Bollare!”
 
e il nonno rispondeva: 

“Ti dissi ca iè Bollate e no Bollare, ma ie n’a capiscio a sta fimmina!”

La loro vita era scandita da una comunicazione oppositiva, ma costante e continua. A loro modo, comunque, comunicavano. Niente può fare più male del silenzio protratto.

I nonni raggiunsero papà Antonio a casa dello zio Santo. 

Cominciarono a cercare ben presto casa e lavoro, mentre Antonio era già autonomo e lavorava in fonderia.

I nonni avevano qualche soldo da parte e riuscirono a comprare una casa a Bollate in via Almese e ad acquisire una licenza per lavorare nei mercati. 
A quel tempo una licenza commerciale era acquisibile dal vecchio esercente come fosse un bene di proprietà. 
Con i nonni, arrivarono anche la sorella e i due fratelli di Antonio. La zia Margherita e lo zio Nino trovarono lavoro dopo pochi giorni, lo zio Lorenzo non aveva ancora dieci anni e frequentava la scuola elementare.

I nonni sperimentarono sul lavoro uno dei pochi ambiti in cui andavano d’accordo. L’ora di pranzo era invece il palco di un piccolo teatro. Era nota la grande, o per meglio dire immensa, pentola della pasta, di esclusiva proprietà della nonna  concessa in comodato al nonno che era sul divano a rodersi il fegato. Perché si rodeva? Perché nonna Cleo era molto più veloce, incominciava a mangiare prima del nonno il quale non sopportava più i “molesti” rumori prodotti dalla masticazione della nonna. Il nonno con aria di stizza diceva: 

“Mi passao a fami!”

Quindi la nonna prendeva la pentola con tutto ciò che avanzava e finiva tutto, perché sprecare il cibo è peccato.

Il nonno aveva molte dipendenze, come l’alcol e il fumo. Antonio proprio non riuscì a perdonargli le sofferenze che questo provocava alla nonna e agli zii. Il suo comportamento sotto l’effetto dell’alcol, era terribile. Per molti anni rimase schiavo di tutto questo. Probabilmente fu anche schiavo di buoni propositi non realizzati. 

Papà Antonio sosteneva che suo figlio Lew somigliasse al nonno, sia nell’aspetto che nel carattere. Lew tendeva, in giovane età, a controllare le cose che faceva e anche se stesso. Prese tuttavia coscienza dell’origine della sua ansia, e il suo naturale ‘temperamento’ non divenne ‘destino’.
Grazie ad una scelta consapevole Lew si stava evolvendo.

Chi non cambia non si adatta. Gli umani si distinguono dagli altri animali sono capaci sia di adattare l’ambiente alle loro esigenze che di evolversi. Chi non si adatta, è destinato a essere messo da parte dal cammino evolutivo.

Lew mi vuole rubare la tastiera del computer in questo momento.
Vuole fare una precisazione:

“I difetti di personalità possono essere trasformati in punti di forza. Il segreto è saper cambiare punto di vista, essere consapevoli, guardare le cose dall’alto. Una domanda angosciante potrebbe risolversi semplicemente quando si smette di porre la domanda,  e un problema  si può risolvere scoprendo che il problema non esiste. Bisogna sapere cambiar idea, ma soprattutto rotta, non necessariamente meta.” 

Caro Lew, che dire se qualcuno porta questo ragionamento alle estreme conseguenze? Inutile dirlo, non sempre è saggio farlo. Se il  problema è simile ad un treno in corsa sulla tua direzione, convincerti che il problema è immaginario potrebbe provocare la tua scomparsa, non quella del problema.

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Nel campo dell'informatica la precisione e il controllo meticoloso sono un bene se si unisce la capacità di vedere le cose “dall'alto”, estraniandosi cioè dai piccoli particolari. E’ inoltre utile distaccarsi dai problemi appena sono risolti ed anche quando non si riesce temporaneamente “a venirne a capo”.  
Lew è riuscito a migliorare il suo stato di salute, imparando ad  “accogliere” l’ansia  “osservandola” come campanello di allarme.  Aver ritrovato dopo anni la passione per il suo lavoro e il confronto con i colleghi hanno aiutato tantissimo Lew.
E’ stato anche utile lo sforzo mirato ad esprimersi con semplicità sia nel parlare, che nello scritto. Semplicità ed eleganza sono parenti molto stretti. 

Diversamente da Lew nipote che non toccò quasi mai alcolici nella sua vita, il nonno dovette aspettare la vecchiaia per liberarsi del suo vizio peggiore: l’alcol. 

Il nonno non si liberò mai del fumo.

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La zia Margherita conobbe Nanni, un ragazzo emigrato dal veneto. Antonio si rivolgeva allo zio Nanni scherzosamente: 

“Nanni! A comprare il giornale ci sei andato?”

Lo zio Nanni aveva un buon carattere e fu sempre un uomo di valore, però come è consuetudine fra i veneti, così diceva Antonio, concepiva in un modo un po’ diverso il fidanzamento e il matrimonio da come lo intendono i siciliani. Arrivò il giorno delle pubblicazioni in comune e dopo aver firmato in presenza dell’ufficiale di stato civile del comune di Bollate, lo zio Nanni si slanciò con queste parole nei confronti della zia: 

“Rita! A questo punto semo già marito e moglie!” 

e Antonio: 

“Guarda! Guarda! Cosa hai detto tu? Ti do io una lezione!”

Purtroppo, pur essendo lo zio veneto in terra lombarda si dovette fare alla maniera dei siciliani, del resto non si poteva provocare il disonore della famiglia Den Wackelig.

Lo zio Lorenzo a quel tempo era ancora un ragazzino ed andava a scuola.  Era più interessato al gioco del calcio che allo studio. 
Serenetta si ricorda che, durante i quindici mesi in cui visse a Bollate insieme al resto della famiglia di Antonio, uno dei suoi compiti era il bucato. La parte più difficile consisteva nei calzettoni di zio Lorenzo che giocava di pomeriggio con tre paia per volta, per non accusare dolori ai piedi. 

Lorenzo era ancora molto giovane quando conobbe zia Lina, che era ancora più giovane di lui. Nonna Cleo si lamentava del comportamento compromettente di Lorenzo e Lina rivolgendosi a nonno Lew. La ragazza era simpatica ma si doveva parlare alla sua famiglia per richiamarla all’ordine. Ciò era più che sufficiente perché: 

“Mica iè a nostra a fimmina! U nostro iè masculu!”

perpetrando così la loro secolare cultura. 

Quale cultura? Quella che dice con precisione  come  dovrebbero relazionarsi due persone legate da un sentimento.
Il cuore e l’animo umano sono un continuum che attraversa tempo e persone, ed in questo spazio continuo abitano gli orientamenti e le abitudini per le relazioni. La vita è veramente bella se priva di stringenti giudizi, specie di giudizi sbilanciati nei confronti di un genere.
 
La consuocera, appreso il malcontento dei nonni e il loro senso di colpa, si espresse così, dimostrando di essere molto avanti per il suo tempo:

“Ma son fioil! Lassate che se divertano!”

“Bedda matri!” 

agonizzò nonna Cleo.

E ancora:

“In sta manera, fazzamo che si sposano…”

La decisione di nonno Lew fu di favorire il loro matrimonio.
 
Zio Nino si sposò invece con Lisa, una ragazza di Santa Luce.
I Den Wackelig si salvarono dunque dall’estinzione, per una generazione ancora.

La sorella di Lew

Nel mille novecento sessanta tre la televisione non era ancora molto diffusa e alla sera non c'erano molti diversivi tecnologici per chi volesse passare qualche ora di distensione e relax. Alcuni non gradivano anticoncezionali per i motivi più disparati. Non so se ci sia un reale nesso tra l’evoluzione tecnologica dei mass media e l’andamento demografico, tuttavia molte famiglie a quel tempo erano  numerose.
 
Nella primavera del mille novecento sessanta quattro arrivò in famiglia Cleo. 
Lew venne al mondo dieci anni dopo.
 
Cleo ricorda di aver avuto in casa una ‘vecchia’ televisione in bianco e nero con il tubo catodico per nulla ‘smart’. Non si sapeva nemmeno cosa fosse un telecomando.

I genitori di Cleo vissero per un periodo con i nonni paterni. Quando la bambina aveva quindici mesi presero in affitto un modesto appartamento. 

Poco prima di Cleo nacque la cugina Marisa, figlia degli zii Nanni e Margherita. Serenetta ricorda ancora oggi il carattere molto burrascoso della nipotina. Già da bambine le piccole Marisa e Cleo contribuivano ad animare ed agitare le giornate dei nonni, a cui a volte venivano affidate. Gli zii Nanni e Margherita con la piccola Marisa, presero in affitto un appartamento nella stessa strada dei genitori di Cleo. I nonni invece vendettero la casa di via Almese e si trasferirono in via Rossini, sempre a Bollate. Le tre famiglie si trovavano tutte a poca distanza da una grande arteria della viabilità di Milano che attraversa anche la città di Bollate. 
Dopo alcuni anni di lavoro nei mercati i nonni migliorarono la loro condizione economica acquistando e prendendo in gestione un negozio di frutta e verdura, nella stessa via dove abitarono  gli zii e i genitori di Lew. 
Nonno Lew e nonna Cleo spesso ricevevano in affidamento le piccole Marisa e Cleo che non andavano ancora a scuola. 

Mamma e papà di Cleo erano contrari ad usufruire di un asilo perché, loro sostenevano, che “in quei posti i bambini imparano le parolacce e diventano maleducati”. Io aggiungerei che in quei posti si fanno le prime esperienze di interazione sociale, che fanno bene alla crescita emotiva.

La congregazione, che loro incominciarono a praticare quando Cleo aveva cinque anni, scoraggiava ma non impediva la frequenza degli asili. 

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Ho assistito personalmente a molti cambiamenti sia nelle dottrine ufficiali che nelle consuetudini della congregazione frequentata dalla famiglia di Lew, di anno in anno.
Le credenze di base, peraltro erano sempre le stesse. Gli aggiustamenti dottrinali, erano per lo più relativi alla credenza dell’imminente “fine del mondo”, con il tentativo di predire date cruciali grazie all’interpretazione di testi sacri e a calcoli molto fantasiosi. Queste predizioni, dopo continui fallimenti, divenivano sempre più vaghe ed estese a intervalli temporali sempre più ampi.
Rimanevano più o meno invariate le credenze in merito all’origine della vita e dell’anima umana, la contesa tra forze del bene e del male. Si credeva che le forze del male vogliano usurpare il diritto di Dio come sovrano dell’universo e dimostrare che l’uomo non abbia bisogno del dominio divino. Il principale oppositore di Dio starebbe operando un inganno nei confronti del mondo. Secondo queste credenze, l’angelo Lucifero, un tempo era una creatura “splendente di luce” ed era stato posto come guardiano della Terra. Per effetto della sua estrema bellezza, si insuperbì e volle appropriarsi del diritto regale come divinità. Ora, essendo condannato da Dio, preferisce distruggere la Terra, perché non vuole cedere a nessuno ciò che non potrà lui avere. Cosa che, secondo la congregazione, Dio impedirà con certezza, assicurando un futuro ad un residuo di umani superstiti rimasti a lui fedeli.

Lew aveva esplorato varie letture anche con punti di vista diversi, però le credenze interiorizzate nell’infanzia lasciarono una traccia conflittuale nei suoi sentimenti. 
Quello che non riusciva ad accettare era l’imposizione, il non poter dissentire e non poter scegliere in libertà lo stile di vita che voleva condurre. Apparentemente non vi era nessuna costrizione: tuttavia, il senso di colpa sapientemente innescato poteva esplodere in momenti inaspettati.

Lew non voleva uniformarsi mentalmente e con impegni ad una associazione che somigliava poco a un gruppo libero di ricerca spirituale e molto ad una conclamata impresa commerciale. 

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Lew non ha mai frequentato ne asili ne scuole materne, considerato il punto di vista che a quel tempo sosteneva la congregazione.
Non è un assiduo praticante del turpiloquio, tuttavia conosce una grande varietà di eufemismi in italiano, inglese, milanese, siciliano e veneto, già da un'età precoce. 
La madre lo costringeva tal volta a stare dietro al vetro di una finestra per non sentire le parolacce, così grazie a una vista acuta e un po' d'intuito, imparò anche la lingua italiana dei segni (scurrili).

Cleo è di pochi mesi più vecchia di Federico, il secondogenito degli zii Nanni e Margherita. 

Diventarono proverbiali le avventure di Cleo, Marisa e Federico, perciò ve ne voglio raccontare un paio. 
Cleo e Federico erano rimasti con la nonna Cleo, durante un pomeriggio estivo del mille novecento sessanta nove.
 
La Luna era nel frattempo frequentata da alcuni astronauti che avviarono una attività pionieristica completamente nuova trasmettendo immagini per la televisione, visibili in pseudo diretta con un tempo di ritardo di poco più di un secondo, mentre alcuni si convincevano di aver visto uno spot pubblicitario, oppure che fosse semplicemente tutta finzione.

All’epoca i due bambini avevano circa cinque o sei anni ed erano soliti correre su e giù per il negozio della nonna giocando a lanciarsi vari articoli di frutta e verdura. Ogni tanto si nascondevano nei pantaloni una mela o una banana. Quel pomeriggio erano già stati sul balcone di casa di Serenetta ed avevano sperimentato il tiro a bersaglio dove il proiettile era una buccia di banana e il bersaglio era uno qualunque di quei vecchietti che spesso passeggiavano in bicicletta passando accanto alla via della loro casa. Lo scopo del gioco era considerato raggiunto se il povero vecchietto perdeva l’equilibrio e cadeva a terra. 
Per fortuna molto spesso il gioco finì senza punti messi a segno.
Nell’appartamento a fianco a quello dei genitori di Cleo c’era Emanuele, un bambino che da qualche giorno sperimentava il lancio delle palline di carta infuocate alimentate da una spruzzata di alcol, aventi come bersaglio i panni stesi della signora del piano sottostante. Cleo e la cugina non erano ancora arrivate a tanto ed evitarono di farlo, forse perché l’argomento era stato inserito nell’ordine del giorno di una lunga riunione condominiale e quindi di una discussione in famiglia.
I pomeriggi erano lunghi: Cleo e Federico si annoiavano. Federico ebbe un’idea, basata sui risultati di un vero esperimento di chimica. Gli era stato detto che la pipì mischiata con la candeggina provocava degli effetti ‘meravigliosi’ con l’inalazione, anzi oserei dire effetti  ‘stupefacenti’. Cleo inalò a lungo la ‘pozione magica’ tanto soporifera fatta in parte con la pipì di Federico. 

La stanza sembrò girare dal punto di vista di Cleo, finché la piccola non cadde a terra svenuta. Nonna Cleo e nonno Lew dovettero fare una volata in pronto soccorso con la piccola Cleo narcotizzata.

Federico era molto ben voluto dallo zio Nanni, il quale affrontò sapientemente le crisi adolescenziali del ragazzino. Da bambino il piccolo spesso veniva chiamato dal papà in questo modo: 

“Federico! Mi sembri un Gesù bambino!”

 A venti anni il padre gli si rivolgeva in questo modo: 

“E mangia, che mi sembri un Cristo in croce!”

Il personaggio era lo stesso, cresciuto di alcuni anni.

Cleo studiava con impegno e dedizione. Ricorda con affetto le maestre Zabert e Frullino, dove questa ultima divenne l’insegnante di Lew durante tutto il ciclo delle scuole elementari. La maestra Frullino era amica della Zabert. Lew ricorda con dispiacere il dolore dell'insegnante Frullino per una malattia cronica che la affliggeva e rendeva penoso il suo percorso verso la pensione.

La piccola Cleo era brava sia in italiano che in matematica. Uscì dalla scuola media con dei buoni voti. 
Cleo doveva decidere l’indirizzo di studio successivo alle medie. Voleva frequentare l’istituto agrario. Antonio obiettò che l’istituto più vicino, all’epoca, si trovava a Cormano, per cui doveva raggiungerlo tramite due autobus, dove la mattina si potevano fare dei brutti incontri. Inoltre era frequentato prevalentemente da ragazzi.  Logica stringente, ma troppo restrittiva.  Era la logica dell’ansia, una cosa poco sana. 

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Una piccola parentesi sul confine tra sanità e malattia.

Faccio un riferimento al romanzo psicoanalitico “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, che racconta di un uomo che passò la vita a cercare di perdere vizi che lo rendevano "inadatto". Zeno, in età matura comprese che la più grande conquista è l'accettazione di se stessi. Lew lesse quel libro quattro volte, in diversi periodi. Con fatica comprese che per stare bene doveva perdere la mania di controllarsi, di auto giudicarsi. 

Purtroppo Lew aveva amplificato questa mania come risposta al controllo che subiva sia in famiglia che nella congregazione.

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Cleo visse tutta l’adolescenza nell’osservanza di numerose e rigide regole, dettate per lo più dalle ansie di chi voleva proteggerla da pericoli poco probabili, se non immaginari. Reagì sviluppando un carattere ribelle, che si tradusse però nel più concreto dei casi in una affermazione di idee contrarie a quelle dei  genitori senza però mai realizzare vera indipendenza. Questo conflitto creò non poco disagio.  Non perse comunque mai la salute, cosa che invece accadde a Lew.  
Cleo frequentò un breve corso di formazione come segreteria di azienda. Non era il diploma che sperava, ma un giorno le avrebbe fruttato un lavoro.
I genitori di Cleo avevano molto a cuore le adunanze della congregazione e  portavano i figli nel luogo di culto, per tre volte alla settimana. In questi posti si studia la Bibbia, secondo le disposizioni di una società centrale che dirige associazioni non lucrative dislocate a livello locale in vari  paesi. I proventi dell'opera a livello locale, sotto forma di donazione volontarie, vengono inviati alla sede centrale, il vertice della piramide.

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Cleo a venti tre anni conobbe Tom, ragazzo che divenne in seguito suo marito prima di diventare un proselito.
I membri della congregazione scoraggiavano il matrimonio con un non proselito, adducendo motivazioni ‘scritturali’ dietro alle quali ora io non riesco a vedere altro che il tentativo di rendere facile l’entrata nel gruppo e difficile l’uscita. Nel caso ci sia un'uscita, questa risulta generalmente 'dolorosa'.

Si conobbero su un treno, con le rispettive famiglie, al ritorno da una vacanza in Sicilia. Tom era originario di Terrauzza, città non lontana da Siracusa. Cleo tornava da Santa Luce, come tutti gli anni. 
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A quel tempo Lew aveva tredici anni. Durante le vacanze passava molto tempo  con il cugino Carlo. Qual era il loro divertimento? Con fionda e pietre avevano come bersaglio numerosi gatti randagi. Insultare gli animali era deprecabile, ma i genitori piuttosto che badare ai più piccoli avevano altre gatte da pelare, perché la famiglia di Tom era cattolica e questo per loro era un problema prioritario. Per di più, i genitori nutrivano una certa simpatia per Silvestro, un ragazzo molto osservante della fede e di buona famiglia che purtroppo ormai era stato dimenticato da Cleo.
 
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Cleo e Tom si diedero appuntamento a Bollate, davanti al municipio. Silvestro divenne decisamente uno sbiadito ricordo, forse perché non era stato adeguatamente convincente nel far la corte alla ragazza. 
Tom invece divenne il fidanzato di  Cleo.
Al suo primo incontro in casa Den Wackelig, per conoscere formalmente papà e mamma di Cleo, si presentò con un bel mazzo di rose rosse per Cleo e un’altra composizione floreale per sua mamma.
Antonio, finiti i convenevoli, chiese a Tom senza mezzi termini con un tono di voce fermo: 

“Signor Tom, potrei chiederle qual è il fine delle sue visite a casa nostra?” 

Il giovane Tom disse senza esitazione:
 
“Attualmente ho stretto un’amicizia con sua figlia Cleo, amicizia che in futuro vorrei coronare con un fidanzamento e successivamente con il matrimonio.” 

Non saprei dire se questa risposta sia stata frutto di una lunga meditazione precedentemente maturata. Sicuramente, fu l'inizio di un sentimento, che durò lunghi anni e fu caratterizzato dalla coerenza. Ad ogni modo, Tom frequentò Cleo per alcuni mesi, durante i quali papà e mamma di Cleo tentarono di scoraggiare tale relazione. Non aveva un curriculum all’altezza delle loro aspirazioni e non aveva nemmeno una adeguata referenza. Sembrava che Tom non avesse nemmeno una copia della Bibbia in casa. 

Antonio, quando apprese di questo andò su tutte le furie: 

“Ma non vorrai mica sposarti in comune, come una donna senza fede?”

Nonostante questa ostilità, nel giro di qualche settimana Antonio cambiò atteggiamento, almeno in parte, nei confronti di Tom perché questi mostrava d’essere un ragazzo dal buon carattere, maturo e molto mite. 
Lew fu affascinato dai suoi interessi e dalla sua avvicinabilità, tanto da imitarlo, l’anno dopo, iniziando gli studi in un istituto tecnico industriale come aveva fatto lui in precedenza. Tom era perito meccanico, mentre Lew sarebbe diventato qualche anno dopo perito informatico. Avevano in comune la passione per l’elettronica e per i computer. 

Dopo pochi mesi casa Den Wackelig fu investita da un dramma. Tom, ormai fidanzato di Cleo, si ammalò seriamente. In principio i medici non capirono la corretta diagnosi. Accusava dei forti mal di testa e difficoltà a mantenere l’equilibrio nel camminare. Ebbe anche un lieve incidente con l’auto per via di un temporaneo "disorientamento". Qualcuno parlò di labirintite, qualcun altro ipotizzò un esaurimento nervoso, ma ben presto Tom conobbe un medico del C.T.O. di Torino che  disse, dopo alcuni esami, di che cosa si trattava. Una malattia oncologica. Fu un duro colpo per tutti e specialmente per Cleo. 
Antonio, a quel tempo, aveva un’amicizia con un professore di pneumologia e medicina legale che lo aveva curato per un enfisema polmonare, causato da numerosi anni di lavoro in fonderia. Quindi chiese a questo medico che probabilità ci fosse che un’eventuale operazione potesse avere un decorso positivo. Il professore non fu ottimista. 
Antonio, al solito suo, trasmise questi dettagli senza mezzi termini e senza delicatezze di alcun genere. Lew non aveva mai visto Cleo piangere come in quel momento. Ciononostante, nei giorni a seguire, lei seppe dimostrare molto coraggio.
Arrivò il giorno dell’operazione di Tom. La notte prima il ragazzo si raccolse in preghiera e chiese perdono a Dio per non averlo cercato nei momenti della vita in cui tutto sembrava andare per il meglio. 

L’operazione riuscì perfettamente, però, purtroppo, fu necessario un ciclo di cobaltoterapia. Si salvò, ma le radiazioni della terapia gli fecero perdere per sempre i capelli e lo indebolirono parecchio. Dopo l’operazione, Cleo fu con lui tutti i giorni in ospedale. I genitori mitigarono in quella circostanza ancora di più i loro dissapori e non scoraggiarono più la loro relazione. 

Successivamente, Tom disse che aveva bisogno di un po' di tempo per schiarirsi le idee. Aver visto la morte in faccia lo turbò grandemente. 
Prese la decisione di studiare con la congregazione frequentata da Cleo ed in seguito divenne un proselito. Tom ebbe sfortuna ed anche una grande fortuna. 

Cleo tenne fede al suo sentimento, essendo consapevole che avrebbe percorso una strada in salita. Era consapevole di ciò che provava e affrontò le conseguenze che ne derivarono con coraggio.

L’isola di Santa Luce della Trinacria

Sul finire degli anni ’40, dopo la morte dello zio Francesco, nonna Lucia faceva del suo meglio per provvedere alla famiglia, aiutando nonno Lorenzo nel lavoro agricolo e negli allevamenti di polli, conigli, maiali e bovini, nonostante il grande dolore che portava nel cuore per la perdita del figlio. 
Mentre  i ragazzi crescevano, lavoravano per aiutare la famiglia e a loro volta ponevano le basi per costruire la propria. Questo si verificava nel rispetto di un codice morale non scritto comunemente accettato alla luce del sole, a volte infranto nella penombra. 
Nonno Lorenzo e nonna Lucia rimasero con sette figli: Linuccia, Natale, Antonio, Santino, Lucia, Lorenza e Serenetta, in ordine di età. 
Linuccia è nata quindici anni prima di Serenetta. Gli zii si sposarono tutti ed ebbero vari figli. Non c’era molta fantasia per quanto riguarda i nomi che si ripetevano fra i cugini.
Furono quasi tutti “annomati” (espressione dialettale che indica l’usanza di dare al nuovo bambino il nome di un parente o di un santo). Se i nomi furono niente affatto originali, anche le usanze matrimoniali si perdevano nella notte dei tempi: zia Linuccia, zio Natale e zia Lucia sposarono rispettivamente Michele, Marisa e Franco, dove questi ultimi tre sono fratelli e sorella. Questi tre matrimoni furono celebrati nel medesimo giorno.

Lew e Cleo insieme ai genitori si recavano in estate a Catanniti, un piccolo borgo a cinque chilometri dal centro di Santa Luce dove abitavano quasi tutti i parenti di Serenetta. Le vacanze erano quasi sempre in Agosto, come le imprese milanesi consentivano quasi senza eccezioni tra gli anni sessanta e ottanta. 

Nonna Lucia morì nel mille novecento settanta tre, un anno prima che Lew nascesse, per una insufficienza cardiaca.

Lew frequentò molto di più i parenti sull’isola di Santa Luce rispetto a quelli residenti nel Milanese, nonostante la notevole distanza dall’isola. 

A Solarino Lew si recò un’unica volta, quando aveva tre anni.

....

Sull'isola di Santa Luce, Federico, Francesco e Lorenzo dominavano il gruppo di amici in giovane età. 

Il giovane Natale, invece, fu debole ed emotivamente fragile per via di una seria malattia la quale fu capita appieno dai familiari quando era ormai adulto.

Un pomeriggio d’estate, agli inizi degli anni ‘70,  Federico si trovava in campagna durante la mietitura insieme a Serenetta e agli altri zii. A quel tempo aveva circa sei anni. Il piccolo era abituato a fare pipì nei posti meno opportuni e alla vista degli astanti. La cosa parve molto sconvenevole agli zii, che volevano per i più piccoli una buona educazione. Più volte si accese una discussione in famiglia in merito a questa abitudine, come se ci si trovasse nel bel mezzo di un’assemblea condominiale.
La famiglia era divisa in due: c’era chi sosteneva l’opportunità di un intervento deciso e anche corporale da adottarsi alla prima ulteriore buona occasione e chi preferiva non pronunciarsi. Ritornando all’episodio citato, venne l’occasione per operare una riprensione. Zia Lorenza si trovava dirimpetto Federico sorpreso in flagranza e così lo volle minacciare: 

“Guarda che te lo tiro!” 

“Si, dai, che mi piace!” 

osò rispondere il ragazzino. 

In quel momento ci fu prima silenzio e poi un boato di disapprovazione. Bisognava a tutti i costi correggere la situazione e non certo perché Federico avesse cattiva mira. Zio Franco e zia Lucia si accordarono per una punizione esemplare. 

Federico dimostrò di essere molto determinato. 

Il ragazzo divenne da adolescente un “capobanda” ed aveva un forte carisma. I principali componenti della banda erano Francesco, Lorenzo e Ciccareo, quest’ultimo un ragazzino al di fuori della parentela che abitava nella stessa borgata. Quando avevano circa sedici anni, i quattro spesso dovevano scacciare la noia. Per fortuna Federico e Francesco erano esperti in tale materia.

Federico se la prese con Ciccareo: 

“Dovresti bìviri un bicchìere di birra fresca!”

“Nun ci n'è!” 

protestò Ciccareo. 

“Si chi ci n'è nun a vidi ià?” 

Quindi Ciccareo fu costretto a dirigersi verso un bicchiere colmo. 

“Bivi, jè fresca!”

“No, jè cauda!”

Certo che era calda, la aveva appena prodotta di sua natura Francesco. Il destino del povero Ciccareo fu disonorevole. Per lui fu un giorno davvero sfortunato.

Il giovane Natale, fin da tenera età usciva poco ed era molto  timido. Parlava a denti serrati, come se avesse paura che le parole da lui pronunciate potessero nuocere a lui stesso o a qualcun altro. Probabilmente, si confrontava con l’esuberanza e la spigliatezza dei fratelli maggiori, con i quali non poteva sperare di competere in alcun modo. In alcuni casi ho assistito a degli screzi tra lui e i suoi fratelli ai quali Natale reagì con momenti d’ira esagerata. 
Ci fu poi un periodo, in età più matura, in cui Natale sembrava essere cambiato, più estroverso e intraprendente, voleva  prendere la patente, trovare un lavoro e comprarsi una macchina. C’era stata una ragazza, un’amica di famiglia che aveva pensato di fare un’opera buona invitando Natale ad uscire per fare delle conoscenze e delle amicizie pensando di potersi pregiare di salvarlo dalla depressione. Natale, come si intuisce, si illuse che quella bella ragazza volesse sposarlo. Quando furono evidenti le vere intenzioni di questa che volle essergli semplicemente amica, la sua timidezza e la sua tristezza lasciarono il posto ad una evidente psicosi, che fino a quel momento era latente.  Natale ancora oggi, a distanza di anni è trattato con dei farmaci.

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La  prima estate di Lew sull’Isola risale all’Agosto mille novecento settanta cinque, quando aveva esattamente un anno. Si attirò ben presto la simpatia dei cuginetti, forse per la presenza di un unico dentino: un incisivo inferiore, o forse perché già così prematuramente era evidente il suo strano carattere. Fino ad allora, la sola parola che sapeva pronunciare in modo corretto era un secco e deciso: 

“No!” 

che sapeva tirare fuori come arma di difesa contro qualsiasi domanda e, con poca razionalità, anche contro la sua esatta negazione. La sorella Cleo si divertiva molto: 

“Lew, hai fame?” 

“No!” 

“Lew, vuoi saltare il pranzo?” 

e di nuovo: 

“No!”

di conseguenza i cugini ridevano insieme alla sorella.

Anno dopo anno, fino all’età della scuola elementare, Lew diventò sempre più irrequieto. 
Durante le vacanze estive, quasi sempre in Agosto, andava a trovare la zia Lorenza, dove Francesco, Lorenzo e Natale lo sopportavano. I tre ragazzi vivevano grazie ad un’impresa edile alle dipendenze del cugino Federico. Inoltre coltivavano un modesto appezzamento di terreno e allevavano vari animali. Natale non amava molto aver a che fare con gli estranei, perciò era più incline a occuparsi delle faccende di casa. Governava benissimo gli animali e divenne un esperto cuoco. 

Il ragazzo era ‘complessato’. 

Bastava però riuscire ad attirare la sua attenzione e farlo parlare un quarto d’ora per rendere evidente una mente molto fine nascosta dalla timidezza.  Quel piccolo lasso di tempo non risultava vano. 
Lew apprezzava molto la compagnia di Natale, il quale conobbe raramente il sentimento della rabbia, se non durante le occasionali litigate con i fratelli più grandi. Con Lew e con gli altri bambini era sempre molto dolce e gentile. 
Grazie a Natale, Lew ha dei bellissimi ricordi d’infanzia. 
Fu paziente con lui in molte occasioni. 
Per esempio nell’estate del mille novecento ottantuno, Lew giocava con delle pietre vicino a un gruppo di tacchini e riuscì, involontariamente, a centrare la testa di uno di loro a diversi metri di distanza. 
La zia Lorenza si diresse in fretta sullo sventurato animale per tirargli il collo pensando di dover mangiare tacchino a cena per forza maggiore, ma appena il grosso pennuto si rese conto del rischio che stava correndo, si rizzò in piedi e corse via simulando una salute perfetta. 

Lew prediligeva gli allevamenti di tortore e fagiani di proprietà di Lorenzo. Un giorno questi con sorpresa se li ritrovò tutti riuniti in assemblea sugli alberi secolari di fronte a casa: naturalmente le gabbie dei pennuti erano aperte, come per effetto di un pizzico di magia. Quel difficile incantesimo fruttò a Lew le cinque dita della mano di Lorenzo stampate sulla faccia, che a suo dire gli bruciano ancora. Antonio non lo toccò, ma si fece capire bene: 

“Se ti permetti un’altra volta ti spezzo le ossa!”

 Per almeno una settimana, i cugini e le cugine lo presero in giro: 

“Lew, guarda che ti spezzo le ossa!”

Natale invece venne a giocare con lui e lo consolò per gli scherni dei cugini e le minacce di suo padre.

Le cose si complicavano molto quando dagli zii Matteo e Lorenza c’era Lew in compagnia di Carlo, cugino di secondo grado, figlio della cugina Federica. 

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Carlo è di due anni più giovane di Lew. Quando Lew aveva sette anni passarono l’intera estate insieme. Antonio mandò Lew insieme alla sorella appena finita la scuola, affidandoli agli zii Franco e Lucia. 
Carlo dimostrò in varie occasioni di avere un carattere dominante e molto forte. Al mattino presto Cleo e la cugina Lucia portavano i due piccoli al mare per gli effetti benefici a livello di respirazione. Entrambi erano reduci da una brutta bronchite. In spiaggia si faceva colazione, con latte e biscotti. Carlo urlava per mezz’ora sostenendo di non aver ricevuto la tazza più grande, dicendo che chi mangia di più cresce più in fretta, falsa credenza propinata dall’intera casata. La credenza secondo la quale un bambino grasso si ammalasse meno di frequente, era un dogma indiscutibile per molta gente di Santa Luce.  

Ho visto a volte chiamare in causa una motivazione fantasiosa per non dover palesare le reali intenzioni, spingendo qualcuno all’azione sulla base di una convinzione che somiglia alla realtà. 
E’ il fondamento della manipolazione. Spesso il manipolatore non è consapevole, perché convinto della pseudo-realtà sostenuta, oppure semplicemente crede di agire per una giusta causa. 

Carlo per invidia nei confronti della età anagrafica di Lew diceva spesso: 

“Io sù grande, invece tu sì ninno!”

Sembrava che Lew credesse alle parole di Carlo. 

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In due occasioni Lew provocò un incidente a Carlo. Il primo incidente ha avuto ubicazione nella spiaggia più vicina a casa. Venne a Lew l’interessante idea di giocare tirando sassi in acqua. A Carlo, venne la stessa idea e scelse intelligentemente di farlo qualche metro proprio davanti a Lew. Carlo era felice di riuscire a tirare le pietre più lontano grazie all’evidente vantaggio, ma improvvisamente si ritrovò con un grosso bernoccolo in testa, come era successo al tacchino di zia Lorenza. Che dire della zia Lucia, della sorella e della cugina Lucia che li stavano a guardare? Per prima cosa, sembrò la più importante, Lew si ritrovò con altre cinque dita stampate in faccia, stavolta da parte della zia. Bruciarono anche queste! Poi Carlo venne soccorso: non subì danni gravi.

Come si suol dire, quando scoppia un incendio molti per prima cosa cercano il colpevole o meglio un capro espiatorio, dopo si impegnano per spegnere l’incendio.

“Basta Lew! Prima te la sei presa con il tacchino, e ora con tuo cugino! Stai esagerando!” 

Si presentò un episodio analogo a casa degli zii. I due bambini giocavano girando vorticosamente come intorno alla ruota di un mulino. Mentre Lew manteneva a lungo l’equilibrio, Carlo si sbilanciò e sbatté con una tempia su un battiscopa procurandosi un profondo taglio. Quando gli zii e i cugini accorsero a sentire la ragione delle urla, Lew si scagionò: 

“E’ caduto!”

In effetti Lew non lo aveva spinto, ma fu coinvolto nel gioco e ancora oggi il cuginetto glielo rinfaccia. Una volata in pronto soccorso ed una cucitura servirono a riparare il danno. Quando la cugina Federica madre di Carlo fu a casa, disse:
 
“Per fortuna u figghiu è bello pasciuto!”

Certo, certo, più sei grasso e più ti puoi permettere di perdere sangue. Si sosteneva anche che le forme tondeggianti fossero provvidenziali contro le febbri improvvise. 

In età adolescenziale Carlo non andava molto d’accordo con le sue fattezze tonde, nonostante le credenze dell’Isola. Di conseguenza si sottopose con disciplina ad una cura dimagrante, con ottimi risultati, tanto da essere in buona forma ancora oggi. Ormai era cresciuto e raramente aveva la febbre o si ammalava. Inoltre nessuno più lo imboccava, perciò per quale motivo avrebbe dovuto esser grasso? Mancava sia la causa che il fine.

Non tutte le cure mediche gli andarono a genio nella prima infanzia. 

In particolare, odiava con tutte le sue forze il medico di famiglia. Essendo facilmente incline alle tonsilliti, trovava modo per esprimere tale odio. Per questo lieve disturbo la diagnosi, come tutti sanno, si fa in due minuti con una breve ispezione. 
Bisognerebbe convincere un bambino di cinque anni dal carattere un po’ scontroso che le motivazioni del medico sono a fin di bene, per non andare incontro a fastidiose conseguenze. Il dottore volle fare questa rapida indagine usando un semplice cucchiaio, che Carlo non voleva in nessun modo dentro la bocca. Fu forse facile? Niente affatto! Il piccolo sembrava avere davanti agli occhi una pericolosa scimitarra.

“Vattinni, fituso!”

e il medico si ritrovò sputato in faccia un biscotto masticato. Bisognava ritirarsi fino ad età più conveniente. 
Nonno Franco ci restò male, aveva fatto una pessima figura con uno stimato medico di Lapilli.

A dieci anni, Carlo sapeva guidare la vespa e la vecchia cinque cento di sua zia Lucia. Lew sapeva a malapena andare in bicicletta. Lew lo convinse a concedergli l'uso della sua vespa, però con la sua supervisione sul sedile posteriore e solamente in piccoli tratti in carrettiere di campagna. Incominciarono ad avere passione per le moto, ma entrambe le famiglie non gli permisero mai di averne una.

Più o meno un paio di anni prima si accorsero della presenza femminile sulla faccia della Terra. La cosa fu abbastanza sconvolgente, perché nessuno li aveva preparati al primo avvistamento. 
Erano ancora “due criaturi”. 
Le prime timide amicizie esordirono nell’estate del mille novecento ottanta quattro, quando Lew aveva dieci e Carlo otto anni. Ogni anno tra Luglio e Agosto, Santa Luce si popolava di famiglie di turisti, per cui c’erano anche bambini e ragazzi. Fu così che conobbero Marika.
Una domenica mattina erano nel luogo di culto con le loro famiglie.
Erano seduti in fondo per chiacchierare senza essere scorti. A quel punto, Carlo fu preso da una forte agitazione e si rivolse a Lew:

“Votati, a vidi? Chi fimmina pulita c’è caffora!”

Carlo fu preso da un colpo di fulmine. Purtroppo non sapeva ancora come fare a mantenere una famiglia, perché non aveva ancora frequentato la terza elementare. Ma nulla vietava i buoni propositi e soprattutto i sogni. Una sera durante la cena Carlo interruppe le conversazioni di zii e cugini: 

“Vogghio u mi maritu!” 

e tutti scoppiarono a ridere.

Durante l’inverno,  Carlo e Lew si scrivevano. Lew chiese se pensava ancora alla bella Marika. Carlo rispose presto in bella calligrafia: 

“Se penso ancora a Marika o no, non sono affari tuoi!”

Lew ci rimase male, del resto avevano condiviso molti bei momenti durante l'estate precedente. 

Quando Lew e Carlo avevano sedici e quattordici anni, Carlo si rese conto che a Lew stava capitando qualcosa di strano. Scherzosamente lo chiamava “il professore” dopo aver visto la sua pagella scolastica. Passavano molto tempo insieme, un po’ giocavano e un po’ Carlo parlava di quello che avrebbe voluto fare da grande. Quando però toccava a Lew parlare di queste cose c’era un sinistro silenzio. Col tempo incominciò a parlare ancora meno ed era evidente che la sua mente era fatta di pensieri per lo più inespressi. Il suo futuro era fatto di un progetto che non sapeva ancora rivelare. Aveva molta paura e voleva nascondere le sue emozioni. Il suo disagio anni dopo sconvolse la vita sua e di altre persone a lui care. 
Negli anni successivi, alcuni cugini dell’Isola di Santa Luce seguirono ed in seguito abbandonarono la congregazione, cosa che avrebbe fatto anche Lew.
Alcune persone che fecero questa scelta affrontarono periodi di solitudine, i più fortunati trovarono in seguito una strada da percorrere con soddisfazione, guidati da una luce che preannunciava un nuovo giorno, una nuova vita.
 
I capi banda

Cleo aveva tra gli otto e i nove anni e si sentiva sola. Voleva una sorellina e confidò più volte a sua madre questo desiderio. L’insistenza di Cleo fece probabilmente decidere Serenetta e  Antonio, così anche Lew venne a far parte di questo mondo. 
In quegli anni non era molto frequente la pratica dell’ecografia prenatale, perciò fino all’ultimo momento la sorella di Lew sperava nell’arrivo di una femminuccia. Aveva anche deciso il nome della ipotetica nuova nata: Ester. 
Cleo si trovava a casa con la nonna quando arrivò suo padre, poco dopo la nascita del fratellino. La piccola era trepidante di ansia: 

“E’ una femmina?”

Apprendendo della nascita di un maschietto la piccola corse in un’altra stanza piangendo. Dopo un minuto, però, ritornò e chiese al papà: 

“Com’è? E’ bello?” 

Dopo un paio d’ore nonno Lew passeggiava sotto casa e scorse la piccola che era affacciata al balcone. 

“Lo sai che hai un fratellino?”

”Si, lo so! Quando arriva?” 

“Fra un giorno o due sarà a casa.” 

Cleo era di nuovo trepidante. Il fatto che al posto di Ester arrivasse il piccolo Lew non importava più nulla.

Il nonno avrebbe voluto che il primo maschio arrivato fra i nipoti avesse il suo nome, quindi il fatto che i cugini più grandi di Lew non ebbero tale nome gli procurò una delusione. Antonio tentò un gesto d’affetto nei confronti di suo padre. Purtroppo nonno Lew accolse la cosa con sufficienza e distacco. La distanza che li divideva cresceva ogni giorno di più. Non riuscivano ad accettarsi e a comprendersi.

Lew aveva quindici giorni di vita. A casa c’era uno degli amici più cari che ebbe Antonio: Enric Leconte. 
Enric si era trasferito dalla Francia in Italia per motivi di lavoro.

Chiamava con insistenza mentre il piccolo veniva allattato: 

“Lew!” 

Il neonato ci vedeva e ci sentiva bene probabilmente, infatti si girò e lo osservò. 

Questo amico fu una presenza costante nella vita di Antonio e suo figlio, tuttavia molti anni dopo Lew fece una scelta che rattristò Enric, ancor prima di abbandonare la congregazione. 

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Il cinque Gennaio mille novecento ottanta, il terremoto che colpì la città di Torino si sentì lievemente anche a Milano. 

Lew non aveva ancora sei anni e non andava a scuola. 
Era  a casa con tutta la  famiglia. Erano passate da poco le quindici. Antonio era in cucina e cantava spensieratamente. Lew era nella camera da letto dei genitori, vicino a un piccolo tavolino, sul quale vi era la macchina per scrivere con cui si esercitava la sorella. Ad un certo punto il lampadario di casa incominciò ad oscillare e il tavolino tremò insieme ai vetri di balconi e finestre. 

Era il terremoto! 

Antonio smise di cantare e divenne bianco in faccia. Il terremoto era ondulatorio e si vedevano dalla finestra del tinello le strade che apparentemente si avvicinavano e allontanavano. Non durò tanto quanto l’interminabile minuto di panico, avvertito invece nella città di Torino. A Milano furono pochi attimi, comunque di terrore. Alcuni palazzi sono testimoni dell’accaduto grazie a qualche crepa. Lew rimase veramente colpito dall’evento del terremoto, tanto da sviluppare la prima delle sue fobie: il crollo imminente del palazzo di residenza.  

La religione che seguono i genitori di Lew invita a sperare in un “nuovo mondo”, una nuova Terra in cui le persone sono in comunione con Dio e sono libere dal male in tutte le sue forme. Il mondo nuovo in cui sperano i proseliti è come  “L’isola che non c’è”, un’isola immaginaria, un posto sicuro in cui trovare rifugio. Per loro questa non è una dimensione psichica, ma il risultato di un reale governo mondiale retto direttamente da Dio che arriverà, secondo il credo, quando l’umanità si troverà di fronte alla necessità di scegliere se schierarsi con il bene oppure con il male. Questo governo è talmente reale per loro e la lealtà a questo tanto cruciale che se un proselito va a votare per le elezioni politiche oppure amministrative, per loro il gesto equivale a dissociarsi dalla congregazione.

Gli adepti di questo gruppo, si soffermavano più sull’aspetto catastrofico o salvifico di questa credenza, in funzione della loro personale inclinazione. La fede è per loro condizione necessaria per la salvezza.

Questa credenza suscitava nella mente di Lew paure che in qualche modo somigliavano a quella del terremoto.
 
Lew sognò più volte la fine del mondo per opera di un gigantesco terremoto oppure un’onda anomala, svegliandosi improvvisamente nel cuore di tante notti agitate. 
Il risveglio non era accompagnato da urla o pianti, ma da silenzio, immobilità e panico che impediva di pensare. 
Sicché, parecchie volte si attirava la derisione dei compagni di giochi nel comune di Bollate, lungo le mura del palazzo di via Bolzano. 
Le paure dei più deboli si agganciavano alle manie di chi appariva più forte, innescando una sorta di risonanza, gli amichetti amavano molto picchiare con grosse pietre sull’intonaco di quella casa, come se fossero dipendenti di un’impresa di demolizioni. Lew piangeva e loro ridevano. Piangeva sempre di più e loro ridevano sempre di più.

“No! Per favore! Lasciate stare il muro! Non voglio che crolli il palazzo! Sopra al quarto piano ci sono mamma e papà!”
 
e gli altri ridevano sempre di più. 

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Una decina di anni più tardi si presentò una scena simile, Lew poco più che ventenne si trovava davanti ad un dottore che lo interrogava:
 
“Mi parli di cosa la spaventa in questo momento.” 

Il dottore era serio, esplorativo nei confronti di un caso forse interessante. Gli infermieri ridevano come spettatori di un film comico. 
Il ragazzo si arrese all'idea di essere malato, la diagnosi dei medici parlava chiaro. Inoltre il malessere era percepito intensamente. Non aveva più paura del crollo del palazzo, tuttavia il suo pensiero era distorto da un lungo periodo di forte tensione. Lew si rivolse ad un infermiere: 

“Scusi, lei ride per le battute del medico o della mia sofferenza?”

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Nel mille novecento ottantuno Antonio e Serenetta riuscirono a costruire grazie a tanti sacrifici una casetta sull’Isola di Santa Luce. Lew non ebbe mai paura che potesse crollare, forse perché era composta da un piano terra e un piccolo seminterrato e quindi non aveva piani alti. Da quell’anno riuscirono sempre ad andare in ferie a Santa Luce senza doversi affidare al buon cuore degli zii, che li hanno accolti parecchie volte nelle loro abitazioni. Mi raccontò Cleo di aver visto in più di un’occasione suo padre saltare sulle solette in costruzione per testarne la resistenza e la solidità. Il test ebbe esito positivo, dal punto di vista di Antonio. Se avesse avuto esito negativo, evidentemente la casa sarebbe crollata sopra l'inconsapevole esecutore del test. 

Proprio in questa casetta si consolidò l’amicizia tra Lew e il cugino Carlo, grazie ad interminabili pomeriggi passati a giocare a scacchi o a qualche interesse più frivolo, come ad esempio tirare con la fionda dal balcone su cani e gatti. 

Carlo aveva un carattere dominante. 

Ci fu comunque una fobia che prese il sopravvento su entrambi. Nel mille novecento ottanta quattro fu proiettata in televisione una pellicola che presentava in modo toccante gli effetti di una guerra atomica. I due bambini furono impressionati da immagini di corpi vaporizzati dalle fissioni nucleari, corpi di persone di cui per un istante fu visibile la radiografia, persone che non si rendevano nemmeno conto di quello che accadeva. 
Carlo finì per aver paura di tante cose di per sé non spaventose che si vedevano spesso in televisione, come per esempio il burattino Pinocchio. Lew sembrava più calmo e razionale, ma teneva l'ansia nascosta dentro. 

Quale sarebbe stato l’atteggiamento migliore?

E’ bene esternare, tenendo conto però della forma e della misura dell’esternazione. 

Per restare in pace con se stesso, in seguito, Lew si aprì molto, però rischiava davvero di squartarsi, tirando fuori pensieri che sarebbe meglio nascondere, per pudore. Carlo accettò di più se stesso. Si fece accettare nella comunità che frequentava.

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I primi tempi a scuola non furono affatto gloriosi per Lew. 

In una mattina d’autunno Antonio e  Serenetta decisero di vestirsi di buon’ora e di portare Lew fuori, senza che lui se lo aspettasse minimamente. Andarono a piedi, così Lew pensava di raggiungere il mercato distante poche centinaia di metri. Era abbastanza sicuro di questo, ma non troppo. 

“E se dovessi fare un vaccino?”  

Per la precisione, le punture non gli piacevano affatto. Ciononostante quando arrivarono di fronte ad un edificio prefabbricato che sembrava un ospedale con davanti tanti bambini pensò di nuovo: 

“Vuoi vedere che devo davvero fare un altro vaccino?”

Vide un bambino dall’aria fiera con una grande cartella sulle spalle e gli chiese: 

“Ma tu hai paura delle punture?” 

“Questi non sono fatti tuoi e penso che dovresti preoccuparti di altro!” 

Lo portarono in uno stanzone insieme ad una donna alta e occhialuta sulla cinquantina che portava un camice bianco, che scambiò subito per un’infermiera. Fece l’appello e la cosa gli sembrò strana.

“Den Wackelig Lew!” 

Non sapeva cosa rispondere, a dire il vero non era neanche del tutto sicuro che fosse lui quello che chiamarono. Bofonchiò dei gemiti incomprensibili e porse il braccio per la puntura e tutti si misero a ridere. Lew pensò che avessero capito che aveva paura della puntura, perché tutti era abituato ad essere deriso per le sue ansie. Poi Antonio e Serenetta se ne andarono insieme agli altri genitori. Lew chiese allora ad un suo compagno: 

“Perché mamma e papà se ne vanno? Devono forse farmi un’operazione?”
 
“Veramente di operazioni ne faremo quattro in tutto, me lo dice sempre mio papà!”
 
La cosa si faceva seria. 

Alla mezza uscirono tutti e arrivò Cleo per riportarlo a casa, così il grosso equivoco fu chiarito.
 
Lew non fu molto responsabile nello studio nei primi mesi di scuola, i libri destavano per lui poco interesse. In particolare non si impegnava molto in matematica, forse per il grosso trauma emotivo delle operazioni. Sorprendentemente, nel corso degli anni superò il trauma e amò la matematica e le scienze. A diciotto anni Lew era bravissimo a risolvere integrali e derivate. Meno attento era con la semplice aritmetica, ove prepotenti si manifestavano le sue distrazioni.

La donna alta e occhialuta sulla cinquantina era la maestra Frullino. Con quel camice bianco, a Lew sembrava proprio un’infermiera.

All’età di sei anni e mezzo una piccola bambina credette di percepire l’improbabile fascino di Lew. Si avvicinò a lui durante un intervallo e gli disse queste semplici parole: 

“Ti voglio bene!”

Non so per quale sorta di incomprensione, ma Lew non riuscì affatto a capire il significato di quelle parole, probabilmente per l’aspetto fisico della piccola, che non lo colpiva particolarmente. Anni dopo la incontrò nel centro storico di Bollate, era cresciuta, ma non lo colpiva lo stesso. 

Sempre intorno ai sei anni, Lew si innamorò di una bella bambina bionda dagli occhi azzurri di nome Ramona. La bambina gli fece capire in modo gentile ma risoluto che appartenevano a due classi sociali troppo distanti perché i loro destini potessero incontrarsi. Il padre era direttore di banca e proprietario di un appartamento signorile. Possedeva un’automobile molto diversa dalla rumorosa Fiat millecento di Antonio.

Armando e Mauro furono i personaggi dominanti della sezione A durante la prima e la seconda elementare. Armando era un bambino intraprendente e dalla vivace intelligenza ed era il più bravo della classe in tutte le materie. Fra le bambine eccelleva invece Ramona. Ramona era innamorata di Armando ma si lasciava corteggiare da Mauro. Armando era il “capo della banda”, Mauro era il “vicecapo” e sperava nell’abdicazione di Armando in suo favore. 
Mauro odiava con tutte le sue forze Lew, qualcosa di chimico gli rendeva  repellente l’idea di un incontro di qualsiasi tipo tra loro. Si accorse della diversità di Lew, ancor prima della maestra Frullino. 

L’unica cosa che notò la maestra era che Lew confondeva varie tonalità cromatiche: aveva un problema di vista chiamato discromia. Le stranezze comportamentali di Lew si sarebbero manifestate pienamente anni dopo la fine delle scuole elementari.

Nell’ottobre del secondo anno scolastico, la maestra Frullino decise di intrattenersi qualche minuto con delle colleghe a prendere un caffè e lasciò incautamente incustodita la classe.
Mauro decise di sfidare Lew e lo invitò ad andare nell’atrio della scuola per un incontro di quello che chiamava Karate. Questo comportava toccarsi: credo fosse di per se straordinario. Fu una semplice azzuffata finita quando niente di meno che il dirigente scolastico li sorprese in flagranza.
Li divise e li condusse dalla maestra che divenne bianca in viso dalla vergogna. Il dirigente fu gentile con la Frullino ma la redarguì di sgridarli a dovere. Al che la arrabbiatissima donna occhialuta sulla cinquantina decise di far pagare loro l’affronto e lo smacco che le avevano procurato. Li portò in classe e ordinò loro di andare ai rispettivi banchi. Poi disse: 

“Voi non mi avete mai visto furente! Venite qui!” 

Dalle urla da lei prodotte penso che di sua iniziativa si procurò da sola una figura ben peggiore. I due bambini si avvicinarono alla cattedra, dopo di che la maestra li prese nervosamente per i capelli e poi fece sbattere rumorosamente le loro teste una contro l’altra rischiando di far loro male seriamente. Fece loro più male la maestra Frullino di quello che riuscirono a farsi da soli.

In terza elementare Armando si trasferì in un’altra città e Mauro gli successe come “capo banda”. Per Lew furono tempi duri, perché Mauro voleva davvero fargli scontare il grosso bernoccolo che aveva ancora in testa. Decise di applicare severe sanzioni, se qualcuno gli avesse prestato matite colorate o altri articoli di cancelleria. Poi venne l’era dei video giochi, parola che a quel tempo significava un rudimentale display a cristalli liquidi fastidiosamente rumoreggiante con una serie di oggettini virtuali che inseguivano un avatar del giocatore. 
I giocatori più sensibili si sentivano perseguitati e i loro neuroni venivano sollecitati fino al parossismo.

Incredibilmente quei giochini piacevano.
 
“Mauro mi fai giocare?”

“Non lo farò mai! Neanche se mi paghi!”

Era evidente l’ingenuità di Lew. Il fenomeno esplose e tutti i bambini ne avevano uno, nonostante a quell’epoca potessero costare ben centomila lire. Lew ne ebbe uno solo all’età di tredici anni, quando il prezzo era molto inferiore. Purtroppo non gli diede affatto la soddisfazione che aveva sperato. Dopo aver risolto il gioco nella sua interezza, non resistette all’idea di smontarlo spinto dalla curiosità di capirne il funzionamento interno, senza riuscire a  fare l’operazione inversa.

Con la fine dello scaccia pensieri, i pensieri presero il sopravvento. 

La quinta elementare riservò per la classe mesi invernali scanditi dagli umori instabili della maestra Frullino. Era evidente che la maestra fosse sofferente. I bambini erano sensibili al suo comportamento, ognuno reagiva in modo diverso. In alcune occasioni ci fu molta tensione. 
A fine anno la maestra chiese a Lew di andarla a trovare di tanto in tanto e lo lodò dicendo che il suo comportamento nel corso del tempo era migliorato. Lew non la cercò mai. Fu cercato dalla maestra più volte tramite amici e parenti, ma Lew si rifiutò di rispondere. 

Lew non riuscì a perdonare la sofferenza di cui credette di essere stato vittima. La maestra tuttavia voleva bene a Lew e non avrebbe voluto che la sua profonda tristezza provocasse dei danni alla classe.

La morte di nonno Lew

L’autunno del mille novecento ottantuno fu una foriera di sventure per la famiglia Den Wackelig e quella di Serenetta, perché oltre alle foglie di betulle e cipressi “appassirono” e andarono via due uomini che erano stati molto amati. Nonno Lew fu l’ultimo ad andarsene, destando sentimenti controversi in Antonio. 

Alcuni anni prima, Lucia, la figlia di zio Natale, venne in via Bolzano insieme al marito Carmelo a trovare Antonio e Serenetta. Carmelo era un uomo intelligente e buono d’animo, a detta di molti che lo ricordano con affetto.
Da qualche mese, la famiglia Den Wackelig non vedeva la coppia. 
I due sposi raccontarono del loro viaggio di nozze negli Stati Uniti, in particolare della visita alle cascate del Niagara. Lucia era molto bella e negli occhi aveva la luce di una raggiante felicità. 
Uno dei suoi sogni fu realizzato, ma siccome la gioia che ne derivò non fu duratura, raccolse una doppia dose di forza per rinnovare le sue motivazioni.
Anche Carmelo era visibilmente felice, non sapeva che dentro di lui si sarebbe di li a poco manifestato un terribile male chiamato leucemia. Purtroppo la malattia degenerò repentinamente in uno stato avanzato e i medici non riuscirono a prolungare di molto la sua esistenza.

Che cosa rimane di chi non c’è più?

Rimane il ricordo, una traccia del passato che permane nella nostra mente ed è spiegabile tramite la chimica organica, per chi crede solo in ciò che è materiale. Per chi crede invece nell’anima, qualcos’altro di immateriale permane dopo la dissoluzione del corpo. 

Descriverò i luoghi e le situazioni in cui Lew incontrò per la prima volta una fitta penombra, evidenziando le percezioni che parlano di ciò che era e di quello che stava per divenire.

Lew aveva otto anni. 

Mentre si faceva sera, guardava alla finestra del tinello che si affaccia davanti ad un caseggiato composto da palazzi più bassi e alberi  pieni di foglie ingiallite che ospitavano sui rami pochi uccelli prossimi a migrare verso luoghi più caldi. 
Lew non sa dire se si trattasse di piccioni o corvi, ma quel che ricorda bene è che per oltre mezz’ora, verso le cinque quando il sole era già prossimo al tramonto, era appollaiato uno di questi sulla struttura di un’antenna televisiva, sul tetto della palazzina dirimpetto a casa. Il piccolo animale teneva la testa in una posizione un po' grottesca, quasi come se volesse nascondere il collo e sembrava evidente che avesse freddo.

Era solo.

Questa immagine di un piccolo animale solitario, era anche l’immagine della tristezza di Lew che per la prima volta acquisiva consapevolezza delle cose vere, quelle per cui vale la pena vivere che non si vedono e non si sentono.  

Fa male non essere consapevoli e può far soffrire temporaneamente anche il processo che porta alla consapevolezza, processo che è l’essenza della crescita emotiva.

Cleo, soffrì molto durante la malattia di Carmelo. 

Lew, essendo molto attaccato alla sorella e anche molto empatico, percepì i sentimenti più difficili che lei provava, anche se non lo dimostrava in modo evidente.
Cleo stava vivendo intensamente tali sentimenti. 
Lew si stava adattando ai nuovi colori, più spenti, con cui la penombra dell'anima degli adulti  tracciava un nuovo disegno del presente e dell'avvenire.
Nessuno  pensò che fosse importante confrontarsi con un ragazzino di otto anni su come affrontare certe emozioni. Le reazioni di Lew divennero insolite e non vennero comprese.

Carmelo moriva, lasciando un figlio piccolo e una moglie.

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Da qualche mese non si vedeva nonno Lew. 

Il piccolo nipote era abituato a queste assenze, perché Antonio spesso aveva discussioni con il nonno che sfociavano in veri conflitti. Invece, la nonna Cleo frequentava casa di Antonio regolarmente.  
Confidò che il nonno avvertiva un “fastidio, un piccolo dolore interno” sulla schiena, poco sotto una spalla. Visto il carattere apprensivo di entrambi i nonni, furono semplicemente rassicurati. Poi successe una cosa che destò la preoccupazione dello stesso nonno. Era un accanito fumatore: per questo soffriva spesso di bronchite. Inoltre aveva lavorato in anni in una miniera di zolfo.
I suoi fazzoletti incominciarono a  colorarsi di rosso, questo era un evento insolito e preoccupante. 

Fece alcune analisi. 

Fu trovato un tumore maligno.

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Ci fu un ricovero in ospedale. I medici informarono per prima zia Margherita della presenza di un carcinoma polmonare non curabile. 

Antonio disse alla sua famiglia cosa stava accadendo. Disse tutto d’un fiato quello che stava per accadere. 
Raccontò la cosa con un tono distaccato e, immediatamente dopo, si mise a piangere. Un uomo freddo e distante, dopo pochi istanti lasciava spazio ad una persona emotiva e fortemente coinvolta. 

Prese la parola Cleo,  voleva consolarlo.  Gli disse: 

“Avete spesso litigato e da molto non vi vedete!  Perché adesso piangi?”
 
Antonio continuava a piangere, senza proferir parola. 
Si doveva parlare a nonna Cleo ma non era facile stabilire come e quando. 
Zia Margherita decise che si sarebbe fatto a casa sua. Siccome nessuno aveva il coraggio di iniziare il discorso, fu chiesto un favore ad un professore di pneumologia che aveva in cura il nonno. Nonna lo avrebbe chiamato per telefono e avrebbe ascoltato quelle tristi parole mentre accanto a lei erano riuniti tutti i figli.  

Così incominciò l’amicizia tra Antonio e il professor Ferrari.

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Lew incominciò in quei giorni a sentir parlare del tumore ma non era pienamente consapevole del significato di quella parola.  

“E' la verità, ma non deve saperlo!” 

Il piccolo Lew era disorientato. 

I medici acconsentirono a mantenere il riserbo in merito alla reale malattia con il nonno.

In un pomeriggio di fine inverno nel mille novecento ottantadue, all’ospedale, durante l’ora di pranzo il piccolo Lew era in ospedale. Nonno Lew non aveva ancora nessun sintomo grave e pensava di essere ricoverato per una bronchite cronica. 
Era presente tutta la famiglia Den Wackelig mentre il nonno e la nonna bisticciavano a loro modo per questioni di poco conto. 
Nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo. Lew ricevette l’ordine di mostrarsi allegro, ma nessuno aveva davvero voglia di ridere. 

Anche quel giorno la luce del sole era gialla e debole,  faceva freddo. 

Tornando a casa Cleo confidò a papà Antonio che aveva paura:

 “Prima Carmelo e poi il nonno, cosa dovrà capitarci ancora?”

Nonno Lew ritornò a casa. Per alcuni mesi non fu informato dai medici della sua reale condizione.

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Nell'estate del mille novecento ottantadue il nonno insieme al resto della famiglia trascorse le vacanze a Santa Luce.

Il nonno vide per la prima volta la casa che Antonio aveva costruito a Catanniti, visto che l’anno prima avevano litigato. 

Lew passò tutti i giorni davanti a quella casa, negli anni in cui  visse a Santa Luce.

Si riunì tutta la famiglia, per un saluto al nonno, mentre tutti negavano la sua condizione. 
Arrivarono prima gli zii. Di fronte a loro e a numerosi vicini di casa, Antonio raccontava la diagnosi dei medici, in modo ripetitivo, come se intonasse il ritornello di una canzone.

Le parole ripetute erano: 

“Il professor Ferrari ha detto che non c’è più niente da fare!”

Poi arrivò il nonno e Antonio modificò il ritornello: 

“Sei sanissimo! Sei un malato immaginario!”

Il nonno invece non stava bene, si lamentava ed era chiaro che non credesse a tutto quello che diceva Antonio. Si avvicinò Marianna, una vecchietta che abitava nella casa dirimpetto. Si rivolse al nonno, dicendo: 

“Signor Den Wackelig, come vi sentite? Cosa dicono i medici?”

“Ho avuto una brutta bronchite durata per mesi, poi i medici hanno trovato un’ulcera, infatti ho un dolore, sul fianco.”

In quel momento, Lew si trovava proprio di fronte ai due che parlavano. Li interruppe: 

“Non lo sai che mio nonno ha il tumore?”

Il nonno, abbassò lo sguardo, per alcuni brevi istanti non parlò, esattamente come tutti gli astanti. Si fece bianco in viso. La nonna si rivolse al nonno: 

“Ma no!” 

Antonio era in cucina con le mani in acqua per lavare l’insalata e, sentendo tutto, le stesse mani incominciarono a tremare. Lew entrò in casa. Papà Antonio prese la parola mentre era in preda al panico: 

“Perché glielo hai detto?” 

e poi diede a Lew uno schiaffo, non forte, ma umiliante. Intanto il nonno corse via piangendo e si incamminò verso la strada di un dirupo. Serenetta si spaventò, pensando che volesse buttarsi nel vuoto.
Nel frattempo il nonno urlava piangendo: 

“Sono gli innocenti che raccontano la verità!” 

Lew rimase in casa con la sorella, la quale era più spaventata del padre: 

“Cosa hai fatto! Hai detto al nonno che ha il tumore! E adesso cosa facciamo?” 

Serenetta, cercò di calmare Lew. Disse che quello che aveva detto era vero e che purtroppo il nonno sarebbe morto dopo poco tempo. Disse infine che questa realtà non andava detta al nonno, perché lo avrebbe fatto soffrire inutilmente e inoltre Lew doveva dirgli che si era espresso male. 

Il nonno, verso sera, era sdraiato sul letto, preso dallo sconforto. 

“Nonno scusami! Non lo sapevo che non era vero!” 

Vi erano due negazioni in una frase e questo lo rese davvero poco credibile.

“Si, si.” 

fu la sua risposta.
 
Qui c’era una doppia affermazione: il nonno era rassegnato e allo stesso tempo voleva sanare, forse se stesso, o forse il piccolo. Lo sconforto era grande.

Più volte in seguito, il piccolo Lew percepì la volontà del nonno di sanarlo, non rassegnandosi all'idea che il nonno avesse semplicemente cessato di esistere.

Negli occhi del nonno, oltre alla tristezza c’era tanta rabbia. Voleva esprimere angoscia, sapeva che era reale il suo male, eppure tutti lo negavano. Quella stessa rabbia accompagnò in molti giorni lo sguardo del piccolo Lew. Anche lui era angosciato, ciononostante nessuno lo prendeva sul serio. Questo intaccò profondamente il concetto che aveva di se stesso.

Il piccolo Lew subì quindi gli amari effetti della dissonanza cognitiva. Fu convinto ad accettare come verità quello che è palesemente falso ed in particolare ad assumersi la piena responsabilità di un evento di cui non era stato completamente consapevole. Ferito nell’autostima, andò negli anni successivi alla ricerca di un modo per riscattare agli occhi della gente il valore della sua intelligenza. Questo gli provocava degli scompensi, era profondamente insicuro. Invece di investire i “talenti” che questa vita gli aveva donato al fine di realizzarsi, li sprecò cercando di trovare esteriormente una felicità che possiamo trovare solo nel nostro interiore.

“Lew, a volte sembri più sveglio degli altri ma a volte dormi come pochi!”

“Lew sei intelligente, ma a volte ti perdi in un bicchiere d'acqua!”

“Lew spesso sembri saggio, ma a volte ti comporti come un bambino!”

"Lew perchè sembri sempre arrabbiato? Ma non sorridi mai?"

Questi sono i commenti che ripetutamente Lew sentiva proferire dalla gente, creando un feedback pericoloso che coinvolgeva la sua mente e il suo comportamento.

Era l’otto Agosto mille novecento ottanta due, giorno del suo ottavo compleanno. Come regalo ricevette un senso di colpa che lo destabilizzò progressivamente. Ma era forse una promessa di riscatto? Varie volte il numero otto, che rappresenta l’infinito. Cosa non avrebbe avuto fine?

Nei giorni a seguire Antonio era molto scosso e faceva fatica a parlare anche con i suoi familiari.
Zio Franco insieme al cuginetto Carlo, tentarono di tirare su il morale del piccolo Lew, che si trovava a casa loro. Lo zio gli disse: 

“Ho saputo però che hai detto una cosa che non dovevi dire.”

Lew non accettò questo punto di vista.
 
Nemmeno il nonno accettò questo punto di vista, anzi si sentiva preso in giro.

La  realtà va affrontata, anche nel bel mezzo di una tempesta, anche quando il tempo rimasto per trovare un rifugio è ridotto. Come si può crescere senza verità?

La medicina sotto questo aspetto in quegli anni falliva clamorosamente, perpetrando una pratica di negazione oggi considerata deprecata. Se qualcuno volesse dirmi che questa opinione è discutibile, osservi che oggi i medici informano i malati, terminali e non, di ogni dettaglio relativo a diagnosi e cure possibili. L’esperienza, unitamente a drammi simili a quello da me descritto, hanno insegnato quanto la pratica di negazione fosse deleteria.
Attualmente in medicina, nascondere la verità ad un malato sano di mente, anche terminale, è un comportamento non contemplato.

Zio Franco, regalò al piccolo Lew un mazzo di carte napoletane e consigliò di giocare e divertirsi. 
Questo però non poteva bastare. 

Per tutta l’infanzia Lew si torturava con pensieri negativi, pensieri che qualcuno ogni tanto evocava. 
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Lew a diciannove anni studiava per l’esame di geometria, era il primo anno all’università.
Antonio e Serenetta rievocarono per l’ennesima volta l’episodio che coinvolgeva il nonno. Lew studiava nel tinello, lo stesso posto dove dormiva e dove i genitori parlavano fra loro senza nessuna privacy. Antonio e Serenetta, si resero conto che Lew soffriva per cose del passato, mentre lui non diceva una parola. Non distolse nemmeno lo sguardo dalle sue carte, ma era molto scuro in viso e si notava, per la prima volta, che provava rabbia e non più solo vergogna. 

Il suo sentimento stava cambiando, come avviene ad un raggio di luce che fa breccia in mezzo a tanta ombra. Questo sentimento andava ancora gestito per divenire consapevolezza.

Lew, nell’adolescenza era molto reticente ad esprimere quello che provava e non lo fece finché, alle soglie dell’età adulta non cadde nell’ombra profonda.
 
Antonio disse: 

“In effetti, non è stato prudente parlare di certe cose davanti ad un bambino.”

Lew si rifugiò per molto tempo nello studio, si estraniava, per non sentire quello si diceva intorno a lui.
Il suo impegno non era approvato, era considerato una “esagerazione".

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Nei giorni successivi all'ottavo compleanno di Lew, Serenetta faceva giocare a carte i suoi figli. Antonio era nervosissimo e non riusciva ad essere gentile con nessuno. Sembrava che anche i loro giochi lo infastidissero. A volte andava su tutte le furie in momenti imprevedibili e senza apparenti motivazioni. 
Pochi giorni prima del rientro a Milano, mentre si pranzava si alzò di scatto e disse:
 
“Chi ti ha dato queste carte?” 

Dopodiché prese il mazzo che Lew aveva ricevuto benevolmente in dono dallo zio Franco e incominciò a strapparle tutte, una ad una e a buttarle nella spazzatura. 

Lew avrebbe voluto ribellarsi, ma era troppo piccolo e fragile.

Il nonno rientrò in ospedale ai primi di ottobre, mentre le sue condizioni rapidamente peggioravano. Gli fu chiesto se voleva vedere i suoi nipoti.

Lew lo rivide una volta sola. Il nonno  lo salutò. Poi non  parlò per nulla.

Ogni domenica la famiglia si recava in ospedale e Lew restava in sala d’aspetto, da solo. Ben presto il nonno non fu più in grado di ricevere visite perché l’assunzione di morfina gli procurava delle allucinazioni.
Davanti al suo letto c’era una parete bianca, mentre il nonno sosteneva che ci fosse una televisione e commentava un immaginario telegiornale. 

Il ricordo successivo che ha Lew del nonno è il giorno del funerale. 
 
Lew si trovava a scuola in terza elementare. Pensava che sarebbe venuto suo padre a prenderlo, in macchina, invece venne la sorella, a piedi. 

Antonio, in realtà, era andato via qualche minuto prima, essendo  stato raggiunto da Serenetta. 
Quando la scorse, abbassò il finestrino della Fiat millecento e le si rivolse a lei in questo modo: 

“Non dire niente! Non dire proprio niente!”

La parola più frequente che albergava nei pensieri del bambino Lew era "perchè".

"Perchè hai detto al nonno che aveva un tumore?"

E Lew si chiedeva: 

"Bene, perchè l'ho fatto?"

Poi mentre cresceva, i perchè si evolvevano:

"Perchè hanno nascosto la verità al nonno? E perchè ho provato un senso di colpa per tutta l'infanzia e l'adolescenza?"

Le persone immature sono piene di perchè a cui cercano di dare risposta chiedendo ad altri. Gli adulti sanno cercare le loro "verità" e sono consapevoli che non tutte le domande troveranno una risposta.

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