capitolo1

FUGA DA TRIESTE DI HARON DEN WACKELIG

© 2026 Luigi Bilardo – Tutti i diritti riservati.
È vietata la riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione.

La scoperta di un antico archivio

Frequentai Lew per molti anni. La nostra amicizia iniziò nell’adolescenza e proseguì anche dopo che Lew affrontò il matrimonio e la separazione. Io non mi sposai perché ritenevo di avere troppa luce per unirmi all'ombra di un uomo. Nonostante avessi molti amici, diffidavo di certe persone.  Ero peraltro sicura di me stessa. Ero molto esuberante ed estroversa. 

In me non prevaleva l’ombra, tuttavia in un momento del tutto inaspettato anche questa, in me, si sarebbe manifestata.

Lew diceva che l’unica cosa che mi superava in bellezza era il  radioso sorriso. 

Forse la sua vista non era perfetta. 

----

Lew aveva circa trentasei anni quando decise di abbandonare la congregazione e cercare il suo posto nel mondo.

Dopo la scoperta della storia della famiglia di Lew, grazie ad un antico archivio, mi sorpresi di quanto il suo carattere fosse simile a quello di un suo antenato.

Ecco la storia di Haron Den Wackelig. 

Nel Settembre 1890, Haron Den Wackelig, commerciante di seta importata dall'oriente di origine svizzera tedesca, si trovava a Trieste dove si associava alla Chiesa Protestante.
Haron, opponendosi alla Chiesa Cattolica si stava facendo dei nemici importanti, mentre la città poneva le basi per la costruzione di una cattedrale protestante.

Un vento impetuoso lo avrebbe portato in una terra molto lontana.

“Haron, prendi questo denaro e scappa, ti basterà certamente per arrivare in Sicilia, cerca un rifugio: un posto sicuro dove non verranno a cercarti gli uomini di Den Ricther, di più in questo momento non posso fare per te, scappa! Buona fortuna!”

Con queste parole, Ada, la ex moglie di Haron concesse un ultimo gesto, per trasformare un vicolo cieco in una opportunità, una nuova vita. 
Gli voleva ancora bene nonostante tutto, per questo sfruttò alcune conoscenze fatte nella città di Siracusa per via dell'attività commerciale che si estendeva oltremare, al fine di trovare un rifugio per il suo ex consorte.
Lo salvò dal suo acerrimo nemico, il Conte Dereck Den Richter, commerciante di Trieste e suo ex compagno in affari.
Il conte Dereck aveva speso notevoli risorse per ottenere la condanna di Haron. Sfruttò le amicizie in ambito ecclesiastico della città. Fu ampiamente ricompensato allorché Haron gli lasciò l’intero valore delle sue attività commerciali.

Ada chiese ad Haron di poter ricevere da lui una corrispondenza sotto falso nome quando l'uomo avesse trovato il posto sicuro auspicato.

“Usa uno pseudonimo, inventati un nome ed un posto, io ti capirò, però scrivi! Non mi resta che dirti Addio!”

Haron prese una nave che salpò dall'Adriatico verso sud, per ormeggiare davanti alla costa Siciliana, nel porto di Siracusa, dopo molti giorni. Il viaggio non fu facile, molti si ammalarono.
Da Siracusa, Haron percorse su un mulo la strada che lo divideva da Solarino, a poche decine di chilometri dal mare.

Haron passava per borghi e per mercati e osservava abiti e stoffe simili  a quelli che non avrebbe più venduto.

Si presentò al parroco di Solarino come: 

“Un naufrago, proveniente da una terra lontana, dove una guerra spietata falciava molte vite.”

Il nome da lui dichiarato era Alfred Den Wackelig.

Dimostrò grazie alla sua istruzione e alla sue capacità di essere un valido riferimento per il prelato, che con generosità lo incaricò della gestione di un fondo di mezzadria, composto da campi di grano dove lavoravano numerosi contadini alle sue dipendenze.
Alfred rinunciò, per timore, a mantenere contatti con la chiesa protestante.

Il parroco apprezzò tanto e l'onestà di Alfred. Il millantato naufrago, grazie ai soldi guadagnati con impegno, riuscì a comprare un fondo da un privato e a costruire una casa.

Quella casa, che ancora oggi esiste, dalla quale il piccolo Tatò, il padre di Lew, negli anni ‘40 del secolo scorso entrava e usciva correndo come il vento, non sarebbe stata più un posto sicuro per la famiglia Den Wackelig durante il boom economico degli anni ‘60 dello scorso secolo.

Alfred conobbe e sposò Lia, la figlia maggiore di un proprietario di un fondo adiacente a quello da lui gestito. Lia, non sapeva molto della vita passata del marito. Poco seppero pure i figli che nacquero dalla loro unione. Tuttavia  Alfred trasmise i valori in cui ebbe sempre creduto.

Lia viveva con Alfred da alcuni anni, quando per caso, cercando dei documenti fra le credenze, le passò tra le mani la copia custodita dal marito, forse per un pizzico di nostalgia, di una vecchia lettera:

“Indirizzato a Ada Glocke, Trieste: il Galeone dopo mille tempeste è arrivato nel porto di destinazione. Li ha trovato il suo posto sicuro. Non dimenticherò. Grazie infinite!”

“Alfred che significa questo scritto?”

“Lo capirai, un giorno.”

Negli anni della vecchiaia Alfred sentì crescere il peso della nostalgia della vita passata.
Volle mettere il piede ancora una volta nella sua terra nativa, la lontana Trieste.
Motivò la sua partenza come “una questione di lavoro”, non disse esattamente dove stava andando.
Voleva trovare Ada, per salutarla un’ultima volta.
Pochi lo riconobbero dopo tanto tempo di lontananza. Con lunghi capelli bianchi e barba folta, un mantello sulle spalle e un grande bastone con cui si sosteneva sembrava un anziano eremita in pellegrinaggio sulle orme di un oracolo.
Arrivato a Trieste, sentiva di non essere più Alfred ma nuovamente Haron. Non era in cerca di un oracolo e nemmeno di un eremo ma del pastore della Chiesa Protestante di Trieste.
L'edificio della chiesa evangelica luterana, ha un aspetto molto simile a quelli delle chiese tedesche in stile neogotico. Fu progettata nel 1870 a Breslavia dall’ingegnere Carl Johann Christian Zimmermann. Ha forme appuntite ed è tutta pronunciata in altezza.
Haron si presentò in chiesa in una mattina piovosa e domandò del pastore. Dopo non molto arrivò alla porta un uomo dalla statura imponente che lo invitò a seguirlo.
Arrivarono davanti all’altare, il pastore era raccolto in preghiera e dopo alcuni minuti alzò il capo e rivolse lo sguardo alla figura minuta di un viandante proveniente da una terra lontana.

Lo riconobbe:

“Tu sei Haron!”

“Si sono io!”

“Tutti credevano fossi morto, ma non io!”

“Io devo tutto ad Ada, lei mi ha permesso di costruire una nuova vita altrove. Adesso dov’è lei?”

“Oh Haron! Povera Ada, lei non ce più da molto tempo, quello che il conte non ha potuto fare a te lo ha fatto a lei.”

“No! Dimmi che non è vero! Dimmi che non è vero! Avrei voluto dirle che…”

“Che cosa avresti voluto dirle Haron?”

“Che l’amavo ancora.”

“Lei ha fatto di più di te. Ti ha dimostrato che ti amava ancora. Non saprei di cosa tu sia stato mancante. Forse ti è mancato il coraggio o ti è mancato il tempo. Lei ha avuto sia tempo che coraggio per agire. Ha giurato a chiunque che tu fossi morto. L’ultima volta che l’ho incontrata era consapevole del rischio che correva. Mi disse: ‘se incontrerai ancora Haron digli di pregare per la mia anima’”.

Haron piangeva davanti all’imponente sacrestano che per pietà gli reggeva le spalle.

Il pastore concluse così:

“Haron piangi pure, sfogati! Quando avrai finito però, prega per Ada, perchè questa è l'ultima cosa che lei ha chiesto!”

----

L’infanzia del padre di Lew

“Tatòoo! Tatòoo! Vèni ca! Va ccatta li fiammiferi!”

“Nun ci vaiu!”

“Chi dicisti?”

“Ca nun ci vaiu!”

“Sorta d’ infirnu! Ti haju ìnchiri a facci di tumpuluni!”   
“Tatòoo! Tatòoo! Vieni qua! Vai a comprare i fiammiferi!”

“Non ci vado!”

“Cosa hai detto?”

“Che non ci vado!”

“Sorta di inferno! Ti devo riempire la faccia di schiaffi!”


 

 

Il piccolo Antonio, nel settembre mille novecento quaranta quattro aveva pochi anni ma correva molto più in fretta della madre Cleo e conosceva tutte le vie e i vicoli della città in cui è cresciuto.
Era magro e piccolo come uno scheletrino, ma aveva l'energia di una pulce forzuta. Correva come il vento, già prima di imparare a cavalcare il mulo. Aveva lo sguardo malandrino e una grande priorità: trovare da mangiare.
Nonna Cleo poco più che ventenne era una ragazza minuta ma energica e sapeva cosa vuol dire combattere. Antonio, già ad un anno, in braccio alla madre sembrava un piccolo guerriero.
Solarino era il terreno di esercitazione per varie scorribande. Varie chiese per pregare, vicoli e strade in cui errare, per poi chiedere perdono. Borghi fatti di case una affianco all'altra, tutte attaccate, di solito a due piani. Il piano superiore ospitava la famiglia, quello inferiore il cavallo, una coppia di buoi, maiali e vari animali domestici.
Carrettiere in mezzo ai campi in cui fare “la spesa” con gli ortaggi altrui, una fionda e alcuni sassi, tante finestre da rompere erano il suo divertimento!

A sei anni aveva già conosciuto cosa vuol dire adattarsi a realtà diverse da quelle che si desiderano. Era nato nel mille novecento quaranta, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. 
Il padre Lew riuscì a tornare a casa dalla guerra. Purtroppo però, verso la fine del mille novecento quaranta cinque, i primi due figli Antonio e Margherita lo consideravano un estraneo. Anche il rapporto di Antonio e sua madre Cleo era difficile perché erano vissuti separati per tutti quegli anni. Antonio visse insieme ai suoi nonni mentre sua madre accudiva insieme ad altre donne della famiglia alcuni bambini più piccoli.
Antonio era molto legato al nonno paterno, che portava lo stesso nome. Nonno 'Ntony aveva già quasi ottant’anni ma aveva una mente lucidissima e fu una guida molto importante per il piccolo. Antonio acquisì dal nonno una cultura orale fatta di aneddoti e proverbi che poi tramandò a sua volta ai figli.  Il bambino, molto precocemente, già prima di andare a scuola conosceva cosa vuol dire imporsi nel carattere. 
Era molto scontroso, come nonna Cleo.
Negli anni della guerra, ogni giorno era una scommessa dove la posta in gioco era la sopravvivenza. Prima i bombardamenti e poi le ritorsioni dei tedeschi in ritirata verso Nord e tanti anni di carestia avevano segnato profondamente gli animi e dato in eredità un paese da ricostruire. 

Nonno 'Ntony, camminava ancora energicamente, nonostante avesse superato l'ottantina. Aveva gli occhi vispi e aiutava la nonna ad infilare il filo nell'ago per rammendare. Ogni tanto affilava dei lunghi coltelli. Con lo sguardo minaccioso e  autoritario, quando li usava, colpiva sempre alle natiche. Voleva disciplinare, non certo fare violenza. Il risultato poteva essere un piccolo graffio, siimile alla Z di Zorro.

----

Antonio ricordò per tutta la sua vita il rumore delle sirene: 

“Al rifugio! Veni Tatò! Veni cummè!” 

Il nonno prendeva il piccolo Antonio per un braccio e correva via. La terra tremava ad ogni esplosione e tremavano anche i cuori di Cleo e dei nonni. Antonio e Margherita erano nati in mezzo a quei bombardamenti. Avevano paura. Spesso però,  il disagio della fame superava quello causato dalla paura.

“Tatò! Chi stai facennu? T'haju dittu vèni cu me!”

“Ma havimo i manciari! A unn' a 'nnari a chista ùora?”

“Disgraziato corri! Ntra 'n minutu cca nun rimangono mancu i mura!”   
“Tatò! Che cosa fai? Ti ho detto di venire con me!”

“Ma dobbiamo mangiare! Dove dobbiamo andare a quest’ora?”

“Disgraziato corri! Fra un  minuto qua non rimarranno neanche le mura!”



Nelle famiglie patriarcali tutti sapevano chi comanda. Il nonno 'Ntony si faceva aiutare dalla nonna per dare le botte. Sembrava che Lew a più di trent’anni avesse ancora bisogno di quella correzione. Fino a sessant’anni non imparò la lezione e portò avanti un carattere volubile e imprevedibile. Dopo il ritorno di Lew a casa,  il nonno 'Ntony visse ancora pochi anni.
----

Tatò, affrontava la scuola in modo disinteressato.  Il pensiero ricorrente che lo distraeva in classe era il fatto di non aver fatto colazione. 

“Antonio Banghelì!”

“Presente sono!”

Il maestro distorceva la pronuncia del cognome di Tatò il quale non era ben consapevole se il suo vero cognome fosse Den Wackelig oppure ‘Banghelì’.

“Tatò! Tu passerai la vita a zappare! Hai capito? Sarà la zappa a farti compagnia!” 

diceva sempre il maestro Beccarìa, annuendo con il naso tanto lungo da sembrare una vanga. Così fu, almeno fino agli anni dell’adolescenza. 

Finita la guerra, Lew e Cleo si riconciliarono in mezzo a litigi e incomprensioni. Entrambi prendevano ancora le botte di nonno 'Ntony. 

Lew aveva un aspetto longilineo anche se stava sotto il metro e sessanta. Cleo era leggermente più minuta. Camminavano sempre a qualche metro di distanza, anche quando erano insieme. Quando si spostavano con il loro mezzo di trasporto più evoluto, Cleo scendeva e, mentre Lew parcheggiava il carrettino con il mulo, lei aveva già fatto cinquanta metri. Circa tre chilometri venivano percorsi per raggiungere la più vicina chiesa. Cleo tutte le domeniche si faceva portare da Lew. 

D'estate il sole era cocente e c'erano dei piccoli disturbatori:

“Lew! Haju 'na musca chi mi vola vicinu o nasu!”

“Chi vvoi chi fazzu? Scacciala!”

“Ma chista nun si ni va! Dì a u mulu i mandarla via cu a coda!”

“Chista fìmmina jè strana!”   
“Lew! Ho una mosca chi mi vola vicino al naso!”

“Che vuoi che faccio? Scacciala!”

“Ma questa non se ne va! Dì al mulo di mandarla via con la coda!”

“Questa donna è strana!”



----

Il piccolo Tatò camminava, verso l’ora di pranzo, tra le carrettiere che squadravano i campi di grano vicino casa insieme ad Antonino, lo zio fratello minore della madre. 
Antonino non eccelleva per l’astuzia e quel giorno si fece ingannare tragicamente dalla fame. 
Antonino aveva diciassette anni. Era ben più alto di nonna Cleo e spesso ostentava la sua forza fisica. Aveva due occhietti piccoli e vicini che spesso puntava con aria investigativa su oggetti di dubbio interesse. Quel giorno camminava insieme ad Antonio sui margini di un campo coltivato a grano e orzo. Camminava sotto il sole cocente di mezzogiorno e  sentiva i morsi della fame. Vide un oggetto, vicino ad un piccolo arbusto. Se un campanello d’allarme avesse suonato, avrebbe significato salvezza. Il piccolo Antonio messo in guardia dai tanti rimproveri che il nonno non si stancava di sbraitare nei giorni precedenti supplicò più volte Antonino: 

“Lassala stari chista vidi chi jè 'na bomba!” 

“Ma statti mutu! Jè 'na scatoletta di carni!” 

urlò subito Antonino.
 
Il piccolo Antonio scappò via impaurito e fu un bene. Antonino invece rimase in vita per miracolo e perse un braccio e un occhio in questa tragica trappola.
Antonino subì un grave danno, ma riuscì lo stesso a lavorare e ad avere una famiglia. Si sposò con una cugina, su raccomandazione di  Lew.  Il nonno si improvvisò più volte agente matrimoniale e incoraggiò varie frequentazioni di amici e parenti. 

----

L’emigrazione di Antonio

Tra gli anni cinquanta e sessanta, il miracolo economico della ricostruzione italiana incrementò il divario tra Nord e Sud. La città di Milano regalò un sogno di realizzazione a tante famiglie di meridionali immigrati. La famiglia Den Wackelig incominciò a sognare un futuro più dignitoso e un fortunato esodo.
Antonio non sopportava più il lavoro nei campi. Pensava che sarebbe stato sempre schiavo dei cosiddetti “signori” padroni delle terre. Immaginava la città di Milano come “il posto sicuro” che avrebbe garantito il suo riscattato morale. Il ragazzo fu il primo della famiglia a partire, da solo. Aveva diciotto anni.
 
I nonni rimasero in Sicilia ancora per alcuni mesi, mentre Antonio era ospite temporaneo di uno zio. Dopo poco, il ragazzo si mise alla ricerca di un lavoro. A quel tempo accadevano delle cose che oggi sarebbero considerate fantascientifiche, come ad esempio trovare all’ingresso di una fabbrica un grosso cartellone con scritto: 

“Siamo alla ricerca di operai.”

Così Antonio riuscì a trovare non uno ma due lavori, il primo in una acciaieria di Bollate, città limitrofa di Milano, il secondo in un’impresa edile come muratore. Non era certo una vita comoda. Inoltre bruciando tutte quelle energie aveva bisogno di mangiare tanto, questo era finalmente possibile perché i soldi c’erano. Molti problemi erano spariti. 
Nonno Lew, sentendo che le cose a Milano andavano meglio che in Sicilia incominciò a pianificare l’emigrazione dell’intera famiglia.

“Pronto Tatò!”

“Pronto chi parla?”

“Talia chistu disgraziato s’imparò lu talianu!”

Questo fu il primo dialogo che intercorse per telefono tra nonno Lew e Antonio dopo qualche mese dalla partenza. Antonio diventò poliglotta, infatti sapeva parlare l’italiano, il siciliano, il milanese e addirittura il veneto. Le sue condizioni economiche migliorarono, gli mancava però il sole del Sud, perché il cielo a Milano era spesso grigio e c’era “una strana cosa che tutti chiamavano nebbia, anche se non si vedeva niente”. 
Venne il giorno in cui i nonni, la zia Margherita, lo zio Nino e lo zio Lorenzo arrivarono a Milano. La nonna scese dal treno per prima, e incontrò subito suo fratello Santo.

“Ma Tatò unni jè?”

“Nun u vidi ia?” 

Tatò aveva messo su almeno venti chili e aveva un’aria molto più rilassata, così la nonna Cleo non lo riconobbe. 

Apparirono più vere che mai queste parole del  nonno 'Ntony: 

 “La spina deve pungere per fare male!”

La spina della miseria e della fame, che aveva punto dopo gli anni della seconda guerra mondiale, era finalmente stata estirpata da casa Den Wackelig. 
Antonio imparò in fretta la lingua e la cultura dei lombardi e dei tanti che erano emigrati a Milano. 
Credeva che le proprie origini e i valori non si possono dimenticare del tutto. Forse per questo decise di sposare una siciliana, Serenetta.  
Come Haron, il piccolo Tatò, divenuto ormai Antonio Den Wackelig, cercò un rifugio o posto sicuro, un riscatto personale e crebbe la sua ribellione. 
Antonio, non desiderò mai tornare nella sua Solarino. Un giorno si sarebbe innamorato, oltre che di Serenetta, anche della Terra nativa di quest'ultima: l'isola di Santa Luce della Trinacria.
Antonio come Haron Schmitz identificò il suo "posto sicuro" con una precisa località geografica.
Che cos'è per voi un "posto sicuro"? Un luogo fisico in cui trovare rifugio oppure una dimensione psichica di equilibrio?

----


Aviu perdutu l'amuri
a ma vita era sfortunata
là c'era sulu fami
non avia di manciari la matina.


Circai travagghiu
n'na terra chi è più furtunata
e trovai na casa di petra
e quattru spicciuli.

Ma unni è
u me amuri?
ntò munnu
si è persu.

Unni vaju
sta matina?
Nella me Terra non c'è
mancu lu pani.

Haiu trovu la paci
di cu non cerca cchiù lu dinaru,
ma ricordu sempri la me Terra luntana.
Pi nu jornu la rividrù e a saluterò pi sempre.    
Avevo perduto l’amore
la mia  vita era sfortunata
laggiù c’era soltanto fame
non avevo da mangiare la mattina

cercai lavoro
in una terra più fortunata
e trovai una casa di pietre
e quattro spiccioli

ma dov’è
il mio amore?
nel mondo
si è perso

dove andrò
questa mattina
nella mia Terra non c'è
neanche il pane

Ho trovato la pace
di chi non cerca più il denaro
però ricordo sempre la mia Terra lontana
per un giorno la rivedrò e la saluterò per sempre

Commenti

Post più popolari